mercoledì 2 settembre 2026

Islanda: il No al referendum sull’Ue una vittoria straordinaria per la sovranità e il lavoro

 



 

Gianmarco Pisa

Autore: Gianmarco Pisa

Operatore e ricercatore di pace; saggista; responsabile Esteri PCUP

Com’è noto, l’Unione Europea ha annunciato un nuovo pacchetto di aiuti destinati all’Ucraina pari a 6.1 miliardi di euro, nell’ambito del mega-prestito di 90 miliardi già deliberato, per consentire al regime di Kiev di “rafforzare le proprie difese aeree” e soprattutto le capacità missilistiche e di produzione di munizioni, nel chiaro intento di sostenere lo sforzo bellico di Kiev, cercare di prolungare e incancrenire la guerra in corso, con l’illusoria speranza di provocare una sconfitta militare diretta della Federazione Russa, e proseguire, in definitiva, la guerra a oltranza, la guerra sino all’ultimo ucraino.

Le dichiarazioni della stessa Ursula von der Leyen non lasciano spazio a fraintendimenti o interpretazioni: «In occasione della Festa dell’Indipendenza, esprimiamo il nostro incrollabile sostegno all’Ucraina», di fatto, una vera e propria dichiarazione di guerra contro la Russia.

Il pacchetto complessivo stanziato dall’Unione Europea equivale a uno straordinario impegno bellico di natura finanziaria e rende evidente il coinvolgimento diretto dell’Unione Europea nella guerra contro la Russia: 90 miliardi, di cui 30 miliardi destinati al sostegno delle spese ordinarie dello stato ucraino (altrimenti in default, uno “stato fallito” a tutti gli effetti) e 60 miliardi in aiuti militari, dei quali circa 16 miliardi già approvati e 8.5 già erogati. L’Unione Europea, in altri termini, è sempre più intensamente e marcatamente sul sentiero di guerra, è protagonista di una escalation militare senza precedenti, e sta rovinosamente scaricando il prezzo di questa esposizione militare e finanziaria, e della conseguente crisi produttiva ed energetica che ne è scaturita, sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici europee. Sono già oggi chiarissimi i segni di questa crisi: chiusura di fabbriche e aziende e vero e proprio collasso delle piccole e piccolissime imprese e dell’artigianato che, risultano, evidentemente, i settori più colpiti; drastica riduzione degli investimenti produttivi; problemi nel sistema dell’energia, sia in relazione alle difficoltà negli approvvigionamenti, sia in relazione allo spaventoso aumento della bolletta energetica, sia per le aziende, sia per cittadini e famiglie; aumento dei prezzi ormai anche dei generi di prima necessità; tagli drastici alla spesa sociale e ulteriore smantellamento dello stato sociale.

Sono ben noti, in Italia, i casi più lampanti ed emblematici di crisi dei grandi attori produttivi: le centrali ENEL di Brindisi e Civitavecchia, e, in generale, la chiusura delle centrali a carbone, vero e proprio simbolo del fallimento delle politiche industriali della “transizione energetica” in Italia, anche questa fatta gravare interamente sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici; le Cartiere di Fabriano; la Prysmian di Battipaglia; la Trasnova; la Beko; la G&W Electric Foggia; l’Almaviva Contact; la Glencore di Portovesme, tutti casi di crisi produttiva, assenza di programmazione economica e politica industriale da parte del governo, fallimenti e licenziamenti. A livello nazionale appena lo scorso anno si contavano in Italia ben 96 aziende in crisi, per un totale di oltre 120 mila lavoratori interessati, senza contare le crisi di livello locale e regionale, con decine e decine di migliaia di altri lavoratori in condizioni drammatiche; un processo di vera e propria desertificazione industriale che riguarda anche e soprattutto comparti essenziali e strategici, come la chimica, la farmaceutica, la siderurgia (pensiamo al caso dell’ILVA), l’intera “filiera del bianco”, vale a dire l’industria degli elettrodomestici, di fatto scomparsa dal panorama produttivo italiano, il settore metalmeccanico e dell’auto.

Secondo dati Istat, ad agosto dello scorso anno l’indice della produzione industriale italiana è stato pari a 91.6 (la base di riferimento pari a 100 corrisponde al livello medio del 2021), il che significa che la produzione industriale è attualmente più bassa dell’8.4 per cento rispetto al 2021. Secondo dati Eurostat, negli ultimi 25 anni, tra il 2000 e il 2025, la produzione industriale in Italia è addirittura crollata in una misura pari a -23%, in media un punto percentuale di capacità produttiva perso ogni anno, peggio di Grecia, Spagna, Portogallo. Negli ultimi trent’anni, tra il 1995 e il 2025, la percentuale di occupati nel settore fondamentale della manifattura è passata dal 21% al 15%. Secondo dati della CGIA di Mestre, pesantissima è la situazione in Italia dell’artigianato: una riduzione delle attività nell’artigianato da 1.5 milioni di attività nel 2008 ad appena 1.2 milioni nel 2025, una perdita di posti di lavoro drammatica, da oltre 1.7 milioni a 1.3 milioni, con una flessione del 25% e la perdita di 434.000 posti di lavoro. Per non parlare delle conseguenze economiche dirette, in termini di carovita, dell’assenza di politica industriale e di continue spese per il riarmo e per la guerra: ad agosto 2026, l’inflazione è salita al 3.3% e secondo stime (Nomisma e altri) si annuncia un inverno duro per i lavoratori e le lavoratrici: le spese aumenteranno del 23% per le famiglie e del 54% per le imprese e rincari previsti ammonteranno a circa 250 euro in più a famiglia per i mesi invernali.

E di fronte alla crisi produttiva, al tracollo del sistema delle protezioni sociali, e all’impoverimento diffuso non solo di precari e disoccupati, ma anche dei lavoratori e delle lavoratrici, sempre dalla Commissione europea arriva la irricevibile “proposta” di “mobilitare” i risparmi faticosamente messi da parte dai cittadini a costo di rinunce e sacrifici: Ursula von der Leyen ha definito “inattivi” i 10 mila miliardi di euro (in realtà, secondo dati EBF, European Banking Federation, si tratta di 17 mila miliardi di euro) depositati nei conti bancari europei, annunciando, senza pudore e senza reticenze, che «l’Europa deve far lavorare questi risparmi per le nostre aziende». Non solo, dunque, il capitale europeo e le sue classi dirigenti puntano ad imporre tagli, sacrifici e disoccupazione; adesso puntano addirittura ai risparmi dei cittadini e dei lavoratori.

In breve: invece di un riorientamento strategico delle proprie politiche, della fine della guerra, e della riapertura dei canali politici, diplomatici ed economici con la Russia, l’Unione europea è a rischio energetico, vede il suo apparato produttivo fortemente compromesso, subisce un pesante deficit di investimenti, moltiplica povertà, precarietà e disoccupazione, e prova a uscirne con più guerra, più armi, e colpendo direttamente perfino i risparmi degli stessi cittadini europei. È una politica vergognosa e pericolosa.

È a partire da tutto ciò che occorre salutare la vittoria del NO al referendum in Islanda, con il popolo islandese che si è espresso contro l’Unione Europea, come un risultato importante e strategico, il cui messaggio politico andrà portato e tradotto anche in Italia e in tutti i Paesi dell’Unione europea. Si è trattato di un risultato straordinario a tutti gli effetti: un NO all’insegna e a difesa della sovranità nazionale, della sovranità democratica, della difesa delle produzioni strategiche e dei posti di lavoro nel Paese.

Anche in Italia, oggi più che mai, siamo impegnati per rafforzare tutti i percorsi di mobilitazione e di lotta coerentemente attivi sul fronte della difesa della sovranità nazionale e democratica, della difesa dell’apparato produttivo, delle produzioni strategiche e dei posti di lavoro, a difesa dei lavoratori, del salario e dei diritti. Ribadiamo il nostro impegno perché anche in Italia si apra una grande stagione di lotta, contro l’Unione Europea, per la chiusura delle basi Usa e Nato in Italia, per l’uscita dell’Italia dalla Nato, dall’UE e dall’euro, per la ripresa delle relazioni con la Russia e il consolidamento delle relazioni con la Cina, per una politica di alleanza e avvicinamento strategico alle piattaforme dei Brics e del mondo multipolare, per un futuro di pace con democrazia autentica e giustizia sociale, di cooperazione paritaria e di amicizia tra i popoli.

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