
Autore: Alessandro Pascale
Storico del movimento comunista e operaio; saggista; della Segreteria nazionale del PCUP, responsabile dipartimento Formazione
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- La diplomazia internazionale tra guerra e nuovo multipolarismo
La settimana appena trascorsa offre una fotografia particolarmente significativa della crisi dell’ordine internazionale. Due appuntamenti diplomatici, apparentemente appartenenti a sfere differenti, hanno contribuito a renderla evidente: il vertice della Shanghai Cooperation Organisation (SCO) tenutosi a Bishkek, in Kirghizistan, e la riunione dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali del G20 ad Asheville, negli Stati Uniti.
A Bishkek si sono riuniti i principali protagonisti della crescente integrazione eurasiatica: Cina, Russia, India, Iran, Pakistan e gli Stati dell’Asia centrale, insieme a numerosi Paesi partner e osservatori. La SCO comprende oggi dieci Stati membri e rappresenta oltre 3,4 miliardi di persone, circa il 42% della popolazione mondiale. Il vertice ha approvato la Dichiarazione di Bishkek e 28 documenti dedicati a sicurezza, economia, energia, finanza, tecnologia e cooperazione.
Non siamo naturalmente di fronte a un equivalente orientale della NATO. Le contraddizioni tra Cina e India, India e Pakistan, Russia e alcuni altri membri dell’organizzazione restano profonde. Proprio per questo sarebbe semplicistico interpretare la SCO come un blocco omogeneo contrapposto all’Occidente. La sua importanza consiste piuttosto nel fatto che Stati dotati di sistemi politici, interessi economici e orientamenti internazionali differenti stanno costruendo strumenti permanenti di cooperazione al di fuori della tradizionale egemonia euro-atlantica.
In questo processo la Cina occupa una posizione qualitativamente diversa rispetto agli altri protagonisti: la combinazione tra dimensione economica, capacità industriale e tecnologica, autonomia finanziaria e crescente proiezione internazionale fa di Pechino il principale centro di potere in grado di mettere strutturalmente in discussione, nel lungo periodo, la centralità economica e geopolitica degli Stati Uniti. A Bishkek il presidente cinese Xi Jinping ha indicato la direzione: rafforzamento della cooperazione economica, energetica, tecnologica e infrastrutturale, maggiore coordinamento in materia di sicurezza e sostegno a una governance internazionale più equa e multipolare. La Dichiarazione di Bishkek ha inoltre ribadito la necessità di affrontare attraverso il dialogo le crisi internazionali, comprese quelle in Ucraina e Medio Oriente.
Particolarmente significativa è stata la presenza dell’India di Narendra Modi, che continua a mantenere una posizione autonoma rispetto alla contrapposizione tra Washington e Mosca. Modi ha incontrato Putin a margine del vertice e ha nuovamente sollecitato la conclusione della guerra in Ucraina. Al tempo stesso, la Turchia di Erdoğan – membro della NATO ma partner di dialogo della SCO – ha manifestato interesse per un ulteriore approfondimento dei rapporti con l’organizzazione, arrivando a dichiarare di prendere in considerazione una futura adesione piena, pur senza abbandonare le proprie alleanze occidentali.
Il quadro appare tutt’altro che riconducibile alla vecchia divisione bipolare del ‘900. Nonostante la crescente egemonia cinese, il mondo non si sta semplicemente dividendo in due blocchi: sta attraversando una fase di crescente pluralizzazione dei centri di potere, i quali non si possono considerare sullo stesso piano: il multipolarismo non è semplicemente la comparsa di “nuovi Paesi potenti”, ma la progressiva costruzione di istituzioni e circuiti di cooperazione capaci di ridurre il monopolio occidentale su commercio, finanza, tecnologia e sicurezza. È questa trasformazione a rendere sempre più difficile per le potenze occidentali imporre unilateralmente la propria agenda.
Lo si è visto anche ad Asheville, dove il ritorno della Russia ai lavori finanziari del G20 ha prodotto un significativo cortocircuito diplomatico. Il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov ha partecipato alla riunione su invito statunitense, provocando l’irritazione degli esponenti europei. Washington ha inoltre cercato di utilizzare il G20 per esercitare pressione commerciale sulla Cina: secondo Reuters, tutti i rappresentanti finanziari del G20, con l’eccezione della Cina, hanno sostenuto la posizione statunitense sulle cosiddette distorsioni commerciali.
La contraddizione è evidente: mentre gli Stati Uniti cercano di ricostruire una disciplina economica del campo occidentale contro i propri principali concorrenti, la Russia torna a occupare spazi nei principali organismi multilaterali e la Cina respinge le pressioni di Washington. La partecipazione russa al G20, contestata dagli europei ma favorita dall’amministrazione Trump, dimostra quanto sia difficile trasformare la guerra economica in un isolamento internazionale effettivo di Mosca.
Sul terreno ucraino, intanto, la diplomazia rimane impantanata. Washington continua a dichiarare di voler arrivare a una soluzione negoziale, ma non si è prodotto alcun accordo capace di superare le divergenze fondamentali. Mosca sostiene che siano ancora attivi canali di comunicazione con gli Stati Uniti, compresi contatti a livello di intelligence, ma denuncia l’assenza di condizioni sufficienti per una soluzione politica definitiva.
A rendere ancora più delicata la situazione contribuisce l’intensificazione dello scontro militare. Putin ha dichiarato che le forze russe stanno avanzando in diversi settori del fronte e ha minacciato una risposta agli attacchi ucraini contro infrastrutture russe, mentre Kiev continua a colpire obiettivi in territorio russo. Il presidente russo ha inoltre affermato che qualsiasi installazione militare straniera presente sul territorio ucraino costituisce per Mosca un obiettivo legittimo.
Lungi dal poter parlare di una vera distensione, la diplomazia continua quindi a muoversi all’interno di un rapporto di forze determinato dalla guerra. I vertici internazionali non stanno riuscendo a ricomporre le contraddizioni, ma stanno rendendo sempre più visibile la loro profondità: da un lato l’imperialismo euro-atlantico cerca di preservare la propria capacità di condizionamento economico, finanziario e militare; dall’altro un insieme crescente di potenze costruisce un sistema internazionale nel quale l’egemonia statunitense non è più sufficiente a determinare unilateralmente gli equilibri mondiali.
Questa transizione non avviene però pacificamente. La crisi dell’egemonia statunitense e dell’ordine unipolare si è tradotta in una drammatica intensificazione della conflittualità tra differenti centri geopolitici e potenze emergenti, tanto da rendere legittimo parlare di una Terza guerra mondiale combattuta a pezzi. La guerra in Ucraina costituisce oggi uno dei principali terreni nei quali questa trasformazione dei rapporti di forza viene combattuta.
- Putin: «non vogliamo congelare la guerra, ma porvi fine»
È soprattutto dalle dichiarazioni di Vladimir Putin a margine del vertice SCO di Bishkek che emerge con chiarezza la posizione assunta oggi da Mosca. Il quadro delineato dal presidente russo è quello di una guerra nella quale la Russia ritiene di avere progressivamente acquisito il vantaggio strategico e nella quale, di conseguenza, non avrebbe interesse ad accettare una soluzione che si limiti a congelare il conflitto senza affrontarne le cause di fondo.
Putin ha sostenuto che le forze russe stanno avanzando in diversi settori del fronte e che l’offensiva sta accelerando. Ha indicato in particolare l’avanzata verso Sloviansk e Kramatorsk e ha affermato che nel solo mese di agosto le forze russe hanno conquistato circa 270 chilometri quadrati nel Donbass. Ha inoltre parlato di due consistenti raggruppamenti ucraini accerchiati, rispettivamente di circa 4.500-4.800 e 2.000 uomini.
Il punto più significativo è che Mosca non considera il momento attuale come una fase nella quale sia costretta a negoziare per debolezza. Una sicurezza che non significa indisponibilità al negoziato. Putin ha ribadito di essere favorevole a una soluzione diplomatica, purché essa produca risultati concreti. Mosca mantiene contatti con Washington, compresi contatti a livello di intelligence, e resta disponibile a dialogare con gli emissari di Trump. La condizione posta è che il negoziato conduca alla fine della guerra e non semplicemente a una sua sospensione temporanea.
Il problema, per Mosca, non è dunque ottenere una tregua qualsiasi, ma modificare stabilmente l’equilibrio strategico prodotto dalla guerra. Putin ha parlato della necessità di arrivare a una «pace duratura» in Ucraina e in Europa, senza perdere tempo in un negoziato destinato a «girare a vuoto». Per Kiev e per gran parte delle cancellerie europee, invece, il problema centrale rimane il ritiro delle forze russe e il ripristino dell’integrità territoriale ucraina. Ne deriva una situazione nella quale si parla continuamente di pace, ma le condizioni politiche per raggiungerla rimangono lontane.
Lo dimostra anche l’intensificazione della guerra a distanza. Putin ha riconosciuto che gli attacchi ucraini con droni contro il territorio russo hanno provocato danni reali, in particolare alle raffinerie. Mosca ha risposto annunciando nuovi attacchi contro le infrastrutture energetiche ucraine e dichiarando che qualsiasi installazione militare straniera situata in territorio ucraino viene considerata un obiettivo legittimo. Alla domanda sulla possibilità di colpire direttamente strutture militari britanniche impegnate nella produzione di armi per l’Ucraina, Putin ha scelto una formula volutamente ambigua: «è un segreto, un segreto militare».
La progressiva partecipazione materiale dei Paesi NATO rende sempre più labile il confine tra guerra indiretta per procura e guerra diretta calda tra potenze. Proprio per questo ogni ulteriore salto di qualità nelle forniture militari occidentali o negli attacchi contro obiettivi russi comporta un rischio di escalation. Putin ha inoltre definito la leadership ucraina come «terrorista» a seguito delle dichiarazioni di Zelensky sulla possibilità di rendere insicuro lo spazio aereo russo per l’aviazione civile.
Mentre il negoziato con Kiev appare sostanzialmente bloccato, il canale russo-statunitense non è morto. Nei giorni successivi al vertice SCO l’amministrazione Trump ha nuovamente inviato a Mosca Steve Witkoff e Jared Kushner nel tentativo di rilanciare il processo negoziale. I due emissari statunitensi sono arrivati a Mosca il 5 settembre per poi recarsi a Kiev. Trump ha parlato di una nuova proposta concreta per la pace, senza renderne pubblici i dettagli. Washington riconosce così nei fatti che la Russia non può essere esclusa dalla soluzione del conflitto, mentre l’UE si ritrova spettatrice di una partita nella quale le decisioni fondamentali vengono prese altrove.
La strategia di Mosca va quindi letta su due livelli: sul piano militare, punta a migliorare ulteriormente la propria posizione sul terreno prima di qualsiasi accordo che possa cristallizzare i nuovi rapporti di forza; sul piano diplomatico, mantiene aperto il canale con Washington e con gli altri grandi attori internazionali, evitando di presentarsi come una potenza isolata. Non è casuale che le dichiarazioni di Putin siano arrivate proprio dal vertice della SCO: mentre combatte in Ucraina, la Russia consolida le relazioni economiche, politiche e strategiche con le potenze non occidentali.
A Bishkek Putin ha definito «irreversibile» il processo di formazione di un nuovo ordine mondiale multipolare, sostenendo che un numero crescente di Stati vuole determinare autonomamente il proprio destino e difendere i propri interessi nazionali. Per Mosca la guerra in Ucraina non può dunque essere separata dalla trasformazione dell’ordine internazionale: la Russia non combatte solo per determinare nuovi confini territoriali, ma soprattutto per impedire che lo spazio post-sovietico venga definitivamente incorporato nell’architettura strategica occidentale e per contestare un ordine nel quale Washington conserva la facoltà di stabilire unilateralmente alleanze, sanzioni, regole finanziarie e assetti di sicurezza.
La questione decisiva, a questo punto, è capire se Stati Uniti ed Europa siano ancora in grado di sostenere a lungo la strategia adottata dal 2022 e quali interessi economici e di classe siano realmente serviti dalla prosecuzione del conflitto.
- L’UE e gli USA: la crisi dell’alleanza occidentale
Se la Russia arriva agli appuntamenti diplomatici di questi giorni rivendicando una posizione di forza, il campo occidentale è invece attraversato da una contraddizione sempre più evidente: Stati Uniti ed Europa rimangono formalmente alleati, ma è sempre maggiore la distanza sugli obiettivi della guerra e sulle modalità con cui uscirne. Non si tratta ancora di una rottura dell’Alleanza Atlantica. Washington e le principali capitali europee continuano a cooperare militarmente, politicamente ed economicamente contro Mosca, ma la guerra in Ucraina ha fatto emergere una divergenza strutturale: gli Stati Uniti dispongono di una dimensione geopolitica globale e possono considerare il conflitto ucraino come una delle numerose partite della competizione mondiale; l’Europa, invece, è direttamente investita dalle sue conseguenze economiche, energetiche e militari.
Il caso più emblematico è quello del G20 finanziario di Asheville. L’approvazione di Washington alla partecipazione del ministro delle Finanze russo Anton Siluanov ha provocato la protesta di diversi rappresentanti europei: il ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil ha denunciato il rischio di una normalizzazione dei rapporti con Mosca, mentre il commissario europeo Valdis Dombrovskis ha dichiarato di non voler avere contatti con il suo omologo russo. I rappresentanti europei hanno persino escluso Siluanov dalla fotografia ufficiale.
L’insistenza di Washington sulla ricerca di una soluzione diplomatica dipende anche dalla necessità di confrontarsi contemporaneamente con la Cina, gestire le tensioni in Medio Oriente, difendere la propria posizione nel sistema finanziario mondiale e contenere la crescente autonomia delle potenze emergenti. Una guerra europea interminabile può dunque diventare un costo strategico anziché un vantaggio.
L’Europa si trova in una condizione diversa. Nel vertice informale dei ministri degli Esteri UE tenutosi in Irlanda, Bruxelles ha ribadito il sostegno militare all’Ucraina e discusso un ulteriore rafforzamento delle sanzioni. Il problema è che questa politica produce costi crescenti e richiede risorse sempre maggiori.
La questione finanziaria è particolarmente significativa. Kiev sostiene di avere bisogno di ulteriori decine di miliardi per finanziare la guerra e chiede all’Europa di utilizzare i circa 210 miliardi di euro di attività della Banca centrale russa congelate nell’UE. Tale richiesta si scontra con l’opposizione del Belgio – dove è depositata la maggior parte di tali attività attraverso Euroclear – per timore delle conseguenze legali e finanziarie e di possibili ritorsioni russe. Anche il rinnovo delle sanzioni non è più un atto puramente automatico: le misure europee riguardanti 3.000 persone ed entità russe devono essere nuovamente discusse prima della loro scadenza del 15 settembre.
Allo stesso tempo, la situazione economica europea rende sempre più difficile ignorare i costi della contrapposizione. La Germania, locomotiva industriale dell’UE, si trova ad affrontare una fase di particolare difficoltà (manifestata anche dal boom ottenuto dall’AfD nelle elezioni della Sassonia), mentre il suo governo cerca di presentare il rafforzamento militare come risposta necessaria alla minaccia russa. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha sostenuto che Mosca dovrebbe comprendere di avere fallito e che l’Europa deve mantenere il proprio sostegno all’Ucraina.
Occorre evitare un errore diffuso: non basta affermare che l’Europa sarebbe semplicemente vittima degli Stati Uniti. Le borghesie europee hanno propri interessi imperialistici, che non coincidono necessariamente con quelli americani. La subordinazione strategica a Washington convive con il tentativo delle principali potenze europee di conservare proprie sfere d’influenza, industrie militari e margini di autonomia. È quindi una gerarchia imperialistica tra potenze diseguali: gli Stati europei hanno interesse a mantenere il sistema occidentale, ma allo stesso tempo sono costretti a sopportare una posizione subordinata al suo interno.
L’Ucraina costituisce un esempio perfetto. Per Washington, la guerra è anche uno strumento per indebolire strategicamente la Russia e riorganizzare l’Europa attorno alla leadership americana. Se però il conflitto si prolunga indefinitamente, sono soprattutto le economie europee a sostenere una parte crescente dei costi, mentre gli Stati Uniti possono concentrare maggiormente la propria attenzione sui teatri asiatico e mediorientale. Non è dunque casuale che, mentre Washington tenta di riaprire il canale diplomatico con Mosca, l’Europa continui a discutere di riarmo e di aumento del sostegno militare a Kiev.
- Il paradosso americano e le conseguenze per i popoli europei
Anche gli Stati Uniti, tuttavia, non attraversano una fase di piena tranquillità. Washington mantiene una capacità economica, militare e finanziaria incomparabilmente superiore a quella delle singole potenze europee, ma la sua superiorità relativa non è più quella di alcuni decenni fa. La Russia non è stata isolata; la Cina continua a sviluppare una propria autonomia tecnologica, industriale e finanziaria; l’India persegue una politica estera sempre più autonoma; i BRICS si sono ampliati e la SCO consolida la cooperazione tra grandi potenze eurasiatiche.
Persino all’interno del G20 Washington incontra difficoltà nel far passare integralmente la propria agenda: al vertice finanziario di Asheville non è stato possibile approvare un comunicato comune a causa delle divergenze con la Cina, in particolare sulla questione degli squilibri commerciali e del modello di crescita trainato dalle esportazioni. Gli Stati Uniti conservano dunque la posizione dominante nel campo imperialistico occidentale, ma devono esercitare questa egemonia in un mondo nel quale altri centri di potere dispongono ormai di strumenti sufficienti per contestarla.
Da qui deriva l’atteggiamento apparentemente contraddittorio di Trump nei confronti della Russia: minacciare, sanzionare e contemporaneamente negoziare. Non è necessariamente una contraddizione personale del presidente americano, ma la manifestazione di una necessità strategica. Washington deve ridurre il costo della guerra europea senza concedere alla Russia una vittoria politica che ne rafforzi eccessivamente il peso internazionale e spera di evitare che la contrapposizione con Mosca si trasformi in un’alleanza ancora più stretta tra Russia e Cina. La diplomazia americana va quindi letta come un tentativo di recuperare margini di manovra.
Questo spiega anche perché Trump abbia difeso la partecipazione russa al G20 nonostante le proteste europee. Gli Stati Uniti possono permettersi di parlare con Mosca perché il loro obiettivo non è semplicemente “punire la Russia”, ma ridisegnare i rapporti di forza internazionali in modo favorevole agli interessi statunitensi.
Il paradosso più grave riguarda però i popoli europei. L’Unione Europea presenta il rafforzamento militare come necessità per la propria sicurezza, mentre una crescente quota di risorse pubbliche viene indirizzata verso armamenti. La guerra economica contro Mosca ha inoltre contribuito a interrompere o ridimensionare rapporti energetici e industriali che per decenni avevano rappresentato uno dei pilastri dello sviluppo europeo. Parallelamente, l’Europa deve finanziare l’Ucraina, ricostituire i propri arsenali e aumentare le capacità militari.
Se le risorse destinate alla spesa militare aumentano senza un corrispondente aumento della ricchezza prodotta, il conto tenderà a ricadere sulla fiscalità generale, sulla spesa sociale, sui salari reali e sugli investimenti civili. Il problema non è dunque semplicemente stabilire se l’Europa debba essere «più forte» militarmente, ma più forte per chi e contro chi. La borghesia industriale può trarre profitti dal riarmo; il complesso militare-industriale può vedere crescere commesse e investimenti; determinati gruppi finanziari possono beneficiare della riorganizzazione dei flussi di capitale. Per il lavoratore, invece, l’aumento delle spese militari si traduce in maggiori tasse, meno welfare, maggiore precarietà, compressione dei salari e politiche di austerità.
La crisi dell’alleanza occidentale non consiste dunque soltanto nei dissidi tra Trump, Bruxelles, Berlino e Parigi. È più profondamente la crisi di un sistema nel quale le borghesie europee, incapaci di costruire un’autonoma strategia continentale, oscillano tra la subordinazione agli Stati Uniti e il tentativo di costruire un proprio polo imperialistico, mentre scaricano progressivamente sui lavoratori i costi economici e sociali di questa competizione. Ed è precisamente qui che la questione internazionale diventa questione italiana.
- L’Italia davanti alla guerra: subordinazione strategica e costi sociali
Mentre le grandi potenze discutono, si riarmano e ridefiniscono le proprie alleanze, l’Italia occupa una posizione particolarmente esposta: non è una grande potenza autonoma capace di determinare gli equilibri internazionali, ma una potenza capitalistica di livello intermedio, inserita contemporaneamente nell’Unione Europea e nella NATO e caratterizzata da una forte dipendenza dagli Stati Uniti sul piano militare e strategico. Questa collocazione determina i margini entro i quali la politica estera italiana può muoversi finché rimane nel blocco borghese imperialista. Il governo Meloni ha scelto con chiarezza di rimanere all’interno di questo sistema di alleanze. Roma sostiene l’Ucraina, partecipa alla politica sanzionatoria contro la Russia e cerca contemporaneamente di mantenere un rapporto privilegiato con Washington.
La questione più importante riguarda la sovranità nazionale: l’Italia è uno dei principali nodi strategici dell’apparato militare occidentale: la sua posizione geografica la rende importante per le operazioni nel Mediterraneo, nei Balcani, nel Nord Africa e verso il Medio Oriente, mentre le sue infrastrutture militari sono integrate nel dispositivo atlantico. In caso di ulteriore escalation internazionale, il nostro Paese non sarebbe quindi un osservatore esterno. Data la sua importanza, l’impressione è che a oltre 80 anni dalla “Liberazione”, a Roma nessun governo possa installarsi senza il benestare di Washington e Bruxelles.
Pressante è poi la questione economica. Al vertice NATO dell’Aia del 2025, gli Stati membri hanno assunto l’impegno di portare entro il 2035 gli investimenti complessivi in difesa e sicurezza al 5% del PIL, di cui almeno il 3,5% destinato alle esigenze militari fondamentali e fino all’1,5% ad altre spese connesse alla sicurezza, alle infrastrutture e alla resilienza. Per l’Italia si tratta di un obiettivo estremamente impegnativo. Il Governo ha annunciato per il 2026 una spesa pari a circa il 2,8% del PIL secondo la definizione utilizzata nei rapporti con la NATO.
Il governo sta cercando di costruire gli strumenti finanziari per aumentare ulteriormente gli stanziamenti. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha annunciato ad agosto l’intenzione di utilizzare le clausole di flessibilità europee per destinare lo 0,9% del PIL aggiuntivo alla difesa e lo 0,6% alla sicurezza energetica. Il ricorso complessivo alla maggiore flessibilità potrebbe arrivare a circa 34 miliardi di euro. Parallelamente, l’Italia ha chiesto 8 miliardi di euro nell’ambito dello strumento europeo SAFE, che può arrivare complessivamente a 150 miliardi e che è stato concepito per sostenere gli investimenti nella difesa degli Stati membri. Roma potrebbe teoricamente accedere fino a 14,9 miliardi. Il riarmo non è quindi semplicemente una decisione militare, ma una scelta economica di lungo periodo: significa orientare una quantità crescente di risorse pubbliche verso armamenti, infrastrutture militari, sistemi d’arma, industria bellica, ricerca tecnologica a fini militari e approvvigionamenti strategici. In un’economia capitalistica, ogni scelta di bilancio stabilisce delle priorità nella destinazione della ricchezza prodotta dalla società.
L’Italia affronta questa trasformazione in una condizione tutt’altro che favorevole. La Commissione Europea prevede per il 2026 una crescita reale italiana appena dello 0,5%, mentre il rapporto debito/PIL è previsto salire dal 137,1% del 2025 al 138,5% nel 2026, per raggiungere il 139,2% nel 2027. Con esso crescerà anche la spesa per interessi sul debito pubblico, attestata a circa 90 miliardi di euro nel 2025 – oltre un terzo di questi va ad arricchire investitori stranieri (da Blackrock in giù), mentre solo il 14% è in mano alle famiglie italiane… Il problema diventa ancora più evidente se si considera la scelta di finanziare parte del riarmo attraverso nuovo indebitamento: Giorgetti ha ammesso che non sarà facile spiegare all’opinione pubblica questa scelta.
La contraddizione è quindi evidente: da una parte viene chiesto all’Italia di aumentare rapidamente le proprie spese militari per adeguarsi agli obiettivi NATO; dall’altra, lo stesso Paese deve rispettare vincoli di finanza pubblica, fronteggiare un debito superiore al 135% del PIL e fare i conti con una crescita economica estremamente debole. Da dove arriveranno le risorse?
Quando il governo parla di «sicurezza», il lavoratore italiano dovrebbe chiedere quale sicurezza sia concretamente in discussione: quella delle grandi industrie degli armamenti e delle imprese che ricevono commesse pubbliche, quella delle élite finanziarie internazionali, quella dell’apparato militare NATO oppure la sicurezza economica di chi vive del proprio salario?
Certo, il riarmo può effettivamente generare produzione, occupazione e innovazione tecnologica in determinati settori, ma questo non significa che migliori automaticamente le condizioni della classe lavoratrice nel suo complesso. In un Paese caratterizzato da crescita stagnante, debito elevato e difficoltà strutturali dell’apparato produttivo, l’aumento permanente delle spese militari accentua la concorrenza per risorse pubbliche già limitate. I grandi gruppi industriali beneficeranno dell’aumento delle commesse pubbliche e il settore finanziario dei nuovi strumenti di finanziamento; il lavoratore resterà invece chiamato a sostenere lo Stato attraverso un lavoro e una fiscalità sempre più pesanti.
- Una diversa politica estera è possibile
Per le ragioni fin qui presentate, la questione italiana non può essere ridotta all’alternativa fra «filorussi» e «filo-ucraini», né fra «pacifisti» e «bellicisti». Nonostante sia palese per chi scrive la progressività e la legittimità della posizione russa, occorre porre anzitutto una questione di sovranità. L’Italia deve avere il diritto di perseguire una propria politica estera, economica ed energetica sulla base dei propri interessi nazionali e popolari, anziché assumere automaticamente come propri gli interessi strategici di Washington o di Bruxelles. Ciò significa mettere in discussione la subordinazione alle strategie NATO, opporsi alla trasformazione dell’Europa in una gigantesca piattaforma di riarmo e rivendicare il diritto dell’Italia a commerciare e cooperare con tutti i Paesi del mondo. Significa soprattutto rifiutare l’idea che la nostra sicurezza passi da una corsa permanente agli armamenti.
La questione non si affronta con un generico pacifismo astratto. Il problema è quale classe controlli le decisioni fondamentali dello Stato e per quali interessi esse vengano prese. La guerra in Ucraina, le tensioni tra Stati Uniti e Cina, la crescita dei BRICS e della SCO, il riarmo europeo e il progressivo mutamento degli equilibri mondiali stanno aprendo una fase storica nella quale la collocazione internazionale dell’Italia tornerà inevitabilmente a essere una questione centrale.
Il nostro Paese può continuare a essere una pedina subordinata all’interno del dispositivo euro-atlantico, pagando con risorse pubbliche e sacrifici sociali il mantenimento di un ordine internazionale sempre più contestato. Oppure può rivendicare una politica estera fondata sulla sovranità nazionale, sulla cooperazione internazionale, sul disarmo e sulla pace, sottraendosi alla logica delle guerre per procura e della politica aggressiva dell’imperialismo occidentale. Per i lavoratori italiani non è una questione astratta di geopolitica. È una questione di salari, pensioni, servizi pubblici, energia, occupazione e futuro. Comprendere la trasformazione dell’ordine internazionale significa, oggi più che mai, comprendere anche la propria condizione sociale.
È un vero peccato che simili ragionamenti non esistano allo stato attuale, se non abbozzati in isolate personalità, nell’attuale bipolarismo parlamentare italiano, e certamente nemmeno in quel burattino costruito ad arte dagli americani che è Vannacci. La speranza è che le forze oggettivamente antimperialiste riconducibili alla frammentata sinistra di classe e alla confusa galassia delle forze “anti-sistema” e del “dissenso” possano unire le forze in un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale per costruire una nuova Repubblica esterna al recinto imperialista in cui siamo stati confinati.---
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