domenica 25 ottobre 2026

Cavallo di Fuoco : "I Brics per un nuovo ordine mondiale, contro l’unipolarismo statunitense"..+..e il dominio....

 


I Brics per un nuovo ordine mondiale, contro l’unipolarismo statunitense.. +.. e il dominio del capitale finanziario: per una discussione teorica e politica

Dopo la prima e la seconda, pubblichiamo questa terza e finale parte di un saggio complessivo in cui l’Autore affronta le nuove questioni internazionali e nazionali alla luce della grande avanzata della Repubblica Popolare Cinese e dei BRICS. Una terza parte che affronta la questione sociale italiana alla luce del nuovo contesto mondiale ed europeo.

Immagine terza parte Valentini

Autore: Sandro Valentini

Giornalista, saggista, tra i fondatori del Partito della Rifondazione Comunista e tra i suoi dirigenti nazionali.

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La questione sociale

Anche sul piano sociale si è tornati indietro. Siamo al paradosso di chi sostiene che la democrazia formale è una variabile, cioè non è lo stato naturale della società, mentre il mercato lo è! La destrutturazione dello Stato sociale in Occidente parte proprio dall’assunzione del mercato come misura dei valori delle società avanzate, dunque secondo questa logica mutua i propri terreni della conflittualità all’interno delle regole ferree della compatibilità delle leggi economiche. L’epoca delle politiche keynesiane è finita, in Occidente. Lo Stato del compromesso sociale è morto e con esso sono venute meno le politiche di intermediazione tra società, Stato e poteri economici e finanziari. Scompaiono dallo scenario politico le strategie sulla ridistribuzione del reddito, tutt’al più sono trasformate o ridotte alla strenua difesa di una politica di restituzione di ugual ricchezza (se non di più), tolta precedentemente dal fisco, a chi ha già molto.

In Europa la “sinistra liberale” crede che sia sufficiente difendere il pluralismo politico (che però non mette in discussione il sistema) o valorizzare le esperienze di lotta di soggetti e movimenti (definiti nuove forme di antagonismo) per contrastare questo stato vigente. Ma questi soggetti e movimenti contribuiscono alla lotta per la trasformazione della società se la loro valorizzazione è contestualmente accompagnata (se non addirittura preceduta) da azioni di ricomposizione e unificazione dei bisogni di classe. Senza queste azioni altro non sono che moltitudine in grado di auto-identificarsi solo esclusivamente come momento di una pluralità, cioè come opzione politica soggettiva nell’ambito della falsa democrazia dell’alternanza.

Nel Dna della sinistra europea oggi è rimasto solo l’involucro vuoto del concetto di democrazia formale, tra l’altro trapassata in un sistema a-democratico. Da ciò deriva la sua subalternità al pensiero liberale, ancora più drammaticamente evidente quando sceglie di sostenere la strada delle dottrine economiche neoliberiste imposte con lacrime e sangue alle popolazioni. Non vi sono né le capacità né la volontà di recuperare un pensiero forte capace di condurre la lotta per una più equa giustizia sociale. Anzi, le diseguaglianze sociali sono notevolmente cresciute. L’élite politica e burocratica europea, espressione delle oligarchie finanziarie, è insensibile al tema solo perché semplicemente non se lo pone. Nell’involucro vuoto regna sovrana solo l’ideologia della democrazia funzionale al dominio del capitale finanziario.

L’ideologia della democrazia espressione del dominio del capitale finanziario

Con l’affermarsi del dominio del capitale finanziario in tutto l’Occidente è andato avanti anche un processo di laicizzazione sia dello Stato sia della società. Ciò che caratterizza la società occidentale contemporanea è il sorgere di una pluralità di morali, non vi è più una morale prevalente. La conseguenza è che l’etica dominante non è facilmente riconoscibile ma non cessa assolutamente la sua funzione, si confonde tra un insieme di morali, tra loro spesso in contraddizione. Quindi questa pluralità contraddittoria di morali offusca apparentemente l’etica dominante. Ma se si guarda con attenzione questo insieme confuso di morali ci si accorge che la chiave di lettura del processo è nella ideologia della democrazia che le incatena: questa è l’etica dominante. Il capitale finanziario ha infatti bisogno di non apparire come il vero controllore della società e dunque fornisce spazi illusori di libertà con la moltiplicazione di morali che comunque sono costrette a esprimersi dentro un sistema a-democratico istituzionale e politico realizzato dalla ideologia della democrazia, con la quale il capitale ha costruito le sue fortune. E all’interno di questo sistema conduce guerre e commette crimini in nome proprio della democrazia, della sua etica, come una volta lo si faceva in nome di Dio.

Nel processo di transizione teso al superamento del capitalismo l’etica non è l’aspetto sovrastrutturale di tutela delle tradizioni storiche date, ma diviene, con le lotte, fattore che favorisce negli individui la coniugazione tra il potente momento intellettuale e la politica per combattere le forze schierate in difesa «dello stato di cose presente». Dunque da qui occorre ripartire per affrontare oggi la questione dell’etica in una visione marxiana, tenendo però conto dei problemi inediti, politici e teorici, posti dalla moderna società, primo fra tutti quello del sorgere di una pluralità di morali, a differenza delle società a capitalismo maturo dell’inizio del Novecento, plasmate prevalentemente da due morali: la morale cristiana e la morale liberale, a volte in conflitto fra loro, ma sempre alleate contro l’etica socialista delle classi subalterne.

L’odierna pluralità di morali porta a smarrire l’etica come fattore del conflitto sociale, poiché non favoriscono negli individui la coniugazione tra momento intellettuale e momento politico per condurre la lotta per il socialismo. La laicizzazione (e non una società e uno Stato laico che sono ben altra cosa) è un tratto potente della società contemporanea. La crisi delle ideologie è legata anche al processo dell’affermarsi appunto della laicità. Per molti aspetti si può valutare positivamente il ritorno a diverse morali, ma questo processo non è accompagnato dall’idea di una valutazione di merito. Siamo oggi alla molteplicità delle morali senza nessuno strumento valutativo, se non soggettivo, che consenta di definire quali siano le cose giuste da fare. Questo è il capolavoro della democrazia dell’ideologia, così è se vi piace!

Non si hanno più valori come riferimenti oggettivi per definire la qualità di una società che è tale per alcuni ed è invece pessima per altri, così anche il risultato dell’alternanza dei governi diventa oggetto di una valutazione soggettiva: chi vince le elezioni (utilizzando meglio la demagogia) ha sempre ragione. Il giudizio sul governo è del tutto soggettivo in quanto tutti i governi, varianti di un regime a-democratico, sono, in ultima istanza, espressione del capitale finanziario.

I filosofi greci distinguevano i diversi governi e ne valutavano l’azione. Nell’Occidente “democratico” non vi è oggi una distinzione assimilabile a quella di Socrate, Platone o Aristotele. I governi, nell’ambito della ideologia della democrazia, sono tutti più o meno buoni e cattivi nello stesso tempo. Si può e si deve discutere di alcune loro azioni politiche in materia civile, economica e sociale, le si può sostenere o contrastare, ma nella sostanza non si mette mai in discussione la presunta natura democratica del governo come espressione del voto popolare. In questo contesto prende piede la concezione weberiana, specchio filosofico di una pluralità di morali espressione della società dei consumi, per cui il senso comune si perde in un mondo liquido composto dalla cosiddetta moltitudine degli individui che rincorrono spazi illusori di libertà, senza rendersi conto di fruire solo di quegli spazi che il capitale offre in nome della democrazia. Anzi si contrappone la democrazia al comunismo miseramente fallito in Urss. E non si va per il sottile, non si spiega che il comunismo è una ideologia mai realizzata, cosa assai diversa dalle democrazie popolari, dal socialismo realizzato, ecc. ecc. Queste definizioni utilizzate nel passato sono rimosse e incluse nel grande calderone del comunismo.

Anche la democrazia è una ideologia mai realizzata, anzi la forma di governo concretamente praticata in questa fase storica è un sistema istituzionale e politico a-democratico. Questa forma favorisce, come si è visto, una pluralità di morali, in conflitto tra loro, che spesso prescindono dalla struttura economica della società. Ad esempio, la questione salariale, generata dal conflitto capitale-lavoro, è ridotta a pura vertenza sindacale, fino a giungere, a quello che potrebbe sembrare un paradosso ma non lo è, che una parte importante dei tesserati della Cgil siano elettori del centrodestra. Dunque, sono morali trasversali, liquide, raramente riconducibili alla lotta di classe, alla lotta per il socialismo. Morali che sarebbe errato considerare però di natura interclassista, in quanto sono del tutto soggettive, riflettono gli effetti del processo di laicizzazione dello Stato e della società.

Se si considerino le pratiche sessuali in rapporto al piacere e all’amore molte sono le morali su questo tema e non possono essere rigidamente catalogate in morali di destra o di sinistra. Come l’estensione di alcuni diritti civili. Questi temi si prestano a diverse interpretazioni. Ma diviene chiaramente un’azione politica regressiva quando la negazione dei diritti risponde solo alla morale cristiana, intesa come morale universale (integralismo), la sola da seguire in quanto dettata da Dio. Se anche la religione cattolica accetta tale laicità la questione è bella e superata, non determina conflitto sociale. Ognuno si comporta in base al suo credo e alla sua fede. E si potrebbe continuare con il ruolo della famiglia o con i rapporti omossessuali. La contraddizione caso mai sta nel fatto che il processo di laicizzazione, quindi dell’affermazione piena di diritti civili in merito alla sessualità e alla famiglia, è più sentito da consistenti settori sociali borghesi rispetto alle fasce popolari, più tradizionaliste. È anche vero però che la trasversalità favorisce quel senso comune di vivere in una società formata da una moltitudine indistinta in cui il concetto di classe appare notevolmente attenuato, sostituito per lo più dal concetto di popolo che rivendica la sua sovranità in nome della democrazia in contrapposizione a un potere di cui poco o nulla sa.

Stesso identico ragionamento per la questione ambientale. Negarla sarebbe drammaticamente sbagliato. Si deve affrontare in tutti i suoi aspetti con radicali misure strutturali pianificate tramite un nuovo modello di sviluppo sotto il controllo dello Stato e non disperdere la priorità ecologica in un dibattito fatto di mille rivoli, spesso ideologici e a volte pure ridicoli, funzionali agli interessi del capitale finanziario. Anche sulla questione ambientale ognuno ha il suo credo, la sua fede, la sua morale, il suo punto di vista soggettivo ed è libero di esprimerlo come meglio crede. Così si crea il consenso dell’opinione pubblica per realizzare ingenti operazioni finanziarie speculative ai danni delle popolazioni con programmi di riconversione ecologica, che però neanche sono green economy ma solo green washing. Proprio sulla questione ambientale si può cogliere la portata della funzione della ideologia dominante, che reprime solo lo stupido negazionismo (anche questo, tra l’altro, è un credo) e non la morale che ognuno si è formato nell’essere un individuo della moltitudine.

Quando si afferma che il capitale finanziario ha bisogno di non apparire come il vero controllore della società s’intende evidenziare proprio questo fenomeno, cioè la sua capacità di rendere subalterne le diverse morali, in conflitto tra loro, tramite l’ideologia della democrazia – che è e resta l’etica dominante – senza che vengano esercitate costrizioni particolarmente repressive, e nel contempo riuscire a dare a ogni morale, riconosciuta come tale, la sensazione di aver conquistato spazi di libertà. E il fenomeno diventa ancora più sofisticato e articolato in quanto siamo in una società multietnica, con la presenza di altre religioni e tradizioni che alimentano il bacino delle diverse morali, anche se queste diversità aprono faglie vistose nell’etica dell’ideologia della democrazia,

È evidente che in tale scenario quello che una volta era il fiume impetuoso dell’etica marxista si è ridotto in Europa a un rivolo a malapena mantenuto vivo, non ancora completamente prosciugato grazie alla volontà di una minoranza di militanti che testardamente ripropongono un’etica rivoluzionaria in alternativa al regime a-democratico. Allora il capitale nella sua mutazione in capitale finanziario ha vinto? Questo è il solo mondo possibile? Hanno ragione i liberali di ogni ordine e specie? Intanto ci sarebbe molto da discutere su quello che dal punto di vista geopolitico sta avvenendo. Ma la realtà globale è ben più complessa e articolata, vi trova grande spazio un altro mondo molto più grande che frettolosamente viene liquidato con l’etichetta di non democratico, illiberale, autoritario, autocratico e persino totalitario. Così il mondo si riduce all’Occidente che diviene il tutto, “il bel giardino” circondato dalla giungla.

L’ideologia della democrazia è il punto di forza del capitale finanziario, Crea consenso. Ma è anche la sua debolezza in quanto ne determina, per laceranti contraddizioni di impoverimento di tutti gli aspetti, non solo il declino economico, ma anche politico e culturale, persino religioso.

Con la guerra in Ucraina non siamo alla riproposizione della “guerra fredda”

La guerra tra Russia e Ucraina viene spesso presentata come un ritorno alla “guerra fredda”. Il paragone però è fuorviante, non regge. Nella “guerra fredda” vi erano due sistemi, politici, economici e sociali ben definiti: da una parte il capitalismo, dall’altra parte il socialismo realizzato e non il comunismo. Tutta la diplomazia e le relazioni internazionali ruotavano attorno a questa realtà, anche i numerosi paesi cosiddetti non allineati, come la Jugoslavia, l’India e la stessa Cina, si muovevano dentro questo contesto. E pure le strategie militari, compresa la corsa al riarmo delle due superpotenze, Usa e Urss, non prescindevano dai rapporti di forza usciti dalla Seconda guerra mondiale. Tant’è che, nonostante la contrapposizione tra blocchi, vi erano spazi, per una serie di paesi, anche europei, per poter condurre iniziative diplomatiche in parte autonome, che comportavano anche scambi commerciali e relazioni economiche.

Si pensi all’azione delle socialdemocrazie, in primis di quelle tedesche e scandinave, o ai rapporti economici fruttuosi che i governi italiani di centro-sinistra stabilivano con l’Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti. Nessuno statista occidentale, in quegli anni, fece mai dichiarazioni bellicose nei confronti dell’Urss o tentò di praticare una linea volta a smembrarla. Unica eccezione fu Churchill, che subito dopo il 1945, sconfitta la Germania nazista, si avventurò in dichiarazioni forti di aggressione militare all’Urss di Stalin, che non aveva ancora la bomba atomica, ma rimase una voce isolata e non fu ascoltato, per fortuna, dagli statunitensi. Tutti gli Stati di entrambi i blocchi si muovevano all’interno di quanto stabilito dagli accordi di Yalta che sancivano la presenza di due sfere di influenza, quella degli Usa e quella dell’Urss.

Senza infrangere gli accordi di Yalta le due superpotenze si garantivano dei margini di interpretazione autonoma di quanto stabilito. Da parte sovietica si avanzava la strategia della “coesistenza pacifica”, realizzando la quale si sarebbero aperti molti spazi per le forze progressiste in Occidente, per nuovi processi di decolonizzazione del Terzo Mondo e per le lotte di liberazione nazionali. Tra l’altro la guerra coreana era stata una lezione per tutti: su quella strada si rischiava di giungere a un nuovo e più drammatico conflitto mondiale, con conseguenze catastrofiche per l’intera umanità. Da parte Usa invece si praticava la politica di contenimento dell’influenza sovietica, facendo ricorso alle armi e anche ai golpe militari, se necessario, in quei paesi che formalmente non erano militarmente loro alleati ma erano parte integrante del sistema economico imperialistico. Mai dalla Casa Bianca però fu attuata una politica di aggressione militare diretta e frontale al Patto di Varsavia. La crisi di Cuba fu risolta dopo che Kennedy decise di ritirare i missili con testate nucleari dalla Turchia e di conseguenza Krusciov rinunciò a installare armi dello stesso tipo a Cuba.

Questo atteggiamento simile delle due superpotenze apriva enormi spazi politici, non solo alle forze progressiste e di sinistra in Occidente e ai movimenti di liberazione, ma pure al movimento pacifista, che si affermò con l’enorme contributo anche dei cattolici, e negli Usa della sinistra liberal, che fece suoi gli orientamenti emergenti dalle nuove generazioni, molto coinvolte da fermenti culturali e di costume che caratterizzarono quegli anni. Si pensi a proposito all’influenza della musica rock, della poesia e della letteratura della Beat Generation. Dunque, la “guerra fredda” era una situazione derivata da Yalta ma non determinava il congelamento dei processi mondiali. Dentro al contesto della “guerra fredda” vi erano ampie brecce che consentivano ai movimenti di massa di pesare e di condizionare la politica e persino la geopolitica. La lezione del Vietnam è stata anche tutto questo.

Gli scenari attuali poco o nulla hanno a che fare con la “guerra fredda”. Le ragioni che hanno spinto Putin all’operazione militare speciale sono: l’estensione della Nato fino ai confini della Russia; l’aggressione al Donbass e alle regioni di lingua russa da parte di Kiev, con bombardamenti che in otto anni di guerra hanno provocato 14.000 morti, molti dei quali civili, tra cui donne e bambini; il boicottaggio sistematico dell’Ucraina degli accordi di Minsk; l’integrazione delle milizie naziste e degli ultra nazionalisti nell’esercito regolare ucraino dopo il colpo di Stato, voluto, sostenuto, finanziato e guidato dagli Usa, che già erano presenti attivamente da anni nell’ex Repubblica Sovietica attraverso la Nato, la Cia e una serie di laboratori segreti per produrre armi biologiche di sterminio di massa; la persecuzione della etnia russa con vessazioni e metodi razzisti; la messa al bando di ben 11 partiti tra cui il Pc e dei mezzi di informazione dell’opposizione, con arresti e uccisioni di politici, sindacalisti e giornalisti; la persecuzione della Chiesa ortodossa che ha nel Patriarca di Mosca il suo punto di riferimento. Sulla base di queste motivazioni si è innescato l’intervento militare russo, che tra l’altro ha anticipato quello del governo ucraino, che stava già ammassando un grosso esercito ai confini delle due Repubbliche ribelli del Donbass. Per questo il conflitto in Ucraina ha anche la caratteristica di guerra civile.

Questo aspetto importante della guerra civile non è sufficientemente evidenziato. Per i russi gli ucraini sono un popolo fraterno. Per questo l’obiettivo non è conquistare l’Ucraina o distruggerla, ma il raggiungimento degli obiettivi della operazione speciale, tra cui soprattutto la neutralità del paese e la sua denazificazione. D’altronde Putin lo ha dichiarato diverse volte. La guerra in Ucraina è combattuta tenendo conto che storicamente il paese è parte integrante della storia russa. Dunque, nessun bombardamento a tappeto per radere al suolo le città ucraine ma solo bombardamenti mirati su obiettivi strategici. Una guerra voluta dall’Europa contro la Russia sarebbe invece combattuta con armi di sterminio di massa e durerebbe non più di mezz’ora.

Inoltre, una guerra condotta “coi guanti” sul piano politico e diplomatico non incide nei consensi altissimi della Russia nel mondo dei Brics come si è visto di recente anche a New Delhi. Ecco perché la guerra dura da oltre quattro anni. È prevalentemente una guerra di logoramento che sta logorando innanzitutto l’Ucraina e la Ue.

Perché si è giunti all’operazione militare speciale russa in Ucraina

      La ragione principale però che ha spinto Mosca a mettere in atto l’operazione militare speciale, pur non sottovalutando l’insieme delle ragioni citate precedentemente, è squisitamente politica, o se si vuole geopolitica e di sicurezza nazionale. Gli Usa, dopo la fine dell’Unione Sovietica e il dissolvimento del campo socialista in Europa, hanno radicalmente modificato il loro atteggiamento sulla questione russa. Da una politica di contenimento dell’influenza mondiale dell’Urss sono passati a una politica di vera e propria aggressione alla Russia, nutrendo la speranza che fosse possibile non solo disarticolare l’ex Unione Sovietica, ma la stessa Russia, che ha un immenso territorio di 17.100.000 km² con la Siberia dove si trovano circa il 50 per cento delle risorse strategiche del pianeta. Questo cambio di linea è stato provocato da due novità che si sono determinate alla fine del secolo scorso.

La prima riguarda lo scioglimento dell’Urss, dopo il quale l’Occidente credeva, o si illudeva, che si sarebbe andati verso la costruzione di un mondo unipolare, dominato dagli Usa e dal capitale finanziario. Finalmente le diverse centrali imperialistiche avrebbero avuto mano libera per dividersi la Russia e saccheggiare e depredare ancora di più tutti i paesi che prima, in qualche modo, erano stati tutelati dall’Urss e ciò avrebbe permesso agli Usa e ai loro alleati di presentarsi al Sud del mondo come quelli che dettavano ancor di più le regole e le condizioni. Il costante allargamento della Nato a ridosso dei confini con la Russia aveva e ha anche questo obiettivo.

Questa convinzione è all’origine di una serie di guerre, a iniziare dallo smembramento della Jugoslavia, paese leader dei non allineati, senza che la Nato si ponesse troppi problemi nel bombardare la Serbia. E in seguito le guerre contro l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, lo Yemen, la Somalia, tanto per citare le più importanti. Ciò era reso possibile da una Russia troppo debole per svolgere un ruolo di contrappeso, e tra l’altro molto impegnata in guerre alle porte di casa, in Georgia e in Cecenia, e dalla Cina che non era ancora quella grande potenza economica che è oggi.

Sul piano politico si pensava di perpetuare l’unipolarismo attraverso le “rivoluzioni colorate” e i colpi di mano per costituire, con il pretesto di portare la democrazia, governi fantoccio legati all’Occidente, in particolare agli Usa o ad alcune potenze europee.

La seconda novità fa riferimento al passaggio dal capitalismo al dominio incontrastato del capitale finanziario, che proprio in quegli anni in Occidente, maturava in tutta la sua enorme portata. Ed è ovvio che un sistema geopolitico unipolare, basato sulla potenza militare statunitense, fosse funzionale alle attività speculative e di finanziarizzazione dell’economia da parte delle oligarchie finanziarie.

Spesso però “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”. La fase unipolare è stata breve, non ha retto ai processi in atto.

In primo luogo, si è sottovalutato l’imponente sviluppo economico della Cina e la sua capacità di passare da una produzione di quantità a una produzione di qualità affermandosi come primo paese nella produzione tecnologica.

In secondo luogo, l’Occidente ha colto solo tardivamente i processi politici che hanno portato la Russia da Eltsin a Putin, con un conseguente risveglio politico, economico, culturale e militare della nazione.

Inoltre, il capitale finanziario ha portato a un forte ridimensionamento del ruolo dello Stato come soggetto principale nel pianificare gli interventi per lo sviluppo produttivo, per grandi opere infrastrutturali, per estendere, migliorare e qualificare il welfare, per attuare politiche monetarie. Dove il capitale finanziario esercita incontrastato il suo dominio, cioè in buona parte dell’Occidente, il tema della programmazione è totalmente rimosso e al suo posto sono subentrate le privatizzazioni selvagge a favore di ristrette élite finanziarie. L’azione dei governi è ridotta a gestire un po’ di spesa corrente e a favorire l’introduzione di nuove e sempre più pesanti privatizzazioni (soprattutto oggi dei beni comuni) e l’esternazione dei servizi. Ma soprattutto ha smantellato il suo sistema produttivo, a iniziare dall’industria pesante decisiva nella costruzione di armamenti convenzionali. La guerra in Ucraina conferma drammaticamente questo aspetto. I paesi della Nato sono molto lontani dai ritmi di produzione dell’industria bellica russa per non parlare della capacità di produzione militare della Cina.

Il mondo, infine, non è tutto dominato dal capitale finanziario. Ci sono tanti paesi del Sud globale nei quali lo Stato esercita e svolge le sue funzioni, soprattutto stabilendo modalità e obiettivi degli indirizzi economici. Il Sud è un insieme complesso di paesi con diverse espressioni politiche e diversi sistemi economici e sociali. Vi sono paesi socialisti o a orientamento socialista, paesi in via di sviluppo ma ricchi di materie prime, paesi con forme di capitalismo monopolistico di Stato, sia pur molto diversificate. Sono questi gli Stati dove vengono attuate forme di pianificazione e politiche più o meno di natura neokeynesiana per migliorare le condizioni materiali di vita e tutelare la sovranità nazionale. Ma mentre vanno avanti questi processi, in Occidente si deve constatare la morte del riformismo: a tal proposito basta riflettere su cosa sono diventati i paesi scandinavi, un tempo additati come esempio più significativo del modello riformista.

Gli Stati del Sud del mondo rappresentano oltre i due terzi della popolazione mondiale e sempre meno vogliono stare alle regole dettate da una visione unipolare e prepotente dei rapporti internazionali, una visione che è tutt’uno con gli interessi e le attività del capitale finanziario e dei principali poli imperialisti mondiali. Questi Paesi sono contrari alla globalizzazione finanziaria. E proprio sulla questione di un ruolo forte dello Stato per affrontare e risolvere i grandi problemi dell’umanità che in questi anni si è determinata una frattura che ha creato due veri e propri campi distinti. Accordi internazionali, come il Brics, per citare il più importante, vanno appunto nella direzione di rafforzare quella idea di globalizzazione e di circolazione di denaro-merci-forza lavoro sulla base del reciproco interesse respingendo la concezione di una globalizzazione finanziaria, speculativa e di rapina. Non c’è allora da stupirsi se sono già una trentina, i paesi che hanno chiesto di voler entrare a far parte dei Brics oltre gli ultimi nuovi ingressi.

A tutto ciò si aggiunge il consolidamento dell’asse strategico tra Russia e Cina che si rafforza proprio nella lotta per contenere l’azione devastatrice del capitale finanziario e la sua visione unipolare. L’intesa tra queste due grandi potenze trascina tutto il Sud globale e gli conferisce il coraggio necessario per alzare la testa, per essere coprotagonista di un mondo che cambia, che va nella direzione di una pratica multipolare nei rapporti internazionali, per contrastare e contenere l’azione distruttiva del capitale finanziario. Un Sud del mondo che forse per la prima volta nella sua storia è consapevole di poter riscattare oltre cinque secoli di colonialismo e di imperialismo imposto dagli europei, dai nord americani e dal Giappone.

Per questa ragione è la situazione internazionale che spinge e obbliga gli Stati a stare in un campo o nell’altro. Non sono i due campi della “guerra fredda” dove era possibile il formarsi di un ampio schieramento di paesi non allineati. Nella situazione di oggi gli spazi per tale politica non ci sono. o sono estremamente limitati. Non è possibile più muoversi tra le righe della politica di contenimento dell’Urss da parte Usa e la strategia della “coesistenza pacifica” praticata dai sovietici. La situazione attuale è di forte movimento e la partita cruenta che si sta giocando è come ridisegnare un ordine mondiale. E in questa partita, sia pur con diverse sfumature e distinzioni, si sta o da una parte o dall’altra.

Ecco perché il pacifismo e il riformismo in Occidente sono morti. Non c’è spazio tra i due campi come era con “la guerra fredda”. O si sta col capitale finanziario o si sta con la gran parte del mondo a prescindere dai diversi sistemi politici, economici e sociali. Per questo gli appelli alla pace degli ultimi papi sono restati in Occidente lettera morta.

A questo nuovo tornante della storia non si è arrivati all’improvviso, ma le premesse sono maturate negli ultimi vent’anni attraverso una serie di eventi che presi singolarmente forse non hanno un forte impatto, ma analizzati nel loro complesso mostrano come il cambiamento affondi le sue radici indietro nel tempo.

A partire dagli esiti della cosiddetta Primavera araba, in particolare in Egitto e in Algeria con la nascita di governi, che dopo un iniziale sbandamento, si sono sempre più allontanati dall’Occidente e in forme diverse sono diventati alleati della Russia.

Per continuare, con il fallimento del tentativo di stabilizzazione della Siria oggi sempre più vassalla della Turchia, altro grande nemico in Medio Oriente di Israele. Senza sottovalutare poi il ruolo predominante che hanno acquisito in questi anni in Medio Oriente potenze regionali come l’Iran, l’India, l’Indonesia e il Pakistan.

Merita un’analisi anche la situazione del tutto nuova che si è determinata in alcuni paesi strategici dell’America Latina. E adesso nell’Africa equatoriale.

Al quadro delineato si aggiunge il tentativo miseramente fallito di “rivoluzione colorata” in Bielorussia.

Infine, non va dimenticata la crisi profonda del sistema politico, sociale e culturale statunitense che ha favorito l’affermarsi di una “anomalia come Trump”, con una lotta di classe dall’alto tra le grandi oligarchie finanziarie e il sistema produttivo statunitense, che evidenzia il grande potere negli Stati Uniti dello stato profondo più legato ai democratici che ai repubblicani.

Ai fatti citati si devono aggiungere, senza minimizzare la loro influenza, le ricorrenti crisi che si sono determinate in questo ventennio per effetto delle contraddizioni insanabili del capitale finanziario e la riduzione dell’influenza saudita nell’Opec a favore della Russia, e conseguentemente la perdita di credibilità del sistema del petrodollaro su cui gli Usa, per anni, hanno fatto leva.

Bisogna ricordare anche che la veemenza politica, spinta fino all’uso di matrice nazista della russofobia – sentimento di paura e di ostilità verso il popolo e la cultura russa – non ha mai caratterizzato la “guerra fredda”, neanche nei momenti di crisi più acuta. Allora, con la divisione del mondo in due blocchi nessuna delle due superpotenze nucleari è mai intervenuta militarmente né mai ha disposto l’applicazione di sanzioni economiche se l’altra parte calpestava la sovranità, i diritti e le aspirazioni di un paese che, pur facendo parte integrante di uno dei due campi, cercava una via autonoma per il suo futuro. La partita, anche a livello militare, si giocava in quelle zone del mondo non decisamente posizionate in una delle due aree di influenza.

Ha ragione Xi Jinping quando sostiene che siamo protagonisti di cambiamenti che non si vedevano da cento anni. Tutti questi elementi concorrono per affermare, come si è già detto, che siamo a un grande tornante della storia, come fu quello della Rivoluzione francese o della Rivoluzione d’Ottobre. Ecco, siamo appunto a un nuovo tornante della storia. È una narrazione molto superficiale sostenere quindi che la situazione di oggi sia un ritorno alla “guerra fredda”.

In scala ridotta un processo di graduale e sempre più convinto sostegno alla Russia vi è stato da parte di settori, pur minoritari, della sinistra rivoluzionaria europea. Da questa riflessione ne deriva un’altra che occorre sottolineare poiché più volte è stato enunciato che la Russia, per condurre l’operazione militare sia stata economicamente fagocitata dalla Cina. Indubbiamente la Cina è una potenza economica ben più forte della Russia, però quest’ultima ha enormi riserve di materie prime e un potente arsenale militare (e nucleare) molto più forte di quello cinese, che tutela anche Pechino. Ma soprattutto il Cremlino ha saputo condurre una iniziativa politica e diplomatica che ha portato la Russia ad essere di fatto leader dei paesi del Sud del mondo. Le due potenze hanno bisogno l’una dell’altra e insieme prospettano al Sud del mondo la vittoria nella battaglia per un nuovo ordine mondiale.

D’altronde la Russia, a differenza della Cina, ha una secolare ed esperta scuola diplomatica. Una diplomazia che ha le sue radici nel ’17 del secolo scorso. Sa tessere fruttuose relazioni diplomatiche in tutto il mondo. Non a caso da sempre, dalla nascita dell’Unione Sovietica, la diplomazia russa è punto di riferimento per molti paesi del Sud globale.

Quale pace?

La posizione occidentale che indica come unica pace giusta quella che prevede non solo il ritiro della Russia da tutti i territori occupati, compresa la Crimea, ma anche la sua umiliazione, è bassa retorica di guerra. Voler mettere in ginocchio la Russia anche con le sanzioni e minacciandola militarmente è divenuto un boomerang per l’Occidente. Non si scongiura così la devastazione del bel “giardino occidentale”, realizzato con secoli di sfruttamento e di rapina del Sud del mondo. A meno che non ci sia un qualche “Stranamore” che pensa alla guerra nucleare. Addirittura, i più oltranzisti teorizzano ancora oggi che la Russia possa essere smembrata.

Spazi dunque per trattive sono poche e con pochi margini. Questa è la situazione a oggi. La strategia militare dei russi consiste nel condurre una guerra a bassa intensità puntando non solo alla disfatta di Kiev ma anche al logoramento dell’Occidente. L’uso della forza militare applicata selettivamente e in modo limitato ha anche lo scopo di evitare che alcuni paesi confinanti con la Russia possano avere il pretesto per puntare a un allargamento del conflitto. Una conduzione militare funzionale all’intensa attività politica e diplomatica dei russi e dei cinesi, volta al consolidamento dei loro rapporti di amicizia con il Sud del mondo. Il risultato è che non è la Russia ad essere isolata ma è l’Occidente che è sotto assedio. Un dato questo del tutto evidente nella partita delle sanzioni economiche in cui l’Europa è la prima a farne le spese, a partire dalla Germania che è in profonda crisi e in recessione.

Sono tutti dati questi confermati dai Brics a New Delhi.

Occorre non sottovalutare il rischio di una guerra nucleare, ma è senz’altro vero che se non ci fossero le armi nucleari la terza guerra mondiale sarebbe già scoppiata; quindi, rovesciando la questione, le armi nucleari rappresentano un deterrente molto forte, proprio perché non ci sarebbero né vinti né vincitori. E la Russia è potentissima, La possibilità di una guerra nucleare tattica in Europa è più una trovata giornalistica che una possibilità vera: la risposta a una bomba nucleare tattica si trasformerebbe con molta probabilità in una guerra nucleare mondiale che coinvolgerebbe anche gli Stati Uniti. Il primo missile nucleare russo forse non sarebbe lanciato sulle capitali europee ma chissà sugli Usa. Il rischio di una guerra nucleare non è quindi scongiurato ma resta un’opzione oggi ancora remota. Ecco perché la sconfitta militare della Russia ragionevolmente non può essere contemplata. Pure per questa ragione i russi conducono in Ucraina una guerra a bassa intensità e gli Usa, invece di ricercare un negoziato di pace che contempli le richieste di sicurezza nazionale del Cremlino, hanno risposto, soprattutto con Biden, armando fino ai denti l’Ucraina in questa sporca guerra ibrida che stanno conducendo. La partita si gioca su chi si logora per primo per creare le condizioni di un cambiamento radicale di orientamenti politici nelle file dell’altro campo. E i russi in questa guerra di logoramento sono in netto vantaggio, hanno il supporto economico dei Brics e forti sono i segnali di un collasso dell’Ucraina.

Questo contesto, molto diverso dalla “guerra fredda”, non è sufficiente – come già detto – un pacifismo equidistante dalle due grandi potenze nucleari. La lotta per la pace contro la guerra non può prescindere dalla costruzione di un nuovo ordine mondiale. La pace si impone con una visione multipolare e fino quando l’Occidente non rinuncerà a una politica di dominio globale un conflitto mondiale, sia pur a pezzi, sarà condotto di volta in volta in nuovi scenari di guerra. Il potenziale militare nucleare delle grandi potenze ripropone, sia pur con grande inquietudine, l’idea della deterrenza per evitare la distruzione del pianeta, in attesa di tempi migliori.

La crisi del movimento pacifista

Occorre non un generico movimento pacifista, ma un forte movimento per la pace, non equidistante, che connetta la questione della guerra con la costruzione di un nuovo ordine mondiale. Un movimento per la pace che si schieri in concreto con il Sud globale che lo chiede con grande determinazione. Si è vista con la tragedia di Gaza l’imponente mobilitazione mondiale. Sul piano dell’informazione Israele la guerra già l’ha persa, mentre sul piano politico ha imboccato un vicolo cieco. Ma se in Italia il movimento pacifista dichiara di condannare il terrorismo di Hamas e nello stesso tempo il genocidio israeliano a Gaza, se non denuncia le ripetute aggressioni israeliane in Libano e in Siria, se sostiene i curdi, che all’inizio della guerra civile siriana erano schierati con l’Isis e sono oggi pronti a difendere le basi americane per il controllo dei pozzi petroliferi in Iraq, se non riconosce il ruolo positivo della Russia nella regione contro il terrorismo e sistematicamente conduce una campagna di demonizzazione contro l’Iran, allora un grande movimento di massa di solidarietà con i palestinesi non si si svilupperà mai. E cinicamente la politica italiana continuerà a sostenere Israele nel “suo diritto a difendersi” in quanto è “l’unica democrazia” in Medio Oriente e seguiterà a inviare navi nel Mar Rosso contro gli Huthi e militari in Arabia Saudita.

La guerra in Ucraina ha posto inoltre la questione della crisi del movimento pacifista cattolico. La laicizzazione della società impedisce alla Chiesa di svolgere un ruolo decisivo ed efficace per la pace. Papa Francesco diceva cose importanti ma la politica non lo ascoltava, era sorda ai suoi appelli. Il Pontefice dichiarava «non sono il cappellano dell’Occidente» e prendeva una posizione molto coraggiosa sulla guerra in Ucraina, mosso veramente da una visione ecumenica da capo mondiale del cattolicesimo. Ma in Occidente il grosso dell’establishment che si riconosce nella religione cattolica, costituito da politici, giornalisti, manager, banchieri, intellettuali, persino da una parte del clero, semplicemente lo ignorava. Per la prima volta nella storia moderna della Chiesa la parola del Pontefice, non più posizionato sulla scelta della difesa dei valori dell’Occidente, è stata inascoltata, di fatto è stata respinta.

Tutto può avvenire nei prossimi anni, se tale frattura nel mondo cattolico non sarà ricomposta, ma oggi ha una forte ricaduta politica negativa. Ai tempi di Giovanni XXIII una parte importante del mondo cattolico in Occidente era spinta a impegnarsi per la pace, a essere parte integrante del movimento pacifista. Oggi, nonostante gli accorati appelli del Papa, buona parte dei cattolici non si sentono coinvolti nella lotta per la pace, come a dire la politica è una cosa e la religione è altra.

Ma tutto il movimento pacifista in Europa è in crisi. Non a caso le grandi mobilitazioni di massa sono per la Palestina, contro la mattanza di Israele a Gaza, e non per porre fine alla guerra in Ucraina. Questo perché il movimento pacifista si muove su un vecchio schema di mobilitazione oggi del tutto superato. Ha un impianto politico e culturale appunto dei tempi della “guerra fredda”.

 Sulla sinistra europea e la questione “coloniale”

Un ragionamento simile può essere fatto per la sinistra europea e per i democratici. Se si è subalterni all’ideologia dominante, in cui forte è oggi la componente laicista (non laica, come già detto!) diviene difficile trovare il nesso tra lotta per la pace e la lotta per un nuovo ordine mondiale. Sono tutte forze che, a parole si dichiarano per la pace, ma in pratica dànno tutto il loro sostegno alla guerra Nato in Ucraina. Imbevute spesso di un ideologismo laicista (espressione in gran parte della nuova borghesia affermatasi con il dominio del capitale finanziario), sono portatrici di una concezione tronfia di banalità sui diritti civili, sulla libertà e la democrazia  – come se l’Occidente avesse le carte in regola per dare lezioni a tutti – e sostengono di fatto o con convinzione la scelta di campo occidentale e le sue denunce di parte non più accettabili per il doppio standard di giudizio, ripetendo pappagallescamente che vi è un accredito e un aggressore..

Hanno rimosso tra l’altro la storia, omettendo che il cosiddetto modello liberale in Europa e negli Usa si è potuto affermare poiché ha praticato per secoli una politica di rapina nei confronti del Terzo Mondo. Se tale politica si indebolisce, e oggi è sempre più evidente questo processo, allora il modello liberale entra in crisi e diviene autoritario nella forma di un regime a-democratico. A questo processo si accompagna l’evidenza che l’ex Terzo Mondo si sta ricollegando anche al filone politico e culturale del marxismo e del leninismo.

Marx per primo pose la questione coloniale, relegata poi in un angolo dalle socialdemocrazie, ripresa con forza da Lenin e dalla Russia dei soviet e infine rilanciata da Stalin sino a diventare uno dei cardini della politica internazionale dell’Unione Sovietica. Oggi tale aspetto è stato mirabilmente ripreso da Putin che non è un comunista, ma l’attenzione alla questione coloniale (che oggi riguarda l’emancipazione del Sud del mondo dalle politiche di rapina dell’Occidente) rimane una bussola di orientamento ieri dell’Urss e oggi della Russia. È un dato politico ben percepito da molti paesi del Sud, consapevoli che i conti per un passato di sfruttamento non devono farli con i russi (e direi neanche con i cinesi), ma con gli anglosassoni, i francesi, i tedeschi, gli spagnoli, gli italiani, con tutto l’Occidente.

A sinistra hanno una certa influenza anche alcune tesi che sono fuorvianti nel migliore dei casi e nei casi peggiori sono maliziosamente costruite dalle centrali imperialistiche. Sono quelle che definiscono la guerra in Ucraina “guerra capitalista”, “guerra imperialistica” o “tra due imperialismi”, o avanzano analisi geopolitiche superficiali come quella che le tre grandi potenze, Usa, Russia, Cina, sarebbero degli imperi e pertanto ragionino esclusivamente come tali. Concetti come questi non aiutano a costruire quel nesso tra lotta per la pace e lotta per un nuovo ordine mondiale, anzi disorientano. Se un negoziato per porre fine alla guerra è oggi un obiettivo difficilmente raggiungibile, allora è evidente che un movimento per la pace che si attesta su un generico pacifismo, “né con gli uni né con gli altri”, non farà strada e politicamente incide poco.

L’equidistanza poteva avere grandi margini di manovra durante la “guerra fredda”, quando nello schieramento dei non allineati confluirono in una certa fase addirittura un centinaio di paesi. Anche in Italia il movimento per la pace negli anni Ottanta si caratterizzò come equidistante e il Pci di Berlinguer fu uno dei grandi artefici di quel movimento. Ma un movimento di massa equidistante allora era considerato positivo dai sovietici in quanto, in ultima istanza, poteva essere ricondotto alla proposta della “coesistenza pacifica” per imbrigliare le posizioni oltranziste della Nato e degli Usa.

 Uscire dagli schemi novecenteschi

Gli scenari attuali sono diversi. Prima la sinistra europea, o per meglio dire ciò che di essa rimane, uscirà dagli schemi novecenteschi e prima sarà in grado di ricostruire un progetto politico di massa per la trasformazione. E tra gli schemi obsoleti, da abbandonare al più presto, c’è quello che riguarda il modo di concepire la lotta per la pace. Se la sinistra non abbraccia la battaglia per un nuovo ordine mondiale, che non si prospetta come un pranzo di gala, ma richiede un costante impegno politico, allora sarà irrimediabilmente destinata alla sconfitta, sia In Italia sia in Europa.

     Tutti gli sforzi generosi per far vivere un movimento pacifista sono ovviamente da sostenere, ma sono momenti tattici e spesso di scarsa importanza, di corto respiro. Attualmente la necessità politica risiede nella scelta di campo: o si sta con chi vorrebbe un ordine unipolare dominato dagli Usa o si sta con chi invece è, la stragrande parte del mondo, per un ordine mondiale multipolare, la cui realizzazione passa oggi attraverso la sconfitta politica, economica e militare dell’Occidente in Ucraina. E se la preoccupazione è quella di tutelare uno straccio di consensi riproponendo alleanze elettorali che sono sempre più delle accozzaglie inconcludenti, bisogna essere consapevoli che con la guerra si rischia di morire politicamente per Kiev.

Nella storia è già accaduto. Nella Prima e poi nella Seconda guerra mondiale la sinistra precipitò in una crisi profonda e si rialzò grazie all’impegno generoso, teorico, politico e organizzativo, di avanguardie rivoluzionarie. Se la sinistra non ripensa sé stessa muore. Deve uscire dagli schemi novecenteschi con una forte discontinuità. Fondamentale è che si riproponga la questione della dedizione e passione delle avanguardie. Senza questo lavoro non ci sono prospettive. E una delle prime questioni urgenti è ripensare l’Europa. Questa Ue è irriformabile ma non si deve prender la via di uno sterile isolazionismo nazionalista. Occorre invece definire nuovi processi di integrazione, nel rispetto della sovranità nazionale nell’ambito di una comunità sociopolitica europea, sull’esempio degli accordi che sono alla base del processo d’integrazione asiatico.

Necessità storica di un nuovo soggetto politico rivoluzionario

Vi è la necessità storica di un nuovo soggetto politico rivoluzionario che sia espressione di un marxismo innovativo e creativo. È un processo di lunga lena. Occorre avviare il lavoro politico, anche con contributi parziali e modesti. Non si tratta di riproporre in termini scolastici e pedanti la questione comunista, importante ma non strategica. Di certo importanti e in molti casi decisive sono l’esperienza e la storia di tanti partiti comunisti: Cina, Russia, Vietnam, Cuba e altri paesi ne offrono un chiaro esempio.  Non è un caso che queste esperienze, tolta qualche eccezione, siano vive, influenti, contino spesso in paesi non occidentali e siano espressione di complessi processi storici.

Dopo l’Ottobre del 1917 si considerava imminente la rivoluzione anche in Occidente e il movimento comunista poneva all’ordine del giorno l’obiettivo di realizzarla e non quello di condurre una battaglia di lunga lena. I partiti comunisti, solo alcuni anni dopo la loro nascita, che tra l’altro coinciderà con la loro sconfitta in Europa, cercheranno – e solo pochi ci riusciranno – di riorganizzarsi per darsi una politica di lungo respiro, che avrebbe dovuto tenere conto del ripiegamento difensivo del Pcus. In sintesi, è stato questo il contesto storico che portò alla nascita dei partiti comunisti, ma questo contesto è superato e quindi sarebbe una pessima iniziativa cercare di riproporlo a distanza di un secolo, con il nuovo millennio.

Non è sufficiente avere un nome e una storia gloriosa per continuare a essere necessari!

Attenzione però. Non si deve considerare l’insieme del bagaglio teorico del movimento comunista inattuale, da consegnare agli studiosi, o residuale. Sarebbe un errore grossolano imperdonabile gettare all’ortiche, come molti hanno fatto, due secoli di storia del marxismo e di lotte del movimento operaio. Per questo nessun ripudio, ma essere comunisti del XXI secolo. In termini storici dei rivoluzionari!

Vi sono oggi nel mondo forze rivoluzionarie che svolgono un ruolo importante decisamente maggiore rispetto a dei piccoli partiti comunisti, ininfluenti e a volte addirittura su posizioni controrivoluzionarie, come in Venezuela o in Nicaragua. Il Partito comunista cinese, che per autorevolezza e forza, ha tutte le carte in regola per essere il promotore della riproposizione di un movimento comunista, si guarda bene dal farlo proponendo una nuova internazionale comunista. Mantiene giustamente relazioni anche con molte piccole formazioni, ma non si pone il problema di promuovere momenti internazionali strutturati di coordinamento. Altre sono le strade da intraprendere per ricostruire una sinistra rivoluzionaria, di trasformazione, per dirla con Gramsci la grande questione della rivoluzione in Occidente.

La crisi dei partiti comunisti, in particolare nell’Occidente, ma anche delle socialdemocrazie, obbliga a interrogarci sul da farsi in termini del tutto inediti, spostando il campo di confronto non sulle storiche divisioni tra la II Internazionale (socialdemocratica) e la III Internazionale (comunista), ma sulle istanze poste dal presente, dalla realtà di oggi. Per questo riproporre, attualizzandolo astrattamente, il confronto storico tra due visioni diverse e contrapposte, anche se entrambe si richiamavano al marxismo, è fuorviante, non aiuta, cristallizza le riflessioni nell’ambito di un contesto storico che fa parte del passato e non si proietta verso «una analisi concreta di una situazione concreta» come sosteneva Lenin.

D’altronde chi osa obiettivamente sostenere che il Partito socialista europeo sia una forza socialdemocratica, compreso il Pd? Oppure che il gruppo della sinistra nel Parlamento europeo sia un raggruppamento comunista? Si deve partire dall’esaminare e dal valutare dati reali. Non tutto può essere ridotto alla categoria del “tradimento” verso chi si definisce solo formalmente socialdemocratico, o a quella del “revisionismo”, in nome del marxismo-leninismo, come causa del declino dei partiti comunisti.

La crisi della sinistra in Europa, compresa la crisi dei comunisti, deriva soprattutto dalla loro incapacità di leggere i processi di trasformazione e di mutazione del capitale e delle contraddizioni inedite che ha prodotto. Molti non sono consapevoli di questo o non vogliono prenderne atto.

Ideologia e teoria

Nell’indagare sulla storia del marxismo e del movimento rivoluzionario, per comprendere che fare oggi, bisogna tornare al nesso tra ideologia e teoria, messo in luce da Lenin e ripreso in termini sistematici prima da Labriola e poi da Gramsci. Con Labriola fu introdotta in termini chiari la distinzione tra ideologia e dottrina (nel senso di teoria). Che l’ideologia sia propedeutica alla formazione e allo sviluppo del senso comune che a sua volta è alla base della formazione storica del socialismo è incontestabile, ma è altra cosa dalla teoria, che è analisi e ricerca. Gramsci, che approfondì l’analisi storica dell’Italia secondo i criteri di quello che sarà poi definito storicismo dialettico, giunse a sostenere che il marxismo «storicismo assoluto», non solo aiuta a comprendere storicamente il passato, ma anche sé stesso, in quanto è «il massimo storicismo, la liberazione totale di ogni ideologismo astratto, la reale conquista del mondo storico, l’inizio di una nuovo civiltà».

L’ideologia non deve mai divenire una religione con tutti i suoi dogmi, mentre la teoria, per essere efficace nel lavoro di ricerca, non deve farsi condizionare dai vincoli ideologici. È chiamata a definire, non prescindendo dalla realtà data, una dottrina rivoluzionaria, una dottrina per la trasformazione.

Questa dovrebbe essere la relazione corretta tra ideologia e teoria, l’una ha bisogno dell’altra, ma operano su due campi distinti: la prima sul terreno immediato, quello prevalentemente politico, la seconda su quello dell’indagine e della ricerca, proprio per dare strumenti nuovi di interpretazione della realtà, cioè per dare vigore e linfa proprio all’azione politica. Tra formazione ideologica storica e teoria vi deve essere un rapporto dialettico in costante sviluppo. Un rapporto che muta e con esso muta l’ideologia con gli adeguamenti e gli aggiornamenti teorici. Il tema del rapporto tra ideologia e teoria sarà, dopo Labriola ripreso da Gramsci, per divenire un’acquisizione fondamentale del marxismo italiano. La complessa opera di Marx deve quindi essere considerata un laboratorio epistemologico dal quale attingere per interpretare la realtà, il presente, e non per cucire un vestito su misura all’attualità, né un quadro di criteri fissi, né semplici e comode conferme. In ciò vi è l’ispirazione leninista di Gramsci.

Occorre sempre rammentare che tutti i più grandi esponenti del marxismo, a iniziare da Marx, sono stati dirigenti e teorici rivoluzionari del partito operaio e dei lavoratori e molti loro scritti risentono dell’esigenza di imprimere al movimento una direzione politica, nella fase concreta in cui si svolgeva in quel momento la lotta di classe. Non elaboravano le loro teorie chiusi tra quattro mura o nelle Accademie, nelle Università o nei circoli culturali. Non erano degli intellettuali di professione, ma dei «rivoluzionari di professione», come precisa bene Lenin.

Il marxismo non è morto ma vive la fase della sua maturità

La storia del movimento rivoluzionario ha avuto diverse fasi: giacobini, socialisti, comunisti e movimenti nazionali di liberazione. Nessuno si sognerebbe oggi di costituire un partito giacobino anche se assolutamente non si disconosce il suo ruolo fondamentale nella Rivoluzione francese. Non vedo perché tale scelta non possa e non debba essere fatta pure per quella che è stata la storia e l’esperienza del movimento comunista in quei paesi dove purtroppo non hanno messo radici.

Dall’esperienze politiche post ‘68 è venuto poco che possa tornare utile. Sono portatrici di un orientamento che si richiama alla cultura delle differenze, viste come inedite forme di antagonismo, o al pensiero libertario come esaltazione dei diritti dell’individuo tramite il quale dischiudere un indistinto orizzonte socialista. Un orientamento che conduce analisi, spesso solo sovrastrutturali e di natura sociologica, quindi molto politicistiche, per poi trasformarle in proposta politica, o che rivolge la sua attenzione prevalentemente alla questione ambientale o di genere. Queste tendenze promuovono movimenti che s’intrecciano tra loro, ma in ultima analisi sorgono prevalentemente dalla crisi dell’ideologia marxista e dalla perdita di identità storica di consistenti settori di una nuova borghesia espressione del capitale finanziario.

Non si tratta di negare l’importanza di tali orientamenti culturali figli del ’68, nonché la loro capacità di sensibilizzare l’opinione pubblica su alcuni grandi temi, ma hanno il limite di non porre mai come centrale la questione del conflitto capitale-lavoro. Per questa ragione “il popolo”, che ha priorità molto più impellenti, non le segue o le segue solo superficialmente in queste battaglie e quando non si riconosce nella sinistra, perché questa non fa il suo mestiere, sceglie altre strade: quella del populismo, del sovranismo e della reazione di estrema destra.

Sempre più spesso si sente auspicare un ritorno a Marx. Ma di fatto così si proclama la nostra estraneità a tutte le vicende storiche del Novecento, dalla Rivoluzione d’Ottobre in poi. Si contrappone Marx all’insieme di questi avvenimenti considerati fallimentari, insomma come altra cosa, profondamente diversa, dal suo pensiero. Si fugge su mitici lidi indefiniti, e alla maniera dei cattolici, si apprezzano quelle figure del movimento rivoluzionario considerate dei martiri, come la Luxemburg, Che Guevara e Gramsci, e non l’azione politica dispiegata collettivamente da Marx in poi da tanti uomini e donne in carne e ossa. La storia è pertanto ostinatamente rimossa. Si esalta acriticamente il pensiero di Gramsci, contrapponendolo a Togliatti o a Lenin, dimenticando che nell’articolo “La rivoluzione contro il Capitale” Gramsci solidarizza con la Rivoluzione d’Ottobre contro i menscevichi e i socialdemocratici che lanciavano meccanicamente la parola d’ordine di un ritorno a Marx. Nell’esaltazione acritica dei “martiri rivoluzionari” non vi è la ricostruzione storica, ma solo un religioso ritorno a Marx. Chi invoca questo ritorno non si interroga e non affronta per comprenderli i processi storici. È superfluo, è talmente superfluo che ormai è senza memoria storica. Con il religioso ritorno a Marx (ma sempre di più questo ritorno sta a significare metterlo in soffitta) si gettano nella pattumiera oltre duecento anni di storia e di spirito rivoluzionario. Dunque, non si tratta di tornare alle origini, bensì porsi in termini marxisti ciò che si dovrebbe fare oggi per andare avanti, iniziando a riannodare i processi storici così come si sono determinati.

Bisogna anche contrastare tutte quelle tendenze che hanno appiattito il marxismo sull’anarchismo, che ha determinato conseguenze politiche il cui sbocco raramente è stato di sinistra. Il giovane Marc Bloch (grande storico francese trucidato durante la resistenza dai tedeschi) si attendeva dai Soviet la «trasformazione del potere in amore». Era questa una idea non solo del giovane storico francese. Nella Russia sovietica esponenti del Partito socialista rivoluzionario proclamavano che «il diritto è oppio per il popolo». Così si radicalizzava l’utopia e diveniva complicato il passaggio a una normalità costituzionale socialista, in quanto veniva bollata come borghese. «L’idea di Costituzione è un’idea borghese», sostenevano con vigore. Addirittura, molti bolscevichi erano contrari al denaro, considerato la precondizione di un ritorno al capitalismo. Prendeva piede, tramite un binomio “marxismo-anarchismo”, un internazionalismo astratto, quasi religioso, che tendeva a liquidare come tendenze controrivoluzionarie le diverse identità nazionali in nome di un universalismo che però non era in grado di rispettare e valorizzare le libertà. Molti di questi fenomeni esploderanno poi in modo non sempre controllato nella guerra civile di Spagna. Anche nella storia recente dell’Italia, infantili visioni estremistiche che si richiamavano alla purezza rivoluzionaria hanno generato guasti profondi con il loro anarco-comunismo.

Nel socialismo contemporaneo l’utopia dell’attesa messianica dell’estinguersi dello Stato, delle identità nazionali e della funzione della moneta, sono stati finalmente superati anche se sono aspetti che permangono forti in settori di sinistra molto minoritari di un certo mal digerito marxismo. E spesso sono tendenze critiche che partono da sinistra per avere però uno sbocco politico a destra, andando a ingrossare il pensiero liberale, come nel caso di chi considera la scelta di campo solo un conflitto geopolitico tra Stati. Questa posizione in Italia è espressa da orientamenti radicali di diversa matrice che in comune hanno la totale rimozione della nozione di imperialismo, che li accomuna, guarda caso, alla cultura politica di alcune delle esperienze socialdemocratiche. Non si coglie l’insegnamento di Lenin che giustamente sosteneva che la lotta antimperialista è il terreno più avanzato dello scontro di classe, della lotta per il socialismo.

Si tratta dunque di organizzare la lotta a un livello alto contro il capitale. Non a caso la sinistra di tutto il mondo è critica con la sinistra europea, la rimprovera di non essere affidabile nella dura lotta contro l’imperialismo, al dominio del capitale finanziario. Una sinistra che quando è ancorata a qualche principio marxista parla a vanvera della lotta di classe, della contrapposizione capitale-lavoro e però ha amputato dai suoi ragionamenti la radice della questione: il ruolo dominante e imperialistico del capitale finanziario. Da questa analisi discende la conseguenza sulla funzione dello Stato e sullo scontro tra Stati imperialistici e Stati e popoli che difendono la loro sovranità che avviene, nella fase multipolare. È un durissimo confronto, spesso lastricato da grandi orrori.

Il pensiero socialista nel mettere in discussione il mito della estinzione dello Stato e del suo assorbimento nella società civile, ha compiuto un salto di maturità. L’internazionalismo non vuol dire misconoscimento delle peculiarità e delle identità nazionali, le quali continueranno a sussistere anche col socialismo. Già nel dopoguerra si era avviata una riflessione sul ruolo dello Stato. Togliatti si baserà su questa riflessione per una teoria dello Stato, diversa dal modello staliniano, adatta alle caratteristiche italiane.

Si deve annotare e sottolineare che proprio le due fragilità del pensiero di Marx e di Engels, quella della teoria della crisi finale del capitalismo e quella della teoria dell’estinzione dello Stato, invece di segnare la crisi definitiva del marxismo lo hanno, in questo nuovo millennio, fortemente rilanciato, valorizzando l’insieme delle altre tesi enunciate da Marx, che hanno trovato piena conferma nelle contraddizioni del mondo contemporaneo.

Su tali questioni, teoriche e pratiche, viene dalla Cina un grande insegnamento sulla maturità del pensiero marxista. Superficiale e priva di fondamento è la tesi che in Cina si sia ristabilito il capitalismo. Vi è un dato dal quale non si può prescindere: dopo la crisi e la dissoluzione dell’Urss e del campo socialista europeo per la Cina non è stato più possibile isolarsi dal mercato mondiale se non voleva condannarsi all’arretratezza e all’impotenza pena la rinuncia sia della modernità sia del socialismo. Da questo dato occorre partire per una corretta analisi su cosa sia la Cina oggi. Non vi è dubbio che nel paese si sia formata una solida classe media e anche forme inedite di accumulazione del capitale. Ma questa classe media non ha la possibilità di trasformare la sua forza economica in potere politico. È totalmente espropriata di questo potere. Il gruppo dirigente comunista cinese ha presente questa situazione. Da una parte porta avanti uno straordinario processo di modernizzazione del paese tramite forme nuove di democratizzazione e di legittimazione del potere dal basso (la dialettica politica in Cina è determinata dall’insieme di questi fattori), dall’altro lato pratica una politica tesa a evitare che il processo di modernizzazione comporti la conquista del potere della classe media. La meritocrazia confuciana è uno degli aspetti fondativi dello sviluppo della moderna Cina.

Ancora nel 1981 i poveri in Cina erano circa 700 milioni, oggi Xi Jinping ha dichiarato la povertà è stata abolita! Già dall’inizio del secolo l’allora leader cinese Wen Jabao aveva impostato un programma di sviluppo economico del paese che aveva tra le sue proposte anche quella di una valuta «non collegata a nessuna nazione individualmente». Una proposta, che oltre a essere equa per tutti gli Stati, tutelava maggiormente gli investimenti cinesi. La Cina infatti si stava trasformando. Non era più solo la “fabbrica del mondo”, ma pure il banchiere degli Stati Uniti con miliardi di dollari nelle sue casseforti, oggi tra l’altro ampiamente restituiti. Gli Usa al contrario non possono più fare meno dei prodotti di qualità dei cinesi. E questo dato è per tutti i Presidenti che si succedono alla Casa Bianca un incubo. Questa crescita vorticosa della Cina, nonostante il prezzo altissimo pagato negli anni passati per lo sviluppo dell’economia in termini ambientali, ha comunque oggi portato il paese ad essere al primo posto nel mondo nelle politiche ecologiche.

Sarebbe bene riflettere sulla storia cinese pima di avventurarsi in crociate, di destra o di sinistra, volte a spiegare il ritorno al capitalismo nel paese con l’istituzione di “zone economiche speciali”. Mao, a cinque anni dalla conquista del potere del Pcc, constatava la permanenza in Cina non solo del capitalismo, ma anche di proprietari di schiavi, per esempio nel Tibet, e di proprietari feudali, a dimostrazione che il processo di costruzione di uno Stato socialista sarebbe stato lungo e assai complesso. E ancora nell’estate del 1955 ribadiva: «In Cina ci sono ancora capitalisti, ma lo Stato è sotto la direzione del partito comunista». Con il “grande balzo in avanti” e poi con “la rivoluzione culturale” Mao credette di affrontare tale complessità con una incessante mobilitazione di massa, con la parola d’ordine della «continuazione della rivoluzione sotto la dittatura del proletariato». L’approccio del gruppo dirigente con Deng Xiaoping è stato invece di rottura con questa impostazione evitando però la delegittimazione di Mao, come invece avvenne in Urss con Krusciov nei confronti di Stalin. Si è data vita così in Cina a una formidabile politica ispirata alla Nep coniugando socialismo e mercato.

Nep è la sigla con cui si indicava in Russia la Nuova Politica Economica adottata tra il 1921-1928. L’ispiratore della Nep fu Bucharin ma fu sostenuta fortemente da Lenin. Tale politica era caratterizzata dall’introduzione di norme economiche molto meno rigide rispetto a quelle del comunismo di guerra fatto di collettivizzazione forzata, soprattutto in agricoltura. Allora in Russia circa l’80% della popolazione era composta da contadini, andavano dal semplice mugik al contadino medio e al contadino agiato. La produzione agricola era di gran lunga superiore a quella industriale.

Con la Nep furono introdotte misure come quella della tassa in natura che permetteva al contadino il libero commercio delle eccedenze che produceva. Fu così garantito un certo miglioramento generale della vita di grandi masse contadine anche se la critica della sinistra bolscevica considerava la Nep un passo indietro rispetto alle conquiste sociali del comunismo di guerra. L’idea che da una parte siano necessarie forme di libero mercato e dall’altra parte occorra attuare un’economia che non sia solo la statalizzazione di tutti i mezzi di produzione per realizzare una società socialista dunque viene da lontano. Con Stalin poi prevalse, per tutta una lunga fase, la collettivizzazione e l’industrializzazione forzata e la totale statalizzazione dei mezzi di produzione, anche perché stava preparando il paese alla guerra contro la Germania nazista.

La parola d’ordine “arricchitevi” Deng Xiaoping la prese in prestito da Bucharin che aveva letto e studiato. Il socialismo non può essere un livellamento in basso della ricchezza per soddisfare politiche di uguaglianza sociale, anche se in momenti storici precisi ciò può divenire inevitabile. Un sistema per cui tutti sono più poveri mentre il socialismo deve essere un livellamento in alto. Il problema non è pertanto lottare contro la ricchezza, se si tiene sotto il controllo politico pubblico chi detiene tale ricchezza, ma lottare contro la povertà e la miseria, per garantire a tutti un benessere sociale dignitoso e un innalzamento della qualità della vita.

In Cina è stato compiuto un gigantesco sforzo del potere statale per garantire da un lato efficienza economica, organizzazione industriale e di gestione manageriale nonché aggancio alle nuove tecnologie, dall’altro per soddisfare i diritti economici e sociali di grandi masse di cinesi, in precedenza mai garantiti. Si è così messo in moto un processo di emancipazione di enormi proporzioni nella storia dell’umanità. Si può senz’altro affermare che se Mao è il padre della rivoluzione cinese, Deng Xiaoping è il fondatore della Cina contemporanea.

Uno sforzo simile sta avvenendo adesso in Russia, accelerato dalla guerra e dalle sanzioni occidentali. Senza rimodulare l’economia russa in una economia di guerra, vi è uno straordinario impegno del potere statale per trasformare il paese da un’economia prevalente di estrazione di materie prime a una moderna economia, tramite la creazione di un potente complesso industriale e di alte tecnologie (non solo militari) e la costruzione di reti produttive di merci e di beni che prima venivano importati. I dati economici significativi sono tutti positivi: piena occupazione, i salari che crescono più dell’inflazione, estensione del welfare, potenziamento delle infrastrutture, imponente crescita del Pil e un significativo miglioramento della qualità della vita. Tutto ciò è stato possibile poiché nel corso di questi anni Putin ha ridimensionato e sconfitto gli oligarchi che realizzavano enormi profitti con le élite finanziarie occidentali.

Si è formato un sistema economico posto sotto il controllo pubblico tramite il ruolo centrale dello Stato, un sistema capitalistico monopolistico che per molti versi rammenta la fase d’oro delle socialdemocrazie scandinave e per alcuni aspetti il sistema economico italiano basato sull’intreccio tra capitale privato e pubblico in cui la politica era costantemente impegnata a svolgere una mediazione tenendo conto, per la presenza forte del Pci, di visioni riformiste.

La rielezione di Putin a Presidente della Russia, e soprattutto le modalità con cui è stato rieletto, parlano della grande coesione dei popoli russi a sostegno della leadership del Cremlino. Una elezione da cui le opposizioni filoccidentali sono uscite con le ossa rotte raggiungendo meno del 4 per cento dei consensi elettorali. Le elezioni, quindi, hanno confermato la solidità, nonostante la guerra in corso, del potere politico russo. Un fattore forte di stabilità interna che rafforza la politica internazionale della Russia, leader dei Brics e della battaglia per un nuovo ordine mondiale.

L’esperienza russa e soprattutto quella cinese sono un grande insegnamento per i marxisti. In Occidente Marx e Keynes sono stati messi in soffitta dai neoliberisti, in quanto pericolosi avversari del turbocapitalismo finanziario; riscoprirli e mettere in pratica il loro pensiero vuol dire rendere ineludibile questo rapporto: via rivoluzionaria e necessità di attribuire centralità al ruolo dello Stato. Quando il Pcc enuncia “il socialismo dalle caratteristiche cinesi” rammenta “la via italiana al socialismo” del Pci di Togliatti.

Per avviare una discussione sul che fare per ricostruire un soggetto politico rivoluzionario all’altezza delle sfide del XXI secolo, non si può prescindere dalla lezione teorica e pratica marxista che ci viene oggi dall’Oriente, rispetto a un marxismo occidentale fortemente ingessato o mal interpretato, in una sola parola, agonizzante.