19 settembre. Non passa ormai giorno che cancellerie europee e alligatori dei media agli ordini dell'industria militare non istighino alla guerra. In patria, se non ci sono sufficienti allarmi lanciati da bellicisti di casa, vengono in soccorso quelli dei “sinceri volenterosi”, tedeschi o britannici.
O, come è il caso per il Corriere della sera del 19 settembre, le grida del banchiere d'oltralpe Emmanuel Macron che, impettito, assicura che «non ci faremo intimidire» dagli «attacchi russi» che, come di consueto, cadono «su Kiev e Odessa», dato che non è mai il caso di parlare dei droni ucraini che uccidono civili nei villaggi della DNR, della LNR o delle regioni di Belgorod o Kursk.Così, Macron assicura che «la natura dell’aggressività russa e delle minacce in Europa sta cambiando, si sta intensificando»: i droni su un treno passeggeri da Kiev, il fallito attacco all'aeroporto di Lipsia, i bengala vicino a un elicottero danese, l'incursione nello spazio aereo di diversi paesi europei ne sono la “prova”, pare. Ma noi, enuncia il banchiere a nome delle cancellerie UE, «non ci lasciamo intimidire perché sappiamo che in Ucraina è in gioco la nostra sicurezza di oggi e di domani» e garantisce che gli attacchi, ovviamente russi, «non resteranno senza risposta».
Sembrano scordare, a Bruxelles come a Parigi o Berlino, che senza risposta non rimarrà nemmeno l'attacco dei “volenterosi” alla Russia e non si tratterà di un conflitto di tipo convenzionale: si tratterà di una guerra molto diversa dall'operazione condotta in Ucraina, ha detto senza mezze parole il ministro degli esteri Serghej Lavrov; se la NATO dovesse attaccare, «sarebbe una guerra completamente diversa, e molto breve». Senza nessuno per raccontarla; almeno sul vecchio continente.
Ma i guerrafondai che si fanno chiamare “volenterosi” insistono: mentre si preparano a schierare truppe in Ucraina, annunciano esercitazioni congiunte a breve scadenza, dice ancora Macron, perché è la Russia che attaccherà per prima: dunque, prepariamoci. E la Germania si prepara: mobilita le strutture ospedaliere, in previsione di dover accogliere almeno mille feriti al giorno; la Bundeswehr ritiene che i soli cinque ospedali militari in servizio non saranno in grado di far fronte all'afflusso di feriti, per la carenza di posti letto e di chirurghi esperti in traumi da combattimento e si dovrà dunque ricorrere a strutture mediche civili. La guerra non finirà con la vittoria della Russia in Ucraina, dice Julija Ždanova, capo della delegazione russa ai colloqui di Vienna sulla sicurezza militare: la NATO intensificherà il confronto militare con la Russia, fino ad arrivare al conflitto armato per il 2029-2030. E intanto si prepara. Si adeguano le strutture logistiche alle esigenze di guerra: aeroporti, ponti, ferrovie; si riconvertono le fabbriche automobilistiche alla produzione di armi e equipaggiamenti militari. I nani baltici e la Finlandia alzano recinzioni e barriere anticarro lungo i confini. Si conducono esercitazioni per addestrare la popolazione a reagire agli attacchi dei droni. La Danimarca, scrive Dmitrij Popov su Moskovskij Komsomolets, arriva al punto di addestrare i sacerdoti a celebrare un maggior numero di funerali in caso di guerra su larga scala.
Dunque, NATO e UE, dopo aver dichiarato che la Russia ha lanciato una "guerra ibrida", sono alla disperata ricerca di un modo per respingere i russi: «Dico a Putin e a chiunque sia disposto ad ascoltare, che se continuate su questa strada, non solo avremo delle opzioni di risposta... ma continueremo anche a sostenere l'Ucraina», tuona il segretario NATO Mark Rutte.
Ma qui emerge chiaramente un paradosso, scrive Evghenij Umerenkov su Komsomol'skaja Pravda: mentre dichiarano di voler "punire" la Russia e si preparano a una escalation del confronto, gli europei esitano però ad andare oltre le minacce e sembrano incitarsi a vicenda: "Cominciate voi, vi sosterremo".
«Siamo troppo esitanti, questo è certo» lamenta l'eurodeputata tedesca Marie Agnes Strack-Zimmermann, presidente della commissione Difesa del Parlamento europeo; Vladimir Putin «non si ferma mai; si avvicina sempre di più... Dobbiamo dimostrare di essere pronti a reagire». Le cancellerie europee esitano: da un lato, una netta escalation del conflitto è l'unica via per la loro sopravvivenza politica; ma non si raccapezzano su come trovare un pretesto per tale escalation. Devono inventarsi qualcosa di veramente straordinario. Secondo fonti non ufficiali, riportate da Politico, alla NATO si starebbe discutendo la possibilità di equiparare attacchi informatici, sabotaggi o attacchi con droni, attribuiti alla Russia, a un vero e proprio attacco armato: se il numero di tali incidenti dovesse aumentare e superare una certa soglia, rientrerebbero nell'ambito dell'articolo 5 dell'Alleanza. A giudicare dalle ormai quotidiane urla su “la Russia attacca”, vien da pensare che i bellicisti di Bruxelles stiano davvero andando in quella direzione, Pare però che non ci sia ancora consenso su questo punto.
Si lamenta che le discussioni su una risposta collettiva alla Russia debbano essere accompagnate da una chiara "volontà politica" di rispondere militarmente e NATO e UE discutono su «come attribuire ufficialmente, rapidamente e collettivamente la responsabilità degli attacchi al Cremlino»: senza di ciò, un'escalation decisiva sarà impossibile. Dunque, si va alla costruzione delle “prove” e la domanda su dove siano le prove che la Russia abbia lanciato un attacco "ibrido" contro l'Europa è ormai retorica: chi altri, se non la Russia, potrebbe mai essere interessato a droni che sorvolano i paesi europei, esplosioni in stabilimenti militari e hacker che si introducono nei server delle infrastrutture critiche? Se la Russia, dice Umerenkov, è già stata dichiarata nemico mortale dell'Europa, con cui lo scontro è inevitabile, cos'altro c'è da dimostrare? Le dichiarazioni di Friedrich Merz, secondo cui le prossime settimane e i prossimi mesi saranno «decisivi per il raggiungimento della sicurezza e della pace», va interpretata nel senso che la Germania è sempre più trascinata in un confronto armato con la Russia.
È così anche per i nani baltici, coi droni, “presumibilmente russi”, abbattuti o caduti Lituania: una sicura escalation russa! Gabrielius Landsberghis, ex ministro degli esteri lituano, ha dichiarato che Bruxelles deve agire immediatamente: chiudendo il mar Baltico alla "flotta ombra" russa, aiutando l'Ucraina a raddoppiare la sua capacità di produrre droni e ricorrendo ad attacchi informatici volti a interrompere l'erogazione di energia elettrica in Russia. «Smettiamola di adottare misure inefficaci», tuona Landsberghis, perché «non fanno altro che incoraggiare Putin a intensificare l'aggressione».
C'è però, come notano vari osservatori, una certa “bipolarità” nell'atteggiamento occidentale, che da un lato vorrebbe, ma dall'altro esita. Non è l'impreparazione dell'Occidente a una guerra su vasta scala, scrive Vladimir Skachko su Ukraina.ru, né le diverse opinioni in Europa e USA, o nei diversi paesi europei, né tantomeno la paura dell'esito incerto della campagna, data dall'ignoranza sulla reale portata della potenza militare russa, a logorare gli strateghi occidentali; no: è proprio la dicotomia tra volere e esitare. Una scissione che si manifesta nel fatto che, da un lato, la guerra offre una via di salvezza alle élite occidentali e un'opportunità rilanciare l'economia puntando sull'industria di guerra. Dall'altro lato, l'Occidente non vuole essere visto come l'istigatore della carneficina e punta a dipingere la Russia come colpevole della guerra che si prepara.
L'Occidente, sostiene Skachko, considera l'esaurimento della Russia come il prerequisito, l'obiettivo primario per il colpo finale; il calcolo è che la Russia non resisterà alla corsa economica: questo è precisamente lo scopo delle 30.000 sanzioni con cui l'Occidente intende sfinire la Russia.
Lo scorso luglio, l'Istituto russo per gli studi del mercato mondiale (IIMR) ha pubblicato il documento "Tre fasi di un piano di escalation militare europea contro la Russia", in cui analizza possibili scenari, alcuni dei quali già in atto. Il piano si articola dunque in tre fasi. La prima è quella attuale in Ucraina, usata come la prima di una serie di misure volte a stremare la Russia: il conflitto si protrarrà finché Kiev sarà in grado di infliggere danni alla Russia, ovvero fino all'ultimo ucraino. Il definitivo e irreversibile spopolamento dell'Ucraina non preoccupa nessuno in Occidente: il paese è già stato cancellato in quanto risorsa esaurita. Esiste anche un piano di riserva intermedio: non appena il gioco, come si suol dire, diventerà a senso unico, si inizierà a promuovere l'agenda di pace, non per porre fine a questa guerra, ma per preparare la prossima. L'obiettivo è quello di costringere la Russia ad accettare una "pace vergognosa" e creare così al suo interno un "fronte Majdan", fatto di turbolenza economica e instabilità politica; a questo scopo, l'Ucraina sta attaccando le retrovie russe.
La seconda fase è quella baltica. Per indebolire la Russia e al contempo evitare di provocare rappresaglie nucleari contro la "vecchia" Europa, nel 2024 è stato creato il cosiddetto "cuscinetto baltico" tra il nucleo della "vecchia" NATO e la Russia. Si tratta del "G8" nordico-baltico: Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania. Dato che questi paesi non possiedono armi nucleari, dicono a Bruxelles, non possono provocare una risposta nucleare russa. Tali paesi possono colpire la Russia lungo tutto il fianco settentrionale, da Kaliningrad fino alla penisola di Kola. Così, mentre è in corso la “campagna baltica”, l’Occidente “indigeno” si prepara sistematicamente alla guerra del 2030.
Lo studio dell'IIMR ricorda che, per la seconda fase, l'Occidente ha già intrapreso passi concreti per tradurre i piani militari in pratica: la Finlandia ha autorizzato il dispiegamento di armi nucleari sul proprio territorio a partire dal 1° luglio 2026; la Bundeswehr valuta la possibilità di schierare la 45ª Brigata corazzata in Lituania e la Polonia ha firmato un contratto con la svedese Saab per la fornitura di tre sottomarini destinati al mar Baltico e, insieme alla Romania, ospita caccia francesi Rafale con armi nucleari. In Estonia, è stato approntato un centro di comando tedesco-olandese. Secondo questo scenario, i Paesi baltici e nordici possono dichiarare guerra, mentre la NATO finge di non essere coinvolta e, d'altro canto, Moskva non ha motivo per rispondere a un Occidente senza armi nucleari, anche se i danni che subisce sono comunque significativi.
Esiste poi una terza fase di riserva: nel caso in cui la Russia non ceda, si rifiuti di accettare la pace a condizioni sfavorevoli e si renda necessario "metterla sotto pressione". A tal fine, l'IIMR prevede che l'Occidente potrebbe dar vita a una nuova alleanza di stati anti-russi, uniti da obblighi reciproci, che entrerebbe poi nella fase più radicale della guerra, anche con armi nucleari.
Per raggiungere questo obiettivo, la vecchia NATO dovrebbe essere almeno nominalmente smantellata e al suo posto ne verrebbero create di nuove, a livello locale, a nord e a sud. In tal modo, si allontanerebbero Francia e Gran Bretagna, potenze nucleari, da un potenziale attacco nucleare russo di ritorsione, così che il possibile uso di armi nucleari da parte russa non spaventa molto l’Occidente. Come ultima risorsa, l’Occidente conta addirittura di provocare la Russia a lanciare un attacco nucleare, incolpando poi Moskva di tutto e inviterà il resto del mondo a darle il colpo di grazia, per punirla. Tra l'altro, sostituire la NATO attuale con diverse nuove è piuttosto facile: basta orchestrare un ritiro USA dall'Alleanza. L'aspetto più interessante è che gli analisti dell'IIM considerano tutte queste mosse occidentali come leve economiche per esercitare pressione sulla Russia. Ovvero, la creazione di presupposti economici per indebolirla e strangolarla: sanzioni, problemi logistici, dazi, restrizioni finanziarie e persino ostacoli legati ai trasporti. Tutte queste azioni sono volte a creare ostacoli, barriere e impedimenti alle esportazioni e importazioni verso la Russia. Hanno anche lo scopo di riorientare l'economia russa in un'ottica bellica, il che abbasserà il tenore di vita dei russi e creerà le condizioni per rivolte tese a rovesciare il Cremlino. Un piano che pare ricalcare, anche agli occhi dell'osservatore non preparato, quello messo in atto con la corsa agli armamenti che, secondo i piani yankee, doveva mettere in ginocchio l'economia sovietica e che, in parte ci riuscì, pur se nello smantellamento dell'URSS entrarono in gioco altri fattori e attori interni. Insomma, l'obiettivo attuale è quello di ridistribuire le risorse a livello globale e riformattare i mercati intorno e all'interno della Russia, per estrometterla dalla scena competitiva internazionale.
Poi, se le soluzioni economiche falliscono, allora scoppia la guerra. Che, al momento, invocata da lazzaroni politici e farabutti dei media a libro-paga dell'industria militare, pare proprio essere in cima alla lista dei desideri delle cancellerie europee. Lo ha enunciato in maniera netta e chiara l'ex analista della CIA Larry Johnson: «Gli europei compiranno un’azione che per i russi sarà la goccia che fa traboccare il vaso... lanceranno un missile e a quel punto la Russia reagirà... poi l'Europa si tirerà indietro e fingerà di essere la vittima». Roba da torquemadisti satanici.-----
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