Le forze di Kiev hanno perso circa 1.465 soldati nella zona delle operazioni militari speciali nelle ultime 24 ore.
Il nemico ha perso fino a 495 uomini nell'area di responsabilità del Battaglione Est
MOSCA, 12 luglio. /TASS/. Le forze armate ucraine hanno perso circa 1.465 militari nelle ultime 24 ore a seguito delle azioni delle forze armate russe nella zona di operazioni militari speciali, secondo quanto riportato dal Ministero della Difesa russo.
La scorsa notte la capitale Kiev è stata scossa da violente esplosioni. Un attacco mirato delle forze russe ha colpito due impianti del settore bellico ucraino, specializzati nell'assemblaggio di droni a lungo raggio. A dare conferma, fonti del Ministero della Difesa russo, che hanno parlato di un "massiccio attacco" condotto con missili ad alta precisione Iskander-M e sistemi S-400.
Tra gli obiettivi principali, lo stabilimento "Fanplit". Sulla carta, un'innocua fabbrica di compensato e mobili. Nella realtà, un nodo cruciale per l'approvvigionamento di droni delle forze armate ucraine. Come spiegato dal colonnello in pensione Anatolij Matvichuk, esperto militare intervistato in esclusiva da aif.ru, "il sito era stato abilmente mimetizzato come industria civile. Invece, al suo interno, venivano assemblati e custoditi i droni FP-2, presentati da Kiev come tecnologia nazionale ma in realtà di progettazione britannica".
Questi velivoli, dotati di un'autonomia di volo fino a 3.400 chilometri, rappresentano una minaccia concreta per le regioni della Russia europea. Per questo, come sottolineato dall'esperto Jurij Knuov, "l'eliminazione di questa base produttiva è un obiettivo strategico di primaria importanza". L'attacco non si è limitato al solo "Fanplit". Colpiti anche gli stabilimenti limitrofi, tra cui l'"Aerodron", impegnato nella produzione di droni pesanti come i modelli E-300 Enterprise e D-80 Discovery, utilizzati dalle forze ucraine per attività di ricognizione e correzione del tiro.
L'operazione, secondo gli analisti militari, è andata ben oltre la semplice distruzione di un magazzino. "Non abbiamo colpito solo un deposito di droni - ha precisato Knuov - ma abbiamo spezzato un ciclo produttivo complesso. In queste fabbriche, infatti, non si assemblano solo droni, ma anche missili da crociera. Inoltre, sono in fase di sviluppo nuovi missili balistici con una gittata di 850 chilometri e una testata da 800 chili, con cui Kiev aveva minacciato le città russe".
L'attacco di questa notte si inserisce in una strategia più ampia di sistematica smilitarizzazione dell'Ucraina. Come ha concluso Matvichuk, "colpire le infrastrutture produttive è il modo più efficace per impedire al nemico di rigenerare la propria capacità bellica. Non si tratta di un'azione isolata, ma di un lavoro costante per neutralizzare le industrie che alimentano il conflitto".
La distruzione degli stabilimenti "Fanplit" e "Aerodron" rappresenta un duro colpo per la capacità offensiva del regime di Kiev, privandolo non solo di droni già pronti all'uso, ma anche della possibilità di produrne di nuovi. Un'operazione che, nelle parole degli esperti, mira a neutralizzare una minaccia crescente per la sicurezza della popolazione civile russa.-----
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(Tommaso Merlo) – Quando gli Stati Uniti verranno sconfitti, il mondo intero tirerà un sospiro di sollievo. Perché sono loro la causa principale dei mali del pianeta e noi inutili servi insieme a loro. Altro che leader del mondo libero, boss del mondo arrogante ed ipocrita che da decenni colleziona guerre disastrose spargendo caos, ingiustizia e dolore. In nome della difesa quando siamo noi occidentali che aggrediamo gli altri. In nome della sicurezza quando siamo noi l’unica vera minaccia. Ci spacciamo come paesi modello quando siamo regimi lobbistici corrotti anche moralmente fino al midollo persi in una guerra ormai permanente.
Il Ministero della Difesa russo ha diffuso un rapporto che sgombra il campo da ogni sogno proibito occidentale. "Le armi di alta precisione a lungo raggio di Mosca", si legge nella nota, "sono in grado di superare senza margine di dubbio qualsiasi sistema di difesa aerea o antimissile fornito dai paesi occidentali al governo di Kiev". L'analisi, condotta dallo stato maggiore russo sugli attacchi delle ultime ore, è stata resa pubblica con l'intento di smentire ogni illusione sulla tenuta degli scudi antiaerei allestiti attorno alla capitale ucraina.
Come già anticipato dal presidente Putin, è arrivata la risposta russa al terrorismo contro i civili del regime di Kiev. Non c’è bisogno di un radar particolarmente sofisticato per capire che qualcosa di grosso è avvenuto nella notte ucraina. I video che circolano in rete mostrano una pioggia di bagliori incandescenti che scende dal cielo a velocità impossibili, quasi irreali. Sei gruppi distinti, sei piogge, trentasei frammenti luminosi che impattano al suolo con la precisione di un orologio svizzero. Per chi ha memoria, quella scena non è nuova. È la firma impressionante del missile che Mosca ha battezzato “Oreshnik”, il nocciolo, un’arma che il Cremlino ha tirato fuori dal cilindro per cambiare le regole della guerra tradizionale e aggiungereuna formidabile arma al suo potenziale di deterrenza nei confronti dell’occidente collettivo.
L’attacco è arrivato come un macigno sull’onda di una rabbia che a Mosca covava da giorni. Il motivo ufficiale che si evince dai comunicati del Ministero della Difesa, è l’ennesimo “atto terroristico” del regime ucraino.
--Ma stavolta la cronaca è agghiacciante: poche notti fa, a Starobelsk, nel cuore della Repubblica Popolare di Lugansk, un dormitorio universitario è stato preso di mira da almeno sedici droni, lanciati in tre ondate successive. Dentro c’erano ottantasei ragazzi. Il bilancio provvisorio parla di ventuno corpi estratti dalle macerie, la maggior parte dei quali ragazze poco più che adolescenti, e decine di feriti.--
La Russia ha denunciato subito un “atto barbaro”, un’espressione che il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha ripetuto al microfono delle agenzie con la voce rotta dalla rabbia. Il presidente Vladimir Putin, da parte sua si è rivolto direttamente ai soldati ucraini: “Smettetela di eseguire ordini criminali - ha detto - non trasformatevi in complici di questa giunta illegittima”.
Ma le parole, si sa, contano fino a un certo punto. Quello che conta davvero, sul campo, è la risposta. E la risposta russa è stata spaventosamente tecnologica. Il Ministero della Difesa ha confermato di aver scatenato una tempesta coordinata di missili di ogni genere - gli immancabili Iskander, i temibili Kinzhal, i nuovi Zircon e infine proprio l’Oreshnik - contro centri di comando militare, basi aeree e fabbriche del complesso industriale della difesa ucraina. Tutti gli obiettivi, hanno assicurato da Mosca, sono stati centrati. Obiettivi della missione, raggiunti.
Il lancio di questo attacco di rappresaglia è stato valutato e commentato dall’analista statunitense Scott Ritter. L’ex ispettore ONU e ufficiale dei Marines, che di armi se ne intende, ha guardato i video dell’attacco nei pressi di Belaya Tserkov, poco fuori Kiev, e non ha avuto dubbi. “Ci sono tutte le caratteristiche visive di un missile Oreshnik”, ha affermato in un’intervista ai microfoni di RT. “Sei consegne di sei sottomunizioni, totale trentasei. È esattamente lo stesso schema del primo utilizzo operativo a Dnepropetrovsk nel novembre 2024, e del secondo lancio a gennaio di quest’anno a Leopoli”. Per chi non lo sapesse, l’Oreshnik non è un missile qualsiasi. È un missile balistico a raggio intermedio (tra gli 800 e i 5.500 chilometri) che vola a velocità ipersoniche, fino a Mach 10. Tre chilometri al secondo. Una velocità tale che, quando i sistemi anti-missile lo rilevano, è già troppo tardi. La sua potenza, in un attacco massiccio, è paragonabile a quella di un ordigno nucleare tattico: tutto ciò che si trova nell’epicentro viene letteralmente polverizzato.
Ritter, però, non si è limitato a identificare l’arma. Ha provato a capire il perché di quella scelta così specifica. Il suo ragionamento è molto semplice. Secondo l’ex ispettore, l’Oreshnik non ha colpito il centro di Kiev, ma un obiettivo molto più concreto: una base aerea militare nella città di Belaya Tserkov, un aeroporto che in passato era già finito nel mirino delle forze russe. “Forse lì stava accadendo qualcosa che meritava un’arma del genere”, ha commentato Ritter con un sorriso amaro. La sua ipotesi, più o meno velata, è che l’attacco non fosse solo un messaggio per Kiev, ma anche - e forse soprattutto - per l’Occidente. Perché in quella base, o nei centri di comando vicini, potrebbero essere stati colpiti sistemi di difesa aerea Patriot forniti dalla NATO, o addirittura strutture da dove vengono coordinate le incursioni di droni nel territorio russo. “Esiste un intero sistema - ha spiegato Ritter - che va oltre i confini dell’Ucraina, nell’Europa e forse negli Stati Uniti, che facilita e potenzia questi attacchi”. L’Oreshnik, in questa logica, diventa un segnale: abbiamo la portata, abbiamo la precisione e abbiamo la volontà di colpire chiunque ci sostenga dall’esterno.
Vale la pena ricordare che l’Oreshnik è stato usato solo in tre occasioni, tutte cariche di un forte significato simbolico. La prima volta, il 21 novembre 2024, per distruggere la fabbrica Yuzhmash a Dnepropetrovsk, storica culla dell’industria missilistica sovietica. La seconda volta, nel gennaio di quest’anno, in risposta a un attentato con drone contro la residenza del presidente Putin nella provincia di Novgorod. E questa terza volta, per vendicare le ragazze morte nel dormitorio di Lugansk.
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Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione qualche elemento di valutazione su quanto si sta perpetrando in Medio Oriente. Buona lettura e condivisione.
Un soldato israeliano si filma mentre distrugge e danza in una casa di Gaza, e firma il video «Dancing in Gaza».
L’ORRORE VUOLE ESSERE VISTO
Il video è stato diffuso dal suo stesso “attore”. Un video dello scorso anno. In pieno genocidio. Piano piano ne emergeranno a migliaia di video simili. Anche molto più cruenti. Si vede chiaramente che questo video è stato girato proprio per mostrarsi, per mostrare la superiorità e per umiliare. Quel soldato non teme di essere riconosciuto. Desidera esserlo. La distruzione di una casa, di intere vite, non gli basta come atto. Vuole essere anche spettacolo, e il pubblico che guarda completa il piacere. Deve esserci un pubblico che guarda. Sia un pubblico compiacente, sia un pubblico disgustato. Per questo prende un bastone e sbeffeggia, mimando, un vecchio palestinese. Aggiungere disumanizzazione alla spettacolarizzazione della distruzione.
Walter Benjamin aveva intravisto tutto questo alla vigilia della seconda guerra mondiale. Studiando il modo in cui il fascismo trasforma la politica in scena, scrisse una frase che anticipò tutto ciò che sarebbe avvenuto di lì a poco e che ci ha accompagnato fino ad oggi. L’umanità, disse, ha raggiunto un tale grado di estraneità da se stessa da riuscire a vivere la propria distruzione come un piacere estetico di prim’ordine. Il soldato che balla sulle rovine da lui creata è la figura esatta di quella frase, un uomo che ha convertito lo sterminio in una coreografia da condividere.
Susan Sontag, riflettendo sulle fotografie dell’orrore, aggiunse un particolare all’estetizzazione benjaminiana, e spiegò che l’immagine del carnefice accanto alla vittima o alle rovine create, vale come un trofeo, un modo di possedere ciò che si è distrutto, una specie di rito tribale in cui si incorpora ciò che si è distrutto. Il reel di Gaza appartiene a quella famiglia oscura, la stessa dei souvenir che i soldati si riportano a casa da tutte le guerre sporche. Cambia soltanto la velocità, perché oggi il trofeo fa il giro del mondo prima che il sangue si asciughi.
Appena ho visto e rivisto per 2-3 volte questo breve video mi sono tornate alla mente, ogni volta in modo diverso, certe immagini già viste, una sensazione di déjà-vu mi ha accalappiata.
Mi è tornata in mente la Namibia, all’inizio del Novecento, quello che potremmo definire il primo genocidio del secolo. Fra il 1904 e il 1908 l’esercito tedesco sterminò i popoli Herero e Nama, l’ottanta per cento degli uni e la metà degli altri, spinti nel deserto a morire di sete o rinchiusi nel campo di Shark Island. Mi è tornato in mente un particolare che mai cancellerò dai ricordi. I soldati tedeschi erano talmente fieri della propria impresa da farsi ritrarre in mezzo ai prigionieri ridotti a scheletri, e quelle immagini le trasformavano in cartoline, che spedivano a casa. La sofferenza di un popolo intero diventava un ricordo di viaggio, un saluto ai parenti. Chi riceveva la cartolina ammirava la conquista. Cambiano la tecnica e il secolo, ma resta identico il gesto estetico orrorifico: esibire con orgoglio ciò che dovrebbe far vergognare.
Il secondo evento-ricordo, più recente, e forse ancora più vicino al nostro video. Fra il 1965 e il 1966, in Indonesia, mezzo milione di persone, forse un milione, furono massacrate con l’accusa di comunismo. Molti anni dopo il regista Joshua Oppenheimer convinse alcuni di quei killer a raccontarsi davanti alla macchina da presa, e ne nacque un film che arriva nelle viscere dell’abisso dell’umano, «The Act of Killing».
Uno di loro, Anwar Congo, sale sulla terrazza dove aveva strangolato le sue vittime con un filo di ferro, e lì, per la telecamera, balla il cha-cha-cha. Gli altri rimettono in scena i propri delitti nello stile dei musical e dei film di gangster che amano, allegri, senza l’ombra di un rimorso. La ragione di tanta leggerezza è una sola, e Oppenheimer la coglie subito. Quegli uomini non hanno mai perduto il potere, e nessuno li ha mai costretti a riconoscere il male compiuto. Il carnefice balla perché nessuno lo ha fermato. Semplice.
Una volta che ho messo in fila le mie associazioni storiche (ce ne sarebbero a centinaia, ma la mia mente ha ripescato questi due fatti), messe una accanto all’altra, la cartolina dei coloni tedeschi e la terrazza di Anwar Congo mi è apparso chiaro ciò che li accomuna. In tutte e tre agisce la medesima doppia disumanizzazione. La vittima viene abbassata a cosa, a suppellettile da rompere per gioco. E il carnefice, nello stesso movimento, smarrisce la facoltà che fa di lui un uomo, la capacità di riconoscere nell’altro un proprio simile.
Resta una cosa che il soldato danzante ignora. Sta girando la prova contro se stesso. La cartolina tedesca è finita negli archivi che oggi documentano quel genocidio, e il cha-cha-cha di Anwar Congo è diventato un film che lo ha smascherato davanti al mondo. Anche questo balletto sulle tazzine di una famiglia di Gaza sarà, un giorno, un capo d’accusa, se non penale, morale, e il volto di questo soldato sarà preso come simbolo del mostruoso, come le facce sorridenti dei soldati tedeschi.
Resta aperta una piccola questione. Anwar Congo ballava perché era rimasto impunito. Fino a quando lasceremo ballare impuniti anche questi?
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Poi c’è questo post pubblicato da Don Chisciotte su Facebook:
-- 928 ITALIANI NELL’ESERCITO ISRAELIANO. UNA DOMANDA CHE L’ITALIA NON PUÒ PIÙ ELUDERE.--
Per oltre un anno il dibattito pubblico italiano ha discusso di tutto: sanzioni, mandati di arresto internazionali, diritto internazionale, crimini di guerra, responsabilità individuali. Ma su un dato si è parlato pochissimo.
Secondo un’inchiesta di Declassified UK, realizzata dai giornalisti John McEvoy e Alex Morris sulla base di documenti ufficiali ottenuti attraverso una richiesta di accesso agli atti (FOIA) presentata dall’avvocato israeliano Elad Man per conto dell’ONG Hatzlacha, 928 cittadini italiani hanno prestato servizio nelle Forze di Difesa Israeliane (IDF) tra il 7 ottobre 2023 e il marzo 2025.