Esteri
Nuovo capitolo nell’escalation informativa che sta tempestando l’opinione pubblica europea ogni giorno con nuovi capitoli, sempre più frequenti e dal tono sempre più incalzante.
Dopo il Guardian che, citando fonti delle intelligence europee, avverte che una guerra con la Russia potrebbe scatenarsi in mesi, non in anni, e dopo le notizie continue di supposti sconfinamenti di droni e altri mezzi all’interno dei confini NATO (solo di ieri la notizia dell’elicottero in Polonia), oggi è il turno di El Mundo (aspettiamo con ansia gli scoop del Corriere della Sera o di Repubblica: o dobbiamo sempre essere il fanalino di coda anche nella propaganda?).La Russia starebbe preparando attacchi con droni contro Spagna, Francia e Italia, e questa volta la minaccia arriverebbe dal mare (sentite come suona poetico: “la minaccia vien dal mare, e sotto il maestrale urla e biancheggia lo zar“). È quanto scrive appunto il quotidiano spagnolo El Mundo, rilanciato stamattina dalle agenzie italiane. Secondo il giornale, la Cia avrebbe raccolto informazioni sui piani di escalation del Cremlino e le avrebbe condivise con diversi governi europei. Curioso che queste intelligence parlino sempre con i giornali e (forse) con i governi. A noi non è dato vedere e leggere niente. È una questione di fede.
Cosa scrive El Mundo, e cosa non scrive
Il cuore della ricostruzione è semplice. Dopo le incursioni sul fianco orientale della Nato, Mosca sposterebbe il baricentro verso sud, sui Paesi mediterranei. Le piattaforme di lancio sarebbero marittime.
Tutto il resto manca. Non ci sono nomi, date, obiettivi precisi né riscontri verificabili. Non si sa quali governi abbiano ricevuto le informazioni, né come le abbiano valutate. Al momento non risultano conferme ufficiali da Washington, Roma, Parigi o Madrid.
Un servizio segreto passa informazioni a un quotidiano (ma chi passa le informazioni al servizio segreto? La risposta non è scontata), il quotidiano la pubblica, le agenzie le moltiplicano, gli altri quotidiani le riprendono, poi arrivano i telegiornali e i talk show. In poche ore un’ipotesi anonima diventa titolo di apertura e poi senso comune. Nessuno verifica niente, ben inteso: dobbiamo tutti fidarci di una fonte anonima rilanciata da un solo quotidiano in un paese a turno. Non significa che sia per forza falsa. Significa che va pesata, e pesata bene.
Il contesto: dalla guerra in Ucraina ai droni sul fianco est
Per capire come siamo arrivati qui bisogna risalire oltre l’invasione russa del febbraio 2022 e interrogarsi su ciò che accadde in Ucraina tra il 2013 e il 2014. La rappresentazione di piazza Maidan come una semplice sollevazione democratica lascia sullo sfondo gli interessi delle potenze occidentali e il ruolo delle organizzazioni finanziate dall’estero. La fondazione ucraina della rete di George Soros sosteneva da anni la società civile e il suo orientamento europeo: un’attività dichiarata, che merita di essere considerata quando si ricostruisce il contesto politico della protesta. La telefonata intercettata tra Victoria Nuland e l’ambasciatore Geoffrey Pyatt, nella quale i due discutevano dei possibili protagonisti del futuro governo, mostra quanto anche Washington fosse interessata a influenzare l’esito della crisi.
Alla caduta di Yanukovych seguirono l’annessione russa della Crimea e la guerra nel Donbass. Non vanno dimenticati il ruolo dei battaglioni volontari, le componenti neonaziste presenti nelle origini di Azov e gli abusi contro la popolazione civile. Amnesty International documentò sequestri, detenzioni illegali, maltrattamenti, estorsioni e possibili esecuzioni attribuiti a membri di Aidar, ravvisando in alcuni episodi possibili crimini di guerra. Erano responsabilità concrete, da affiancare a quelle documentate sul fronte separatista, senza cancellarle in nome dell’appartenenza geopolitica.
In questo scenario si inserì il caso Hunter Biden, entrato nel consiglio di amministrazione della società energetica ucraina Burisma nel 2014, mentre suo padre, vicepresidente degli Stati Uniti, seguiva il dossier ucraino. Una sovrapposizione tra interessi familiari, affari e politica estera che sollevò evidenti interrogativi sul conflitto d’interessi e sulla credibilità della retorica anticorruzione americana.
Zelensky arrivò alla presidenza cinque anni dopo Maidan, nel 2019, battendo Poroshenko alle elezioni. Era un attore e comico divenuto celebre interpretando un presidente nella serie Servant of the People: un passaggio dalla finzione televisiva al potere che rende legittimo interrogarsi sul peso dell’immagine e della costruzione mediatica nella sua ascesa.
Nel frattempo, gli accordi di Minsk del 2014 e del 2015 avevano promesso un cessate il fuoco e una soluzione politica per il Donbass. Le promesse rimasero largamente sulla carta: armi pesanti ancora schierate, violazioni su entrambi i lati del fronte e negoziati incapaci di sbloccare il percorso politico. Chi vuole comprendere il disastro deve guardare anche a questi anni di diplomazia fallita, agli abusi e agli interessi esterni. L’invasione ordinata da Mosca nel febbraio 2022 arriva dopo una lunga storia.
Nel frattempo ci sono state le tensioni con l’Iran, le battaglie per le terre rare (di cui l’Ucraina è piena), l’ascesa industriale ed economica della Cina, la guerra in Iran, l’alleanza militare tra la Cina e la Russia sempre più salda, il conflitto in medio oriente, le stragi in Israele/Gaza e così via, con la progressiva perdita di influenza in ogni fattore produttivo dell’Unione Europea, dalle fabbriche di automobili alla battaglia persa sull’intelligenza artificiale. E quando qualcuno perde, non resta che l’economia di guerra.
L’anno scorso la tensione si è spostata sui cieli europei. Droni caduti in Polonia, jet russi accusati di aver violato lo spazio aereo estone, avvistamenti sopra gli aeroporti danesi. Poi droni avvistati sui principali aeroporti europei, scali sospesi e così via (non è una novità, insomma). La Nato ha risposto rafforzando la sorveglianza sul fianco orientale e l’Unione Europea a suon di piani da centinaia di miliardi per il riarmo. Mosca ha sempre respinto ogni responsabilità, parlando di provocazioni e di isteria antirussa.
In questa narrazione, episodi talvolta surreali, come notizie su sciami di droni russi che poi erano uccelli. Si reagisce a una minaccia reale o si costruisce un clima?
Torniamo alla CIA e a El Mundo
L’ipotesi dei lanci dal mare non nasce nel vuoto. L’anno scorso alcuni governi europei hanno messo sotto osservazione le petroliere della cosiddetta flotta ombra, che trasporta greggio russo aggirando le sanzioni. Il sospetto era che potessero fungere da basi mobili per i droni.
L’Italia è il Paese più esposto per geografia. Ha migliaia di chilometri di costa, basi strategiche come Sigonella e una posizione centrale nel Mediterraneo. Di fronte c’è la Libia, dove la presenza russa in Cirenaica è documentata da anni. Se questo scenario avesse un fondamento, riguarderebbe noi più di chiunque altro.
L’escalation della narrazione
Questi allarmi continui sono indubbiamente parte di una campagna occidentale per giustificare il riarmo europeo e compattare le opinioni pubbliche. Ma se vogliamo guardare ai fatti, è la Nato ad avanzare verso i confini russi, non il contrario.
Il punto non è solo cosa dice El Mundo, ma la serie in cui questa notizia si inserisce. Ieri il Guardian, oggi El Mundo, domani qualcun altro. Ogni giorno un allarme, ogni giorno un fronte nuovo. Difficile non vedere una direzione comune, quella di rappresentare una guerra con la Russia come qualcosa di inevitabile.
Non lo dicono solo i giornali. Da mesi le intelligence europee diffondono stime sempre più ravvicinate. Quella danese parlava di una possibile guerra locale nel giro di pochi mesi. Quella tedesca indicava la fine del decennio come orizzonte per un attacco alla Nato. Oggi c’è chi parla di mesi, non più di anni.
Intanto le scelte politiche seguono il copione. C’è il piano europeo di riarmo da centinaia di miliardi e c’è l’obiettivo Nato del 5% del Pil in spesa per la difesa (ricordate Ankara, quest’estate?). Sono soldi che vengono tolti a sanità, scuola e welfare e finiscono spesso dall’altra parte dell’oceano, nonostante si dica il contrario.
Dove porta l’escalation della propaganda di guerra
I media stanno facendo il loro lavoro di preparazione psicologica. Stanno accompagnando l’opinione pubblica passo dopo passo verso l’accettazione di un conflitto che deve apparire come sacrosanto e inevitabile.
I cittadini devono esserne consapevoli e prepararsi. Con informazione, spirito critico e pretendendo (per quanto possibile) trasparenza. Se la guerra (che, dati i molti fronti caldi aperti nel mondo, non può che essere mondiale) fosse davvero a pochi mesi di distanza, perché dovremmo venirlo a sapere dal Guardian?
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