
Partiamo da una domanda semplice. Ti possono chiudere in un reparto e curarti contro la tua volontà? In Italia sì, ma solo in casi eccezionali e con una catena di controlli. Ora, a Strasburgo, si sta scrivendo un trattato internazionale che stabilisce quando questo è lecito in tutta Europa. E come sempre accade, lo si fa a porte chiuse, con documenti protetti da password.
Il testo si chiama Protocollo addizionale alla Convenzione di Oviedo. La Convenzione è del 1997 e riguarda medicina e diritti umani. Il Protocollo aggiuntivo, in lavorazione dal 2011, serve a regolare una cosa precisa: il ricovero e il trattamento psichiatrico involontari. Non lo decide l’Unione Europea, ma il Consiglio d’Europa, un’organizzazione con 46 Stati, Italia compresa, e che non va confuso con il Consiglio Europeo, che è una istituzione.
Giovedì scorso, 10 settembre, alle dieci del mattino, si è riunito a Strasburgo il gruppo di lavoro sui diritti umani dei rappresentanti dei governi, chiamato GR-H. Ordine del giorno: accesso riservato. Verbale: riservato. Risultato: a cinque giorni di distanza, nessuno sa dire pubblicamente cosa sia stato deciso. E nessuno sa come abbia votato l’Italia.
Cosa c’è scritto nel Protocollo, in parole povere
L’idea di partenza sembra buona: oggi ogni Paese regola la coercizione psichiatrica a modo suo, mettiamo delle regole minime uguali per tutti. Criteri, garanzie, controlli.
Ma per scrivere le regole su una cosa, devi prima dire che quella cosa è ammessa. Il Protocollo parte dal presupposto che rinchiudere e curare una persona contro la sua volontà sia legittimo, purché sia “l’ultima risorsa”.
Ed è qui che casca l’asino. Perché nel 2006 le Nazioni Unite hanno adottato la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, la cosiddetta CRPD. L’hanno ratificata tutti e 46 i Paesi del Consiglio d’Europa. L’Italia l’ha fatta diventare legge dello Stato nel 2009. E l’organismo ONU che ha il compito di interpretare quella Convenzione ripete la stessa frase da anni: il ricovero e il trattamento involontari basati sulla disabilità sono vietati. Senza eccezioni.
Tradotto: secondo l’ONU, un trattato europeo che regola la coercizione non la limita. La legittima.
Bocciato all’unanimità, ma si va avanti
Il 28 gennaio è arrivata una bocciatura che pesa. L’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE), cioè i parlamentari eletti dei 46 Paesi, ha adottato all’unanimità l’Opinion 310. Tutti d’accordo, da destra a sinistra. Parere negativo.
La relatrice Carmen Leyte ha messo nero su bianco il punto centrale: il Protocollo “renderebbe più difficile abolire le pratiche coercitive”. L’Assemblea ha chiesto due cose: uno studio indipendente sulla compatibilità con la Convenzione ONU, e di valutare uno strumento non vincolante, una semplice raccomandazione, al posto di un trattato.
A febbraio il Comitato dei Ministri, cioè i governi, ha risposto aprendo la revisione finale. Vanno avanti.
Lo studio che non puoi leggere
Lo studio giuridico è stato effettivamente commissionato. È stato affidato al professor Andreas Zimmermann dell’Università di Potsdam e distribuito ai delegati il 5 maggio con la sigla GR-H(2026)9. Classificazione: riservato.
La conclusione, per quanto è filtrato, è che il Protocollo non contraddice la Convenzione ONU.
La storia si ripete (chi ricorda il TTIP?). Nessun cittadino europeo può leggere quel documento. Nessun avvocato può smontarlo. Nessuna associazione di persone con disabilità o di pazienti psichiatrici può rispondergli riga per riga. Il Comitato ONU ha fatto sapere di essere “profondamente turbato” dal fatto che il Consiglio d’Europa si sia procurato un parere che contraddice il suo.
E il 27 agosto l’ONU ha pubblicato una dichiarazione con un titolo che non ammette equivoci: gli Stati che sostengono il Protocollo sono in violazione dei loro obblighi. Il 1° luglio aveva già scritto una lettera aperta a tutti i governi chiedendo di ritirare il testo.
Dodici governi su quarantasei
E allora chi spinge? Alla prima seduta del GR-H del 27 maggio hanno votato solo 19 delegazioni su 46. Dodici per andare avanti con un Protocollo che ammette la coercizione, cinque per fermare tutto, una per vietarla del tutto. Il 7 luglio, su una bozza rivista, i favorevoli sono diventati quattordici.
Quattordici su quarantasei fa il 30 per cento. Metà dei governi non si è nemmeno presentata a votare.
Con questi numeri si sta scrivendo un trattato che riguarda la libertà personale di milioni di persone.
C’è poi un punto che resta appeso. Il professor Zimmermann avrebbe avuto contatti con persone del Consiglio d’Europa per discutere di come “ridefinire” il consenso informato nei casi di emergenza.Il condizionale è obbligatorio: né il Segretariato né il professore hanno risposto. Ma un’ipotesi del genere meriterebbe una smentita pubblica. Che non è arrivata.
L’Italia della legge Basaglia se ne sta zitta
Il 1° e il 7 settembre l’avvocata Vania Cirese, cassazionista esperta di diritto sanitario, insieme al giornalista Paolo Onorati di Articolo 21, ha inviato due lettere aperte al Governo italiano e al Consiglio d’Europa. Dieci domande di merito: serve davvero uno strumento vincolante? È meglio delle alternative? È proporzionato?
E poi la domanda che è il cuore di tutta la faccenda: quando il diritto internazionale scrive un’eccezione a un principio fondamentale come l’autonomia della persona, chi garantisce che l’eccezione resti tale, e non finisca invece per cessare il principio?
La richiesta è chiara: se non arrivano risposte prima del voto, l’Italia voti contro.
Risposta della Farnesina: nessuna. Nessun comunicato. Nessuna traccia di come abbia votato la nostra Rappresentanza permanente il 27 maggio, il 7 luglio e il 10 settembre. Circolano voci secondo cui l’Italia sarebbe tra gli astenuti: sono voci, non c’è alcuna fonte pubblica. Ma sarebbe già una notizia enorme. Perché l’Italia è il Paese della legge 180, quello che nel 1978 ha chiuso i manicomi ed è citato nel mondo come il modello della psichiatria senza istituzione totale.
Cosa succede se il protocollo viene adottato
Se il Protocollo venisse adottato, non cancellerebbe da un giorno all’altro la nostra legge. In Italia il trattamento sanitario obbligatorio esiste già, previsto dagli articoli 33-35 della legge 833 del 1978, ma con maglie strette: proposta motivata di un medico, conferma di un secondo medico del servizio pubblico, ordinanza del sindaco, controllo del giudice tutelare entro 48 ore. E un trattato vincola solo gli Stati che lo firmano e lo ratificano. Il Parlamento italiano, per esempio, non ha mai ratificato il Protocollo di Oviedo sulla ricerca biomedica.
Quindi non si tratta di un “TSO europeo” imposto a Roma, ma il problema vero è un altro, e sta nel cambio di direzione. E anche nei modi in cui questo trattato potrebbe essere usato, un domani, in occasione di nuove ondate pandemiche. Avete presente quelle scene in cui un cittadino che non vuole sottoporsi a un trattamento sanitario viene considerato psicologicamente instabile e “trattato” con le nuove regole? Oggi il riferimento internazionale dice che la coercizione psichiatrica è una violazione da eliminare. Domani potrebbe dire che è una pratica da regolamentare. Chi in Italia lavora per ridurre i TSO si troverebbe un trattato internazionale contro. E sarebbe il primo trattato dopo la Convenzione ONU a mettere per iscritto che la costrizione, in psichiatria, va bene.
Prossimi passi
Il Comitato dei Ministri deve ancora dire la parola definitiva: adottare, cambiare o ritirare. Non esiste una data pubblica.
Nel frattempo, ecco cosa un cittadino italiano ha il diritto di sapere. Come ha votato l’Italia nelle tre riunioni? Chi ha deciso quella posizione, e il Ministero della Salute è stato consultato? Il Governo ha letto lo studio segreto, e pensa che debba restare segreto? Considera compatibile con una Convenzione che l’Italia ha reso legge un Protocollo che l’ONU definisce una violazione? Ed è vero o no che si parla di ridefinire il consenso informato in emergenza?
Cinque domande. Non sono difficili. Forse costringono a prendere una posizione, certo. Ma la politica è fatta di questo. Quando in gioco c’è il diritto di dire “no, grazie” a una cura, il silenzio non è prudenza: è un crimine.
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