mercoledì 9 settembre 2026

Cavallo di Fuoco - La “legge” imperialista. Dopo Milošević, Karadžić e Mladić..+..tribunali speciali e giustizia.........!

 











La “legge” imperialista. Dopo Milošević, Karadžić e

 Mladić: tribunali speciali e giustizia internazionale

In allegato tutti i passaggi della “Sentenza Karadžić”, dalla quale emerge un’immagine di Milošević ben diversa da quella tratteggiata dalla propaganda occidentale.

Srebrenica (1) Immagine

La scomparsa di Ratko Mladić ha riportato in auge, finendo con il diventare anche un rilevante tema politico, il giudizio sulla sua figura e sul ruolo della Serbia nella lunga stagione delle guerre etnopolitiche e di secessione nazionale che hanno portato allo smembramento della Jugoslavia, la vicenda tragica di Srebrenica e il ruolo della giustizia internazionale alla luce dei processi contro alcune figure coinvolte nelle guerre nei Balcani.

Proprio quest’ultimo è, in termini generali, il tema politico più rilevante, perché si riferisce alle modalità di funzionamento del diritto e all’applicazione della giustizia internazionale e allude, nelle mutate condizioni storiche e geopolitiche, al cambiamento della scena del mondo e alla trasformazione dei paradigmi strategici.

Quello che è stato definito “internazionalismo giustizialista” era figlio della stagione storica degli anni Novanta, maturata dopo la fine della contrapposizione bipolare e caratterizzata dall’unipolarismo e dall’egemonia statunitense e occidentale. L’affermazione del Sud globale ha portato al cambio di paradigma rappresentato dall’emergente mondo multipolare e dalle sue innovative piattaforme, dai BRICS alla SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai), dalla EAEU (Unione Economica Euroasiatica) sino alla CSS (Confederazione degli Stati del Sahel).

Sui Tribunali ad hoc (da non confondere con la Corte Internazionale di Giustizia, né tantomeno con la Corte Penale Internazionale), vale a dire i Tribunali dell’Aja per la ex Jugoslavia e di Arusha per il Ruanda, istituiti dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha detto già tutto in buona sostanza, con sintesi potente, Danilo Zolo (della scuola intellettuale di Norberto Bobbio), di cui è opportuno riportare un passaggio di uno scritto pubblicato a suo tempo su “Jura Gentium”, Rivista di filosofia del diritto internazionale e della politica globale.

«Questi ‘Tribunali speciali’ hanno dato sinora pessima prova di sé. La loro legalità internazionale è stata contestata poiché il Consiglio di Sicurezza non aveva alcun titolo per creare organismi giudiziari ad hoc. Il Tribunale dell’Aja, in particolare, ha violato sia il principio di irretroattività del diritto penale, sia l’eguaglianza dei soggetti di fronte alla legge penale, come è riuscito a sostenere con buoni argomenti persino l’imputato eccellente Slobodan Milošević. Di più, questo tribunale è stato voluto dagli Stati Uniti ed è stato da essi lautamente finanziato, oltre che assistito dalla Nato sul piano investigativo e su quello militare. In cambio, la Nato ha ottenuto, con procedure giudiziarie senza precedenti, l’assoluzione delle sue conclamate responsabilità per i crimini commessi nei 78 giorni di bombardamenti della Jugoslavia durante la guerra del Kosovo».

Siamo quindi assai distanti, sia in termini di genesi sia in termini di legittimità internazionale, dalla Corte Internazionale di Giustizia e dalla Corte Penale Internazionale. La prima, la Corte Internazionale di Giustizia, è l’organismo giudiziario del sistema delle Nazioni Unite e ha il compito di dirimere le controversie fra Stati membri delle Nazioni Unite, dal momento che, in base al suo Statuto, «solo gli Stati possono essere parti nei processi davanti alla Corte» (art. 34). La seconda, la Corte Penale Internazionale, invece, è stata istituita su base pattizia a partire da un Trattato siglato tra Stati, lo Statuto di Roma (1998) della Corte, vi aderiscono attualmente 125 Paesi, e ha competenza, sulle persone fisiche, complementare agli Stati, vale a dire può intervenire, solo sulle responsabilità penali individuali, solo se gli Stati non intendono agire.

Inoltre, in base allo Statuto di Roma, secondo l’art. 1, la Corte Penale Internazionale esercita giurisdizione (esclusivamente sulle persone fisiche) relativamente alle fattispecie associate ai crimini più gravi di portata internazionale, vale a dire, come specificato nel successivo art. 5, genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimine di aggressione. Si tratta, in base allo Statuto, dei «crimini più gravi, motivo di allarme per la comunità internazionale», con ciò indicando il fatto che la gravità di tali crimini di portata internazionale è tale che il loro compimento può minacciare la pace e la sicurezza internazionale.

Nulla a che vedere con i c.d. Tribunali ad hoc. Anzitutto, essi sono istituiti con atto del Consiglio di Sicurezza, il Tribunale per l’ex-Jugoslavia, con sede all’Aja, con Risoluzione 827 (1993) e competenza sulle persone responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario commesse nel territorio dell’ex Jugoslavia dal 1991, il Tribunale per il Ruanda, con sede ad Arusha (Tanzania), con Risoluzione 955 (1994) e competenza sulle persone responsabili di genocidio e altre gravi violazioni del diritto internazionale umanitario commesse in Ruanda nel 1994. E però, tra le prerogative del Consiglio di Sicurezza non figura quella di istituire tribunali, ma solo, in base all’art. 29 della Carta, «organi sussidiari che ritenga necessari per l’adempimento delle sue funzioni».

In base alla Carta, infatti, «al fine di assicurare un’azione pronta ed efficace da parte delle Nazioni Unite, i Membri conferiscono al Consiglio di Sicurezza la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, e riconoscono che il Consiglio di Sicurezza, nell’adempiere i suoi compiti inerenti a tale responsabilità, agisce in loro nome» (art. 24.1), nonché «decidere quali misure, non implicanti l’impiego della forza, debbano essere adottate per dare effetto alle sue decisioni, e invitare i Membri ad applicare tali misure» (art. 41). Questo, nonché quanto previsto nel complesso dal Capo VI e dal Capo VII della Carta, indica che compito del Consiglio di Sicurezza è intraprendere tutte quelle misure, implicanti o meno l’uso della forza, volte a dirimere le controversie, tutelare la pace e la sicurezza internazionale, garantire il rispetto dei principi e degli scopi delle Nazioni Unite. Volendo istituire un parallelo con le costituzioni democratiche, come quella italiana, in base alla quale (art. 101) «La giustizia è amministrata in nome del popolo», ci si potrebbe chiedere, nel caso di tribunali istituiti dal Consiglio di Sicurezza (cinque Stati membri permanenti), quale sia il popolo.

Questi Tribunali ad hoc andrebbero quindi, piuttosto, considerati strumenti politici e non giuridici, e i processi e le sentenze cui hanno dato corso, non propriamente processi e sentenze giuridiche, bensì atti politici ricondotti ai compiti e alle prerogative del Consiglio di Sicurezza e ai principi e scopi della Carta delle Nazioni Unite. Non è sbagliato dunque dire che questi processi, imbastiti da questi Tribunali ad hoc, sono stati politici in buona sostanza, al netto del merito delle specifiche vicende sottoposte a “indagine” e a “processo”, proprio perché violano il principio giuridico del “giudice naturale precostituito per legge” e perché, evidentemente, “la selezione di quali conflitti perseguire e quali ignorare dipende in buona parte da rapporti di forza geopolitici”.

La disparità di trattamento e la violazione del principio fondamentale dell’eguaglianza dei soggetti di fronte alla legge penale sono due fattori decisivi che confermano le diverse obiezioni e gettano un’ombra assai estesa sull’applicazione di questi tribunali. Tra il 1994 e il 2004, il Tribunale ad hoc per l’ex Jugoslavia ha incriminato 161 persone, di cui 29 croati, 9 albanesi, 9 bosgnacchi, 2 macedoni, 2 montenegrini, altri di etnia non indicata o con accuse a loro carico ritirate, e ben 94 serbi, un numero sproporzionato, pari a più del 58% del totale. In questo elenco figurano condannati 18 croati, 5 bosgnacchi, 2 montenegrini, 1 macedone e 1 albanese, e ben 62 serbi, anche in questo caso un numero sproporzionatamente elevato.

Discutibile altresì la facoltà di tali tribunali di “giudicare”, con tali “giudizi” avvenuti in violazione dei principi basilari di eguaglianza e irretroattività del diritto penale (in quanto giudicavano fatti avvenuti prima della loro istituzione) e operando con il supporto logistico e operativo della Nato (non un soggetto terzo indipendente, bensì esattamente una delle parti in conflitto, a sua volta responsabile di gravi crimini nel teatro in questione).

Quanto alla fattispecie di genocidio, basti ricordarne la definizione in base alla norma, vale a dire la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (1948), in base alla quale (art. 2) «per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale [i corsivi esplicativi sono di chi scrive]: a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro».

Non è un caso che la Dichiarazione di condanna del crimine di Srebrenica, approvata dal Parlamento serbo il 31 marzo 2010, riferisca testualmente che «L’Assemblea nazionale della Repubblica di Serbia condanna fermamente il crimine commesso contro la popolazione bosgnacca a Srebrenica nel luglio del 1995, in base a quanto stabilito dalla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia, nonché tutti i processi e gli eventi sociali e politici che hanno portato a maturare la consapevolezza per cui il raggiungimento di obiettivi nazionali e personali possa avvenire attraverso l’uso della forza armata e della violenza fisica contro membri di altre nazioni e religioni, porgendo le proprie condoglianze e le proprie scuse alle famiglie delle vittime per non aver fatto tutto il possibile per prevenire la tragedia». Anche della tragedia delle vittime e del massacro di Srebrenica, gli Stati Uniti e le potenze occidentali hanno fatto un tetro terreno della propria campagna mediatica e della propria propaganda politica, oltre che di una vergognosa strategia di “doppio standard”.

Espressa in Consiglio di Sicurezza il 31 ottobre 2025, la posizione manifestata dalla Repubblica Popolare Cinese a riguardo è esemplare: «La risoluzione dell’Assemblea Generale che designa la giornata internazionale di commemorazione del genocidio di Srebrenica ha suscitato forti polemiche in Bosnia-Erzegovina, con i Paesi della regione e gli Stati membri interessati che hanno espresso forti obiezioni. Promuovere con la forza iniziative in seno alle Nazioni Unite non fa altro che esacerbare le tensioni etniche, ostacolare il processo di riconciliazione tra la Bosnia-Erzegovina e i suoi vicini regionali e minare la pace e la stabilità nei Balcani e in tutta Europa».

La stessa posizione esprime pieno «rispetto per la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale della Bosnia-Erzegovina e il diritto del suo popolo di determinare il proprio futuro, incoraggiando i tre principali gruppi etnici a proseguire il dialogo e la consultazione con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo e migliorare il benessere della popolazione, nonché a sostenere congiuntamente la stabilità politica e sociale del Paese».

Allegato

Estratti da:

VERSIONE PUBBLICA DELLA SENTENZA EMESSA IL 24 MARZO 2016

VOLUME I DI IV

PUBBLICO MINISTERO contro RADOVAN KARADŽIĆ

Tribunale internazionale per il perseguimento delle persone responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario commesse nel territorio dell’ex Jugoslavia dal 1991.

Caso: IT-95-5/18-T

Data: 24 marzo 2016

Pagg. 1-2590

Premessa. Com’è noto Slobodan Milošević (Požarevac, 20 agosto 1941 – L’Aia, 11 marzo 2006) è morto nel carcere del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia a Scheveningen, presso l’Aja, dove era stato tradotto il 28 giugno 2001, su decisione del governo serbo dell’epoca, di orientamento liberista, filo UE e filo NATO, guidato da Zoran Djindjić, nonostante la contrarietà e l’opposizione di gran parte dell’opinione pubblica serba. Poco prima della morte, Milošević stesso aveva espresso la seria preoccupazione di essere avvelenato in carcere. Il 12 gennaio 2006, due mesi prima della morte, nelle analisi del sangue di Milošević era stato rilevato l’antibiotico Rifampicina, non prescritto dai medici del carcere, ordinariamente usato per la tubercolosi e la lebbra e capace di neutralizzare l’effetto dei farmaci che Milošević assumeva per la pressione alta e la grave cardiopatia di cui soffriva. Nel febbraio 2006, Milošević aveva richiesto formale autorizzazione per potersi trasferire temporaneamente a Mosca, presso il centro cardiovascolare specializzato Bakulev, per ricevere trattamenti ulteriori e adeguati. La Corte ha respinto la richiesta adducendo timori legati a un ipotetico rischio di fuga, nonostante le garanzie formali ampiamente e ufficialmente offerte dal governo dell’epoca della Federazione Russa. Come conseguenza del decesso in carcere, avvenuto a dibattimento in corso, il processo si è estinto il 14 marzo 2006 e non è stato emesso alcun verdetto di colpevolezza o di innocenza. Il processo era iniziato più di quattro anni prima, il 12 febbraio del 2002, e si era protratto non solo per le difficoltà procedurali ma anche e soprattutto per la solida difesa dell’ex presidente jugoslavo. Nella sentenza (24 marzo 2016) emessa a carico di Radovan Karadžić, nel processo che lo ha visto imputato all’Aja, in numerosi passaggi si fa riferimento a Slobodan Milošević e, in particolare, alle sue posizioni e iniziative negli anni del conflitto.

Nei passaggi che seguono la designazione “imputato” è sostituita per comodità di lettura con il cognome in questione, Karadžić.

  1. 138, nota 1152:

Herbert Okun, P776 (Trascrizione del procedimento del pubblico ministero contro Krajišnik), T. 4238. Okun ha testimoniato che uno degli obiettivi dei serbi di Bosnia era quello di avere il potere di veto su qualsiasi azione del governo centrale della Bosnia-Erzegovina e che, in un incontro del 6 gennaio 1993 con Slobodan Milošević a Belgrado, Milošević ha dichiarato di aver parlato con Karadžić e con Krajišnik, i quali volevano che la regola del consenso si applicasse a tutte le questioni. Slobodan Milošević ha affermato che avrebbe fatto tutto il possibile per convincere Karadžić ad accettare il Piano Vance-Owen. Herbert Okun, P776 (Trascrizione del procedimento del pubblico ministero contro Krajišnik), T. 4238; P789 (Sesto quaderno del diario ICFY di Herbert Okun), e-court p. 26; P4221 (Estratto dal rapporto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, 16 novembre 1993). Momir Bulatović ha affermato che, a partire dal 1993, iniziò a svilupparsi una spaccatura tra la leadership serbo-bosniaca e la Repubblica Federale di Jugoslavia a causa di una divergenza di opinioni sui piani di pace proposti. Bulatović ha dichiarato che la Repubblica Federale di Jugoslavia voleva che la guerra finisse a tutti i costi e che i piani di pace venissero accettati, ma la leadership serbo-bosniaca si opponeva a ciò. D3051 (Dichiarazione testimoniale di Momir Bulatović del 25 febbraio 2013), par. 42.

  1. 1021-1022, parr. 2644-2646
  2. Nel maggio 1991, Slobodan Milošević disse a Karadžić che la posizione doveva essere quella di essere contrari alla secessione e di volere che la Bosnia-Erzegovina rimanesse entro la Jugoslavia, cosa a cui Karadžić acconsentì. […]
  3. In altre conversazioni, Slobodan Milošević disse a Karadžić che i serbi non si sarebbero divisi in molti stati e che questa “avrebbe dovuto essere la premessa fondamentale del suo pensiero”. Chiese inoltre chi potesse “portare il popolo serbo fuori dalla Jugoslavia contro la sua volontà”, al che Karadžić rispose che era importante sottolineare che i confini erano stati creati artificialmente da Tito e non seguivano un “principio etnico [o] storico”.
  4. Nel luglio 1991, Milošević incoraggiò gli incontri tra serbi e musulmani perché la popolazione non voleva la guerra. Karadžić si è dichiarato d’accordo, ma ha affermato che era Izetbegović a preparare la guerra civile e ha suggerito di “lasciare che ognuno si palesasse: chi non vuole un accordo con i serbi ovviamente vuole una disputa con i serbi”. Milošević ha chiarito che proponevano “nient’altro che una Bosnia integra, alla pari delle altre repubbliche della Jugoslavia”. Karadžić ha ribadito di voler instaurare forti legami con la Jugoslavia e che, se i musulmani bosniaci si fossero rifiutati, l’alternativa sarebbe stata la guerra. Ciò è stato confermato in una conversazione intercettata verso la fine del conflitto, in cui Karadžić e Krajišnik hanno parlato del fatto che avevano intrapreso la guerra perché non accettavano la Bosnia-Erzegovina “integra e separata dalla Jugoslavia”.
  5. 1035, par. 2684

Slobodan Milošević incoraggiò Karadžić a parlare con Izetbegović per spiegargli la posizione dei serbi bosniaci, ma Karadžić rispose che Izetbegović era un fanatico religioso con cui non si poteva parlare. Quando Milošević gli chiese se avrebbe dovuto parlare con Izetbegović, Karadžić rispose che avrebbe potuto dirgli “Karadžić e gli altri non rinunceranno a istituire un’Assemblea e organi istituzionali paralleli” e che l'”Assemblea serba” avrebbe deciso cosa dovesse essere rispettato e cosa no.

  1. 1035, par. 2685

Milošević ha messo in dubbio l’opportunità di ricorrere a “un atto illegittimo in risposta a un altro atto illegittimo” e ha contestato la legalità della formazione di un’Assemblea dei serbi di Bosnia. Tuttavia, gli imputati hanno respinto tali obiezioni, sottolineando l’illegalità delle misure adottate dai musulmani bosniaci e l’importanza degli interessi dei serbi di Bosnia. Gli imputati hanno ribadito di detenere il potere in 37 comuni e di avere una maggioranza relativa in circa 10 comuni, e che non avrebbero attuato “nessuna delle loro decisioni” poiché queste li stavano conducendo alla secessione dalla Jugoslavia.

  1. 1036, par. 2687

Slobodan Milošević espresse le sue riserve sul fatto che un’Assemblea serbo-bosniaca potesse escludere i musulmani che erano “a favore della Jugoslavia”, ma l’accusato replicò: “Non ce ne sono, Presidente! Nemmeno il 10% […]. Non possiamo correre rischi per quel 10%! È fuori discussione! Il popolo serbo vuole una situazione chiara. Non possiamo più fingere. Ci hanno distrutti, dobbiamo reagire. Non possiamo semplicemente mobilitare il popolo per niente”.

  1. 1037, par. 2691

Nel dicembre 1991, Milošević disse a Karadžić che non doveva cedere a Izetbegović e che dovevano rimanere fermi sulla loro posizione, aggiungendo che “se vogliono combattere, combatteremo”, dato che i serbi erano più forti. Parlarono anche dell’incostituzionalità della decisione che modificava lo status della Bosnia-Erzegovina.

  1. 1044, parr. 2710-2711
  2. La conversazione con Milošević nell’ottobre del 1991 è altrettanto istruttiva, in quanto dimostra che Karadžić prevedeva di agire in modo tale che i serbi di Bosnia acquisissero piena autorità nei territori a loro appartenenti, creando di fatto una situazione che impedisse loro di vivere nello stesso Stato dei musulmani di Bosnia, formando istituzioni e strutture parallele e separate. Da questa conversazione emerge chiaramente che Milošević stava cercando di adottare un approccio più cauto, mentre Karadžić era irremovibile sul suo obiettivo: acquisire piena autorità nei propri territori, il che avrebbe significato che Izetbegović non avrebbe più controllato il 65% della Bosnia-Erzegovina, e proclamare la creazione di una Assemblea dei serbi di Bosnia.
  3. La Camera rileva inoltre che, mentre Milošević aveva espresso riserve sull’esclusione dei musulmani bosniaci, Karadžić era irremovibile sul fatto che nemmeno il 10% dei musulmani bosniaci sostenesse la Jugoslavia e che non si poteva correre un simile rischio. Karadžić parlò anche chiaramente delle misure che i serbi bosniaci avrebbero adottato per stabilire autorità e controllo sui territori da loro rivendicati e che i serbi bosniaci si sarebbero attivati verso la mobilitazione. […]
  4. 1061, par. 2761

Slobodan Milošević ha espresso l’opinione che, se non ci fosse stata la guerra, i cambiamenti su base etnica non si sarebbero verificati, mentre adesso si erano effettivamente verificati cambiamenti basati sul principio etnico.

  1. 1192, par. 3137

Inoltre, durante una sessione del 23 agosto 1995 con la leadership della Repubblica Federale di Jugoslavia, nel corso della quale Slobodan Milošević tentò di fare pressione su Mladić affinché sostenesse la pace e rilasciasse una dichiarazione contraria alla posizione di Karadžić in quel momento, Mladić si rifiutò e dichiarò invece che avrebbe lasciato la questione ai politici, in quanto era “solo un soldato del popolo” e “non un rappresentante eletto”.

  1. 1192, nota 10147

P2567 (Nota della 42a sessione della SDC FRY, 23 agosto 1995), pp. 2, 5–6. Vedi anche D3681 (Intercettazione di una conversazione tra Slobodan Milošević e Ratko Mladić, senza data), p. 4 (durante la quale Milošević dice a Mladić che “purtroppo avete una leadership politica completamente folle, che vi sta trascinando alla morte”, al che Mladić risponde che a lui interessa il popolo e non “questo o quell’individuo di una qualsiasi leadership qui”).

  1. 1235, par. 3275

Esisteva uno stretto legame tra le autorità di Pale e Belgrado, e la leadership serbo-bosniaca si consultava con Belgrado sugli sviluppi in Bosnia-Erzegovina. I punti di discussione includevano: (i) l’opposizione alla secessione della Bosnia-Erzegovina e il desiderio di rimanere parte della Jugoslavia; (ii) l’opposizione alla creazione di uno Stato islamico; (iii) i negoziati politici; (iv) la regionalizzazione; (v) gli sviluppi in Croazia e Slovenia; (vi) preparativi militari, compresa la mobilitazione della popolazione serba e la fornitura di armi; (vii) sviluppi nella Krajina; e (viii) questioni relative al riconoscimento dell’indipendenza della Bosnia-Erzegovina.

  1. 1238, par. 3277
  2. La Camera ha constatato che, sulla base di una conversazione tra Karadžić e Milošević del 24 ottobre 1991, era chiaro che Slobodan Milošević stava cercando di adottare un approccio più cauto, mentre Karadžić era irremovibile sul fatto che l’obiettivo della leadership serbo-bosniaca fosse quello di garantire la piena autorità sui propri territori e di proclamare una propria Assemblea serbo-bosniaca. La Camera ha inoltre constatato che, mentre Milošević esprimeva riserve sull’esclusione dei musulmani bosniaci, Karadžić era irremovibile sul fatto che nemmeno il 10% dei musulmani bosniaci sostenesse la Jugoslavia e che non si potesse correre un simile rischio.
  3. 1240, par. 3283
  4. Nel maggio del 1993, Slobodan Milošević si rivolse all’Assemblea dei serbi di Bosnia e confermò la solidarietà della Serbia con i serbi di Bosnia, ma sottolineò che l’assemblea avrebbe dovuto accettare il Piano di pace Vance-Owen per evitare le disastrose conseguenze del proseguimento della guerra. Riconobbe che la guerra era stata imposta ai serbi, i quali si erano semplicemente difesi. […                  1241, par. 328
  5. In un incontro a Belgrado il 15 marzo 1994, a cui parteciparono Stanišić, Martić, Mladić e Karadžić, Slobodan Milošević dichiarò che “tutti i membri di altre nazioni ed etnie devono essere protetti” e che “l’interesse nazionale dei serbi non è la discriminazione”.
  6. 1241, par. 3290

La Camera osserva che, sebbene inizialmente Milošević avesse interessi simili a quelli dei serbi bosniaci, quando questi interessi iniziarono a divergere, anche la sua influenza sui leader serbi bosniaci diminuì. Milošević mise inoltre in dubbio che il mondo avrebbe accettato che i serbi bosniaci, che rappresentavano solo un terzo della popolazione della Bosnia-Erzegovina, ottenessero più del 50% del territorio e incoraggiò un accordo politico. Affermò che i serbi avevano vinto la guerra e che nella Republika Srpska c’era “praticamente nessun” musulmano bosniaco. Nell’agosto del 1994, i leader serbi criticarono i leader serbi bosniaci per aver commesso “crimini contro l’umanità” e per aver continuato la “pulizia etnica” e la guerra per i propri scopi.

  1. 1243, par. 3293

Durante un incontro tenutosi il 20 settembre 1994 con Mladić, Perišić e altri, Milošević sottolineò che c’era stata una rottura tra Pale e Belgrado e ricordò loro che la politica serba veniva definita a Belgrado, non a Pale. Dichiarò che la guerra doveva finire e che il più grande errore dei serbi bosniaci era stato quello di volere una sconfitta completa dei musulmani bosniaci.

  1. 1245, par. 3297

Milošević ha detto alla leadership serbo-bosniaca che non avevano diritto a più della metà del territorio in Bosnia-Erzegovina, affermando: “Non c’è modo che ci appartenga più di metà! Perché rappresentiamo un terzo della popolazione. […] Non abbiamo diritto a più della metà del territorio: non dovete imporre qualcosa che appartiene a qualcun altro! […] Come potete immaginare che due terzi della popolazione siano ammassati nel 30% del territorio, e addirittura per voi il 50% sarebbe troppo poco? È umano? È giusto?”.

  1. 1903, par. 4669

Il 28 novembre 1995, durante una riunione a Belgrado, Slobodan Milošević espresse preoccupazione per il comportamento di Mladić e riferì agli altri presenti quanto segue: “Mladić ha dichiarato due giorni fa: ‘Non cederemo ciò che appartiene ai serbi, Sarajevo appartiene ai serbi’. “Per favore, quando è stato in questo secolo che i serbi erano la maggioranza a Sarajevo? Quando? […] Hanno ottenuto una parte di Sarajevo, la parte sud-orientale; hanno chiesto che l’intero distretto di Sarajevo fosse completamente separato, e il distretto di Sarajevo comprende il comune di Pale […] abbiamo separato Pale, poi Lukavica, Vrace, Vojkovići, poi giù verso Trnovo, e la parte rimanente, dove i musulmani costituiscono una vasta maggioranza”.

  1. 1303, par. 3460

Per quanto riguarda le prove presentate in questo caso in relazione a Slobodan Milošević, la Camera ricorda che egli condivideva e appoggiava l’obiettivo politico di Karadžić e della leadership serbo-bosniaca di preservare la Jugoslavia e impedire la separazione o l’indipendenza della Bosnia-Erzegovina, e che ha collaborato strettamente con l’imputato in quel periodo. La Camera ricorda inoltre che Milošević ha fornito assistenza ai serbi di Bosnia sotto forma di personale, rifornimenti e armi durante il conflitto.

Tuttavia, sulla base delle prove presentate alla Camera in merito agli interessi divergenti emersi tra le leadership serbo-bosniaca e serba durante il conflitto e, in particolare, alle ripetute critiche e disapprovazioni di Milošević nei confronti delle politiche e delle decisioni prese da Karadžić e dalla leadership serbo-bosniaca, la Camera non ritiene che vi siano prove sufficienti in questo caso per concludere che Slobodan Milošević fosse d’accordo con il presunto piano criminale comune.

  1. 1303, nota 11027

La Camera rileva che i rapporti tra Milošević e Karadžić si erano deteriorati a partire dal 1992; nel 1994, non erano più d’accordo su una linea d’azione da intraprendere. Inoltre, già a partire dal marzo 1992, si erano manifestati evidenti dissidi tra Karadžić e Milošević durante gli incontri con i rappresentanti internazionali, nei quali Milošević e altri leader serbi criticavano apertamente i leader serbo-bosniaci per aver commesso “crimini contro l’umanità”, “pulizia etnica” e per aver condotto la guerra per i propri scopi.

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Il documento integrale è scaricabile qui:

https://www.icty.org/x/cases/karadzic/tjug/en/160324_judgement.pdf

Immagine: Thomas Wolf, International Criminal Court in The Hague, Netherlands, CC BY-SA 3.0 de, via Wikimedia Commons.

 

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