Russia: elezioni, vittoria di Putin, ruolo
del Partito Comunista (KPRF), fascismo
ucraino e russofobia dell’Occidente.


Autrice: Marinella Mondaini
Filologa, Ricercatrice presso l’Università di Mosca, giornalista e traduttrice in italiano della grande poesia russa
Mentre scrivo questo articolo, nella Federazione Russa si sono da poco concluse le elezioni per il rinnovo dei deputati della IX Legislatura della Duma di Stato, il Parlamento della Russia.
Dopo l’esame dei reclami e dei ricorsi da parte delle commissioni regionali e un’ulteriore verifica dei risultati, oggi, 25 settembre 2026, la presidente della Commissione Elettorale Centrale della Federazione Russa, Ella Pamfilova, ha annunciato i risultati definitivi.In termini percentuali, il Partito di governo “Russia Unita” (partito “contenitore”, di centro, guidato da Dmitrij Medvedev) è in testa avendo ottenuto il 58,21% dei voti. Il Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF, guidato da Gennadij Zjuganov) si è classificato secondo con il 13,47%. Il Partito “Liberal Democratico della Russia” (LDPR) ha completato il podio con l’8,88%. Anche il Partito “Gente Nuova” ha superato la soglia necessaria con il 7,82% e il Partito «Russia Giusta» (i Socialisti) con il 5,34%.
Il partito “Rodina” ha ricevuto lo 0,71% dei voti.
Gli altri gruppi politici non sono riusciti a raccogliere voti a sufficienza.
La questione principale, ovviamente, è quanti mandati abbiano ottenuto i partiti a seguito delle elezioni. Il quadro è cambiato un po’ dai dati preliminari del 21 settembre. Ed è cambiato in modo significativo rispetto alle elezioni del 2021. Analizziamo la distribuzione finale dei mandati e confrontiamola con i risultati delle elezioni dell’VIII Duma di Stato:
“Russia Unita” ha ottenuto 349 seggi (su 450): 140 nel distretto federale e 209 (su 225) nei collegi uninominali. Nell’ottava legislatura, Russia Unita aveva 324 seggi.
Partito Comunista della Federazione Russa 37 seggi, 32 dalle liste di partito, 5 dai collegi elettorali. Si tratta di 20 seggi in meno rispetto all’ottava legislatura – nel 2021 aveva 57 seggi.
Partito “Liberal Democratico” 23 seggi, 21 dal voto federale e 2 dai collegi elettorali. Si tratta di un leggero aumento: nella precedente Duma di Stato, i Liberal Democratici avevano 21 seggi.
Partito “Gente Nuova” 19 seggi, tutti nella circoscrizione federale. Si tratta di un considerevole aumento: il gruppo parlamentare è quasi raddoppiato, dato che nell’ottava legislatura aveva solo 13 seggi.
Partito “Russia Giusta” 17 seggi, 13 dalle liste e 4 in circoscrizioni uninominali. Il calo più significativo si registra qui: nell’ottava legislatura, il partito aveva 27 seggi.
Il partito «Rodina» – 1 seggio nei collegi elettorali, risultato stabile: anche nell’ottava legislatura ne aveva uno.
Candidati indipendenti – 4 seggi; nell’ottava legislatura erano 5.
Tra i gruppi che non sono riusciti a ottenere seggi in parlamento, il “Partito dei Pensionati”, che ha registrato il miglior risultato, ottenendo l’1,96%. Il “Partito dei Verdi” ha ottenuto l’1,15%, mentre i Comunisti di Russia hanno raccolto lo 0,84%. Il Partito “Democrazia Diretta” lo 0,35%.
L’affluenza complessiva è stata del 59,80% degli elettori, un record per le elezioni parlamentari, ossia 67,45 milioni di russi hanno votato per eleggere la composizione della Camera bassa del Parlamento.
Nel voto elettronico a distanza l’affluenza si è attestata al 90,88%. I cittadini russi all’estero hanno potuto esercitare il loro diritto costituzionale, grazie a 333 seggi elettorali aperti in 152 paesi stranieri.
Ella Pamfilova ha reso noto che in 12 regioni, in 20 seggi, sono state dichiarate nulle 36.850 schede elettorali. Sono stati rilevati due casi di brogli elettorali. Non sono stati registrati casi di non riconoscimento dei risultati a livello di seggio.
Secondo la Commissione Elettorale Centrale, la nuova Duma è più giovane della precedente: l’età media dei deputati è di 53 anni, mentre prima era di 57. Quasi la metà di loro sono volti nuovi.
Una significativa novità è che il 10% della Camera bassa del Parlamento lo compongono i veterani dell’Operazione Militare Speciale. Si tratta di 46 ex combattenti: 41 di Russia Unita, tre dei Liberaldemocratici, uno di Russia Giusta e uno indipendente. Tra loro molti “Eroi della Russia”, che si sono distinti sul campo di battaglia per particolari atti di coraggio e abnegazione. Questo fatto è certamente molto importante in tempo di guerra, i giornalisti russi scrivono che “in politica è arrivato il tempo degli Eroi”.
I veterani saranno la «nuova élite» politica russa, si dice in Russia, perché hanno dimostrato con il sangue la loro fedeltà alla Patria e sono rispettati dal popolo per onestà e pulizia morale. Un Paese in guerra ha bisogno di legislatori che capiscano cosa sta succedendo e la loro esperienza servirà alla Russia per superare le future crisi nel migliore dei modi.
L’entrata dei veterani in politica ha colpito molto i detrattori occidentali della Russia, come dimostrano le reazioni avvelenate sulla stampa italiana, e anche quel pugno di traditori liberali che hanno abbandonato la Patria nel 2022 quando è stata decisa l’Operazione Militare per salvare le popolazioni del Donbass dal genocidio.
Il voto a distanza si è svolto in 33 regioni, con la partecipazione di circa 7 milioni di persone. L’elettrice più anziana ad aver votato tramite computer è stata Anna Ivanovna Andrianova, di 107 anni.
La Pamfilova ha definito questa campagna “una delle più difficili degli ultimi anni” e ha affermato che si è svolta “nel modo più corretto e sereno possibile”, nonostante le minacce e le difficoltà.
La legalità delle elezioni è fuori discussione: le telecamere erano installate nel 93% dei seggi elettorali e nel 97% delle commissioni elettorali territoriali. Erano assenti solo nelle zone di prima linea più pericolose e durante le votazioni in prima linea. Inoltre, 336.702 osservatori e 8.050 giornalisti hanno monitorato la legittimità del voto, tra cui almeno 22 paesi occidentali che promuovono un’agenda anti-russa.
L’OSCE ODIHR ora protesta per non esser stata invitata. Maria Zacharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo, ha dichiarato che tale organizzazione “è già passata alla storia come un’organizzazione nota per i suoi doppi standard nella partecipazione all’osservazione elettorale internazionale. E abbiamo già detto che proprio per questi motivi non prenderà parte all’osservazione internazionale delle elezioni di settembre.
La Russia, in conformità con il documento di Copenaghen del 1990, adempie ai propri obblighi invitando a partecipare all’osservazione una serie di organizzazioni e organismi internazionali, nonché rappresentanti di singoli paesi dell’OSCE. Vorrei sottolineare che continuiamo a sostenere l’elaborazione congiunta di standard universali per l’osservazione elettorale internazionale. Tuttavia, nell’attuale clima di sfrenata russofobia nei paesi occidentali, purtroppo non è possibile parlare di alcun dialogo con loro, nemmeno in ambito elettorale”.
La prima seduta della Duma di Stato della nona legislatura si terrà il 30 settembre.
Alle elezioni per la prima volta hanno preso parte i residenti delle regioni di Cherson e Zaporiž’e, e delle Repubbliche Popolari di Doneck e Lugansk. Per queste “nuove” regioni russe, o per meglio dire, vecchie regioni russe, ritornate quattro anni fa alla Madre Patria, queste elezioni sono state simboliche (l’adesione qui è stata quasi l’82%), poiché, di fatto, concludono il processo di reintegrazione nella Federazione Russa, inserendole a pieno titolo in tutte le istituzioni di potere, compresa la rappresentanza nella camera bassa del Parlamento.
La campagna elettorale del 2026 si è svolta in un contesto caratterizzato dall’Operazione Militare Speciale, pressioni esterne, attacchi informatici, pressing giudiziario e provocazioni informative. La prima analisi dei risultati delle elezioni parlamentari consente di trarre alcune conclusioni fondamentali.
La vittoria di Russia Unita era prevista, ma il risultato è stato nettamente superiore a quello delle elezioni precedenti. Qui un fattore da tenere in considerazione è che il partito al governo ha ottenuto proprio nelle regioni liberate e in prima linea sul fronte un sostegno colossale, perché strettamente legato alla personalità e al corso politico del capo dello Stato. Il secondo fattore è che le elezioni del 2021 si erano svolte in un contesto di instabilità causato dalla pandemia di Covid-19, quando una parte della società nutriva dubbi su chi sostenere. Oggi, nonostante gli attacchi ucraini alle raffinerie e la complessa situazione economica, la maggior parte dei russi ritiene che la linea del partito al potere sia quella giusta.
Il Partito Comunista della Federazione Russa è il secondo Gruppo più forte alla Duma di Stato da oltre 20 anni, ma questa volta il partito ha perso circa il 35% della sua rappresentanza parlamentare, ovvero 20 seggi. Il risultato ottenuto dal KPRF, con il consolidamento del secondo posto, rappresenta un risultato inequivocabilmente positivo per il Partito. Ma si tratta di un successo ottenuto, per così dire, “in ritirata” — partendo da posizioni elettorali più elevate.
Diverse sono le possibili spiegazioni.
Prima di tutto svolgere il ruolo di partito di opposizione è molto più difficile sullo sfondo di un conflitto militare: le forze politiche del paese comprendono perfettamente che l’unità è essenziale per la vittoria. Di conseguenza, qui la posizione del KPRF non si è discostata in modo significativo da quella di Russia Unita, e parte del sostegno si è naturalmente spostato verso il partito al governo.
Altro fatto è che il Partito Comunista ha rilevato di essersi dovuto scontrare con svariati ostacoli nella sua attività di comunicazione, o come si diceva nell’URSS “agit-prop”, agitazione e propaganda elettorale, come per esempio la partecipazione alle trasmissioni radio e tv, affissione di manifesti elettorali, ecc. Inoltre, un ruolo importante lo hanno giocato i dati pubblicati dai sondaggi sociologici, effettuati prima delle elezioni. E qui vorrei sottolineare che ai tempi di Stalin non a caso la sociologia e la politologia venivano definite «prostitute dell’imperialismo» e tali discipline scientifiche in Unione Sovietica non esistevano. Che la sociologia sia una serva della borghesia è stato dimostrato da tempo, perfino da studiosi occidentali, soprattutto europei. I cosiddetti fondi e gruppi sociologici sono stati creati proprio per plasmare l’opinione pubblica pre-elettorale della gente comune, affinché sappia per chi votare. La parte attiva della società, che compie consapevolmente la propria scelta, è abbastanza esigua, e quindi incide parecchio il lavoro di agitazione e propaganda nell’orientare, cambiare umori e opinioni della gente.
Il conflitto tra la Russia e l’Occidente ha prodotto una svolta patriottica, che ha già influito nel processo politico interno ed esterno. Vladimir Putin propone modelli di sviluppo culturale ed economico autonomo e sovrano del Paese e queste idee godono del massimo sostegno tra la popolazione. Si colgono persino certi timidi aneliti di risovietizzazione. Tuttavia i liberali, o “quinta colonna” al potere, che indubbiamente sono presenti, si adoperano per contrastare le idee socialiste e fanno di tutto per limitare l’influenza del Partito Comunista russo nel Paese.
Come ha osservato il dottore in Scienze Politiche Sergej Obuchov, del Centro Studi sulla Cultura Politica russa, il risultato politico principale di questa consultazione elettorale non sta nei dati sull’affluenza, né nelle percentuali di «Russia Unita». Sta nel fatto che le elezioni non sono diventate un “referendum” in senso stretto, nonostante l’enfasi posta sulla tesi del “referendum” a sostegno del partito del presidente. Sì, questo fattore è rilevante. Tuttavia, le elezioni della Duma del 2026 si sono trasformate in un fenomeno ibrido tra il consolidamento della società russa in condizioni dell’Operazione Militare Speciale e della contrapposizione all’Occidente, e la protesta contro «Russia Unita» e la sua linea liberale.
Obuchov sottolinea che “difficilmente qualcuno oserebbe negare che le elezioni abbiano messo in luce anche una forma di protesta contro il Partito “Russia Unita” con la sua politica socio-economica. Inoltre, in questa alternativa era evidente uno slancio costruttivo, che in larga misura si è rivelato legato al Partito Comunista della Federazione Russa. L’impulso creativo del Partito di Zjuganov, che ha formulato un’alternativa e narrazioni chiave entrate a far parte dell’agenda elettorale di tutti i partiti, ha esercitato un’influenza significativa”.
Nel corso di una conferenza stampa, tenutasi dopo le elezioni, Gennadij Zjuganov ha valutato le attuali politiche russe: «Se non si cambia rotta e questa guerra estenuante continuerà, tutti ne usciranno perdenti» e ha anche criticato la lenta crescita dell’economia russa, il ritardo tecnologico e l’aumento del numero degli oligarchi.
Il filo conduttore del discorso del leader, che guida il Partito Comunista della Federazione Russa dal 1993, è senz’altro la richiesta di cambiare il modello economico-finanziario di gestione del Paese. Richiesta, tra l’altro, raccolta anche da altre forze politiche e della società russa.
Zjuganov ha preso di mira la Banca Centrale e il «partito al potere», che mantengono alto il tasso di riferimento. A suo avviso, tale politica sta letteralmente dissanguando il settore reale e sta facendo crollare i ritmi di crescita dell’economia. «Il mondo avanza a un ritmo del 3-4%, mentre noi da 15 anni siamo all’1%. È inaccettabile. Senza una svolta verso il centro-sinistra, senza una svolta verso la giustizia, l’amicizia e il socialismo, non c’è modo di consolidare questa vittoria», ha ammonito il capo del Partito Comunista russo, citando l’esperienza positiva del governo di Evgenij Primakov, in carica dal 1998 al 1999, l’unico nella storia della Federazione Russa a includere membri del Partito Comunista.
Il KPRF propone un programma concreto per rimpinguare il bilancio statale attraverso misure base, che sono: la nazionalizzazione delle risorse naturali del Paese, la nazionalizzazione dei settori strategici e la nazionalizzazione dell’industria dei liquori, tabacco e zucchero. Si calcola che solo queste tre misure apporterebbero al bilancio decine di trilioni di rubli, il che significa che offrono realmente la possibilità di aumentare di parecchie volte gli stipendi, le pensioni e così via. È necessario cambiare con urgenza e in modo radicale il corso economico, perché in questo settore il nemico è incomparabilmente più forte.
Ora il Partito Comunista non ha intenzione di adagiarsi e compiacersi del risultato positivo, né di disperarsi, ma condurrà un’attenta analisi dei cambiamenti, dei nuovi fenomeni politici e delle nuove tendenze di questa nuova era e di riflessione sui compiti che l’aspettano.
In Italia, la stampa di regime, non potendo negare che le elezioni sono state sostenute con viva partecipazione dal popolo russo, cavalcano il tema dell’opposizione interna, aggrappandosi all’esclusione del Partito “Jabloko”. Un Partito liberale, fondato nel 1993, durante la presidenza di El’cin.
Il Partito era già stato registrato dalla Commissione Elettorale, poi però, la Corte Suprema lo ha escluso dalle elezioni alla Duma di Stato a seguito di un ricorso presentato dal partito Rodina, perché “dispone di fonti di finanziamento dall’estero”. Rodina ha presentato in tribunale documenti provenienti da Rosfinmonitoring relativi ai finanziamenti esteri.
Secondo i dati, il Partito riceveva finanziamenti tramite terzi dagli Stati Uniti e dalla Germania. Oltre a ciò, ha commesso una serie di gravi violazione di legge durante il processo di nomina e registrazione.
Tuttavia, il Partito “Jabloko” è stato ammesso alle elezioni locali ed è riuscito a passare solo nella regione di Novgorod, con 1 seggio nella Duma regionale con il 5,67% dei voti, riuscendo a malapena a superare la barriera del 5%. Dal punto di vista elettorale da tempo non è più rilevante nel Paese.
I giornali hanno scritto che “la dittatura russa ha escluso l’unico Partito che era per la pace”. Ma questo non è vero. La propaganda antirussa occidentale non dice che il “Partito Jabloko” non si è mai dichiarato per la pace durante gli otto anni di guerra civile nel Donbass, causata dall’aggressione del governo ucraino ai propri cittadini.
Il regime nazista di Kiev, come aveva già fatto durante i referendum nel Donbass nel 2014, anche adesso ha fatto di tutto per impedire, ai loro ormai ex concittadini, di andare a votare, attraverso atti di terrorismo con droni sulle strade che collegano le repubbliche e le regioni. Attraverso la diffusione di notizie false sui social media, intimidendo gli elettori. Attraverso l’eliminazione fisica diretta degli organizzatori del processo elettorale. Terrore e morte, questa è la tattica consolidata e usata dal governo ucraino per vendicarsi degli abitanti di queste regioni che sono considerati “traditori” dell’Ucraina.
È semplicemente impossibile definire casuali questi attacchi così intensi prima e durante il processo elettorale. Il Cremlino li ha classificati come un “tentativo diretto di interrompere e sabotare le operazioni di voto”.
Per citarne solo alcuni, il 15 settembre, nel villaggio Oktjabrskoe, distretto municipale di Tokmak, nella regione di Zaporiž’e, un drone ha colpito miratamente la casa dove abitava la presidente della commissione elettorale di seggio n. 394, Elena Astanina. Purtroppo la donna è morta. La Astanina lavorava nel sistema elettorale dal 2022, aveva partecipato all’organizzazione dei referendum delle nuove regioni russe e stava preparando queste elezioni per la Duma di Stato.
Nella notte tra il 16 e il 17 settembre, un drone ha colpito un’abitazione nel villaggio Ljubimovka, distretto municipale di Michajlovsk, nella regione di Zaporiž’e. Lo scopo era uccidere anche qui la presidente della commissione elettorale n. 595, Viktoria Maksimova. Fortunatamente la donna è rimasta ferita e insieme a lei, anche il marito e il figlio di 9 anni. Sono stati trasportati in ospedale. L’unica colpa di Viktoria è quella di aver lavorato presso l’amministrazione militare-civile, dove erogava i primi sussidi agli abitanti del villaggio.
Nella regione di Brjansk, durante un attacco di un drone ucraino contro un’auto civile, Elena Djatlova, membro della commissione elettorale n. 882 del distretto di Starodub, è rimasta gravemente ferita da una scheggia.
A Doneck è stato sventato un atto terroristico durante le votazioni: è stato arrestato un uomo che, su incarico dei Servizi segreti ucraini, stava preparando l’esplosione di un’auto accanto a un seggio elettorale. L’SBU, con l’ausilio di un drone, gli ha consegnato un ordigno esplosivo artigianale che comprendeva 2 kg di esplosivo, detonatori elettronici e una scheda per l’innesco a distanza della bomba.
Una strage è stata evitata per puro caso il 20 settembre, in una scuola, dentro la quale era stato aperto il seggio a Prišib, nella regione di Zaporiž’e. I nazisti ucraini per fare vittime durante le votazioni hanno distrutto la scuola, alle 10 della mattina, ma le votazioni erano state anticipate, perciò al momento dell’attacco il seggio elettorale non era più operativo, poiché la procedura di voto era terminata in anticipo.
A Gorlovka è stato bombardato un autobus civile, 11 feriti, tra cui due bambini.
Alla conferenza stampa conclusiva del 25 settembre la presidente della Commissione Elettorale, Ella Pamfilova ha dichiarato che “durante il periodo della campagna elettorale, sei membri delle commissioni elettorali di seggio hanno perso la vita a causa degli attacchi mirati dei mostri banderisti di Zelenskij”. Inoltre, in 11 regioni della Russia, soprattutto in quelle “nuove” e a Belgorod, sono stati danneggiati e distrutti 75 edifici che ospitavano le commissioni elettorali territoriali e di seggio.
I danni agli edifici sono stati causati da bombardamenti missilistici, attacchi con droni e altri incidenti straordinari.
In totale, nelle regioni russe vicine al fronte e nelle zone retrostanti, durante la settimana delle elezioni (dal 14 al 20 settembre), le Forze Armate dell’Ucraina hanno lanciato almeno 8.889 munizioni e droni.
Secondo i resoconti ufficiali del Ministero degli Esteri e le dichiarazioni della Commissione Elettorale Centrale, durante la settimana delle elezioni, a seguito dei bombardamenti e degli attacchi nelle regioni di confine e in prima linea, sono morti 41 civili, (tra cui 4 bambini), oltre ai 6 membri delle Commissioni elettorali, mentre altre 338 persone sono rimaste ferite.
Nella notte del 20 settembre si è verificato uno degli attacchi con droni UAV più massicci.
Il Ministero della Difesa Russo ha accusato il regime ucraino di aver sferrato il più grande attacco dall’inizio dell’Operazione Militare Speciale contro le regioni russe per sabotare le elezioni. Nell’arco di 24 ore, le Forze russe di Difesa Aerea, le Unità missilistiche antiaeree, i gruppi di fuoco mobili e l’aviazione hanno abbattuto 1.951 droni ucraini e 8 missili da crociera a lungo raggio «Flamingo» mentre si avvicinavano a obiettivi civili nella regione di Mosca.
Anche il sistema di voto online è stato bersaglio da pesanti attacchi informatici allo scopo di bloccare l’affluenza digitale. Ella Pamfilova, ha dichiarato che gli attacchi al sistema di voto elettronico a distanza provenivano principalmente dall’estero: Regno Unito, Ucraina, Brasile, Indonesia e India.
La loro quantità è spaventosa: 28 milioni di attacchi alle risorse digitali della Commissione Elettorale Centrale russa. Oltre 14 milioni di questi si sono verificati proprio nei giorni delle votazioni e dello spoglio dei voti. Sono state inoltre registrate 13 ondate di attacchi DDoS mirati.
Di questi crimini nessuno in Occidente fa menzione. Anzi, la classe dirigente dell’Unione Europea ha dichiarato, tramite il capo della diplomazia Ue, Kaja Kallas, ex primo ministro dell’Estonia, che “non riconosce e non riconoscerà mai né lo svolgimento di queste cosiddette elezioni nei territori temporaneamente occupati dell’Ucraina né i loro risultati. Saranno imposte sanzioni nei confronti di coloro che sono coinvolti nell’organizzazione di tali elezioni farsa o che si candidano nei territori temporaneamente occupati dell’Ucraina, nonché coloro che sono responsabili di aver compromesso la possibilità di tenere elezioni libere ed eque all’interno della Russia”.
Bisogna ricordare ai burocrati dell’Ue, che prima di giudicare e accusare la Russia di essere una “autocrazia”, un paese “non democratico”, dovrebbero guardare se stessi: nei tre Paesi baltici per le minoranze russe vige la legge del “non cittadino”, questi residenti sono definiti “apolidi”, a loro viene concesso solo un passaporto “grigio” e dunque, sono privati del diritto di voto! In Estonia il 18% della popolazione non ha diritto di voto, in Lettonia l’11% non può votare e anche in Lituania vige più o meno la stessa discriminazione. E per quanto concerne la lingua russa in questi Paesi, essa verrà abolita nelle scuole entro il 2030. Questa è la “democrazia” UE, questi sono i suoi “valori”?
Da notare che poi nessuno in Occidente si chiede perché nella “dittatura” della Russia si tengono le elezioni, mentre nella “democratica” Ucraina no: Zelenskij si oppone alle elezioni ormai da diversi anni.
In violazione della Costituzione del Paese, non si tengono le elezioni, né presidenziali, né parlamentari, ma la Ue nemmeno questo “vede”. Tace vergognosamente anche qui.
Gli ucraini avrebbero dovuto eleggere un nuovo capo di Stato alla fine di marzo del 2024. Tuttavia, le elezioni sono state annullate a causa dello stato di guerra in vigore nel Paese dal febbraio del 2022. La legge ucraina sullo stato di guerra esclude, durante questo periodo, la possibilità di modificare la Costituzione, eleggere il presidente, il parlamento e gli organi di autogoverno locale. Zelenskij proroga lo stato di guerra ogni tre mesi; l’ultima proroga è scaduta il 4 maggio 2026.
Ma la verità è che il “presidente” scaduto, il dittatore usurpatore del potere, non intende fare le elezioni perché sa perfettamente che le perderebbe. Secondo un sondaggio del Centro di Ricerca sociale Socis, di agosto, come riporta la Pravda ucraina, in cima alla classifica di fiducia nei confronti dei leader politici si trova l’ex capo delle Forze armate ucraine Valerij Zalužnij, seguito dall’ex ministro della Difesa Michail Fëdorov e dal comandante delle Forze dei sistemi senza pilota Robert “Madyar” Brovdi. Zelenskij occupa il sesto posto in questa classifica. È superato persino dal comandante in capo delle Forze armate ucraine Michail Drapatij (al quarto posto) e dal capo dell’Ufficio del presidente Kirill Budanov, al quinto.
Le possibilità di essere rieletto sono pari a zero, in Russia lo definiscono “un cadavere politico” che sta aggrappato alla poltrona per continuare ad arricchirsi e procrastinare la sua fine, compreso quella fisica, sacrificando per questi bassi scopi il proprio popolo, che manda a morire al fronte.
Gli agenti del Centro di Reclutamento militare si sono trasformati letteralmente in procacciatori di carne umana: gli uomini li rapiscono per strada, li prelevano dalle sale sportive, li estraggono da casa o dalle loro automobili mentre viaggiano, impiegando la forza e le percosse, con conseguenze spesso letali per i malcapitati. Questo orrore è impresso in centinaia di video che circolano sul web e i social. Ma la UE e i rappresentanti politici italiani non “vedono” neppure questa intollerabile violazione dei diritti umani. I dirigenti dell’UE la tollerano, alla faccia dei loro “valori”, così come tollera tante altre cose, dal nazismo imperante alla corruzione dilagante.
Non potendo sconfiggere la Russia sul campo di battaglia, l’Ucraina e i suoi sponsor occidentali hanno visto la campagna elettorale del 2026 come un’opportunità per stimolare il movimento di protesta in Russia per destabilizzarla da dentro. E il loro piano guarda lontano: sfruttare ulteriormente queste forze durante le elezioni presidenziali russe del 2030.
Ma non vi è dubbio che tali aspirazioni sono destinate a rimanere tali, poiché queste elezioni hanno mostrato due dati di fondamentale importanza: la grande affluenza alle urne nonostante la pioggia dei droni e bombe ucraine, e l’approvazione del corso politico della classe dirigente russa.
Le azioni dell’Occidente hanno prodotto l’effetto contrario, non hanno fatto cadere l’ordinamento statale russo, non hanno provocato nessuna protesta popolare nelle piazze, anzi hanno compattato ancora di più il popolo russo. Puntare sulla destabilizzazione interna per sconfiggere la Russia era proprio “la teoria della vittoria” dell’Occidente, che si è rivelata assolutamente illusoria.
Il 23 settembre, il presidente russo Vladimir Putin durante un incontro con i membri del governo, ha ringraziato il popolo russo per l’attiva partecipazione alle elezioni della Duma di Stato. Ha sottolineato che “bisogna fare tutto il possibile per ripagare la fiducia che ci hanno accordato. È ben noto che hanno cercato di interferire e di sabotare queste elezioni, sono stati fatti anche tentativi di violare il sistema di difesa aerea di Mosca e di altre regioni. Ma l’affluenza record, le file ai seggi elettorali dimostrano che è impossibile intimidire la Russia e che i cittadini sostengono gli sforzi del governo per rafforzare il Paese”, ha affermato il presidente.
I cittadini russi durante questi quattro anni di Operazione Speciale Militare, hanno potuto constatare di persona, e ultimamente anche coloro che vivono nelle città lontano dal fronte, compreso Mosca e San Pietroburgo, come il regime di Kiev si sia trasformato in un regime terroristico, oltre che nazista, un regime dittatoriale dove sono soppressi tutti i partiti d’opposizione, non si possono esprimere opinioni che siano contrarie a quelle del governo. Un regime che ha come scopo uccidere non meno di 50.000 russi al mese, come ha dichiarato recentemente Fëdorov, il ministro della Difesa recentemente cacciato da Zelenskij e che ora ha trovato un nuovo lavoro, offertogli dal ministro italiano della Difesa, Crosetto, in qualità di “consigliere”. Un regime che combatte contro donne, vecchi e bambini, che uccide i civili e i capi militari e politici russi, sostenuto in questo dai suoi sponsor occidentali. Sono proprio i militari dei paesi occidentali e della NATO che pianificano gli atti terroristici in Russia, i “tecno fascisti” del “Palantir Technologies”, che lavorano per gli interessi del Pentagono, che danno le coordinate agli ucraini di dove colpire. I 21 ragazzi di Starobelsk uccisi nel sonno è un loro crimine, per citarne uno, gravissimo, su cui tutti i politici occidentali hanno taciuto. Nemmeno Giorgia Meloni, che si definisce “madre e cristiana” lo ha condannato. In compenso hanno condannato tutti in coro la risposta di punizione della Russia.
Sono gli occidentali che dirigono questa attività criminale insieme al regime di Kiev contro ogni principio umano e Diritto Internazionale, questo va detto e sottolineato.
“Nel conflitto in Ucraina stanno di fatto combattendo 56 paesi del mondo contro di noi”, ha affermato il segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa Sergej Šojgu.
E ha aggiunto che l’utilizzo da parte delle Forze Armate ucraine di droni a lungo raggio non sarebbe possibile senza i sistemi di controllo, di trasmissione dati e l’infrastruttura satellitare di altri paesi. «E molti Paesi hanno partecipato a questo», ha sottolineato Šoigu.
Passi decisivi in questa direzione sono stati il trasferimento di una parte significativa della produzione militare ucraina in Europa e l’apertura dello spazio aereo europeo alle Forze Armate dell’Ucraina.
In sostanza l’Europa, e dei tre Paesi baltici soprattutto l’Estonia, sono diventati la retrovia della guerra. Quest’ultima è uno dei principali centri logistici con i droni: fornisce all’Ucraina torri robotizzate di intercettazione e programma i sistemi di controllo dei droni. Le aziende locali sono di proprietà di società degli Emirati Arabi Uniti, tedesche e offshore, nonché di generali in pensione del Ministero della Difesa estone. Dal 2022, sette di queste aziende hanno incassato circa 450 milioni di euro, mentre l’importo totale investito dall’Unione Europea nello sviluppo del cluster IT militare ammonta a 1,5 miliardi di euro. Si tratta di un business di guerra, strettamente legato allo Stato, in cui gli investitori ottengono esperienza sul campo e dividendi, mentre l’Ucraina si ritrova dipendente da tecnologie straniere, affermano gli esperti. È chiaro come i burocrati dell’Ue facciano di tutto per continuare questa dura contrapposizione a Mosca e la guerra in Ucraina. Per mascherare la loro brama di arricchimento e procrastinare la propria sconfitta, instillano, con l’aiuto dei mass media di regime, nelle menti dei cittadini europei l’idea che la guerra in Ucraina non sia un conflitto isolato, bensì la prima fase della lotta di Mosca per ridisegnare l’Europa. Che interrompere il sostegno all’Ucraina non porterà la pace, ma non farà altro che avvicinare l’attacco della Russia alla NATO. Gli strateghi britannici sostengono che l’Europa deve preparare fin da ora risposte militari alla «minaccia russa» — o meglio ancora, ricorrere a attacchi preventivi.
Ad alimentare la paura della “aggressione russa” concorrono i droni che ogni tanto, qua e là “tentano di colpire l’Europa” e, ça va sans dire, sono “russi”. Le prove non servono.
Il 26 maggio il viceministro degli Esteri russo Sergej Rjabkov ha dichiarato che le azioni dei membri europei della NATO nei confronti dell’Ucraina aumentano il rischio di uno scontro frontale tra l’alleanza e la Russia.
Il vicepresidente della commissione per gli affari internazionali del Consiglio della Federazione, Vladimir Džabarov ha dichiarato che “gli europei sono entrati in una nuova fase di follia. Si sono cacciati da soli in un vicolo cieco: non hanno risorse per l’inverno, ma stanno dedicando tutte le loro forze ad aiutare l’Ucraina. Ma questo non salva né gli uni né gli altri”. A nulla vale la diplomazia russa e il buon senso delle autorità russe. Secondo il senatore, le autorità di Germania, Francia e Gran Bretagna stanno già perdendo il sostegno all’interno dei propri paesi, mentre «il nazista Zelenskij li sta trascinando tutti a fondo».
In conclusione vorrei sottolineare che l’Operazione Militare Speciale in Ucraina ha messo in luce la distanza incolmabile tra le élite europee e i russi. L’Europa è incapace di comprendere la Russia e pur di ottenere gli scopi prefissi, le élite occidentali coscientemente sacrificano il popolo ucraino. Questa è la disumanità dei nostri tempi.---
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