mercoledì 16 settembre 2026

Cavallo di Fuoco - “Netanyahu informato dell’offensiva di Hamas”..+..se ne incolpa...




.... se ne incolpa uno per rimuovere il genocidio collettivo del “Zionist Power”?

Stefano Zecchinelli

Autore: Stefano Zecchinelli

Giornalista; della redazione della testata on line “L’Interferenza


Due giornalisti israeliani hanno pubblicato un libro in cui sostengono che Mohammed bin Zayed (MBZ), dittatore emiratino presentato come leader democratico, avrebbe informato Netanyahu dell’offensiva di Hamas dieci giorni prima il 7 ottobre 2023.

Questa tesi andrebbe a deresponsabilizzare il “Potere Sionista” (“Zionist Power”), facendo ricadere la responsabilità del genocidio dei palestinesi di Gaza su una sola persona?

La tesi dell’11 settembre mediorientale, la quale è iniziata a circolare poche settimane dopo l’operazione Tempesta di Al Aqsa, ha delineato nella disamina degli studiosi che la sostengono una sorta di connivenza fra Hamas, ricondotta in modo generico alla Confraternita dei Fratelli Musulmani, e lo Stato Sionista; una disamina riduttiva che occulta la natura eterogenea del Movimento di Resistenza Islamico Palestinese.

Una nuova inchiesta giornalistica condotta da due analisti israeliani di Haaretz, Shlomi Eldar e Ruth Yuval, rivela che pochi giorni prima dell’attacco del 7 ottobre 2023 il presidente emiratino (EAU), Mohammed bin Zayed Al Nahyan (MBZ), telefonò al primo ministro israeliano, il sionista-revisionista Benjamin Netanyahu, per avvisarlo dell’imminente operazione militare organizzata dalla Resistenza palestinese.

L’articolo pubblicato da Eldar e Yuval, non a caso, equipara moralmente Sinwar, leader di Hamas, con Netanyahu avvalorando la tesi del “né, né”, ossia l’equidistanza tenuta da alcuni settori della “sinistra neoliberale” fra aggrediti ed aggressori. L’articolo dei due giornalisti israeliani configura l’approccio metodologico sistematizzato, con la dissoluzione del marxismo eurocentrico, dalle Onlus liberali (sottolineature mie):

“Le radici del complesso rapporto tra Netanyahu e Sinwar risalgono a molti anni fa, alla liberazione di Sinwar dalla prigione israeliana in seguito all’accordo Shalit del 2011. Dopo aver conquistato spietatamente tutti i centri di potere nella Striscia, Sinwar iniziò a elaborare una nuova strategia a due livelli, pensata per far uscire Gaza dalla sua difficile situazione.

“Fin dalle prime fasi, forse persino in prigione, Sinwar aveva in mente due alternative”, afferma un alto funzionario dell’intelligence che all’epoca conosceva bene Sinwar. “Da un lato, ha accelerato lo sviluppo delle capacità militari di Hamas, trasformandolo in un potente esercito terroristico che si è scontrato ripetutamente con Israele. Dall’altro, ha lasciato che si consolidasse la consapevolezza che in tutti i conflitti Gaza era stata sconfitta in modo decisivo. Pertanto, nonostante tutto il suo odio per Israele, si doveva dare una possibilità a un tentativo di raggiungere un accordo che consentisse una vita normale a Gaza, anche prima di far entrare in azione l’esercito di Hamas qualora l’accordo non si fosse concretizzato.” 1

Ciò che emerge, decodificando un approccio tipico della cultura “liberal” anglosassone, è questo:

-Sinwar, leader del movimento di liberazione nazionale islamico, viene descritto come un uomo “spietato”. Una valutazione morale risibile e priva di riscontri, quantomeno nelle cronache giornalistiche arabe.

-Hamas, organizzazione patriottica con diverse correnti interne, diventa nella disamina sionista un “potente esercito terroristico”. Anche in questo caso la valutazione, perlopiù concernente le scienze giuridiche e criminologiche, è errata.

Che cosa occulta il parziale articolo pubblicato da Haaretz, testata vicina alla fazione “liberal” del Mossad? Prima di tutto la natura eterogenea della Resistenza palestinese che, nella conduzione dell’operazione Tempesta di Al Aqsa, ha coinvolto, oltre Hamas, la Jihad islamica (d’ispirazione “sharitiana”), i marxisti del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP), il Commando-Generale (in passato confluito nell’esercito baathista siriano) ed il Fronte Democratico di Liberazione della Palestina (FDLP). Dall’altra parte, c’è la necessità di deresponsabilizzare il complesso militare-industriale israeliano una macchina bellica che uccide “per orrore” (cit. Eduardo Galeano), scaricando le responsabilità del genocidio dei palestinesi di Gaza su una sola persona: Benjamin Netanyahu, figlio di Benzion Netanyahu e rappresentante degli ultimi rantoli del fascismo ebraico. Superato il neoconservatorismo Israele, secondo alcuni eminenti analisti, ha abbracciato il nazismo dichiarando, espressamente, di voler costruire una “Super Sparta”; un messaggio rivolto al neofascismo mondiale.

Israele, la quale non può essere definita uno “stato nazionale”, sopravvive attraverso la costruzione della “società della sorveglianza”, per questa ragione deve occultare i propri fallimenti militari che, inevitabilmente, ricadono sul terreno della conflittualità di classe. Il 9 settembre 2026, analizzando gli accordi militari fra Turchia, Pakistan ed Arabia Saudita, scrivevo su “L’Interferenza”:

“Israele, rilanciando la tesi dell’11 settembre mediorientale, vuole semplicemente salvare il proprio mito, costruito da giornalisti lubrificati, d’invincibilità: il 7 ottobre 2023, Tel Aviv ha fatto i conti con la propria incapacità di vincere una “guerra territoriale”, una debolezza strutturale che potrebbe portare al collasso della dittatura sionista. Iran e Turchia ne sono pienamente consapevoli. Israele è tanto crudele con civili innocenti, quanto incapace di elaborare strategie militari coerenti; su L’Interferenza”, a partire dall’ottobre 2023, ho decostruito la natura sociale d’una dittatura fallita, esaminando documenti di prima e seconda mano. L’impero sionista delle banane.” 2

Incapace di vincere una “guerra territoriale”, Tel Aviv ha disvelato la propria inadeguatezza nella valorizzazione delle capacità umane: il coraggio per quanto concerne il combattimento ravvicinato, e l’intelligenza nella pianificazione delle strategie militari. Il termine “dittatura lombrosiana” potrebbe sembrare eccessivo, ma, dopo una attenta rilettura alla storia della criminologia, ricalca le caratteristiche dell’anacronistico impero sionista; fu Cesare Lombroso, fondatore della Scuola di Antropologia Criminale, a criminalizzare le popolazioni periferiche definendole “razze criminali”. Attenendoci alle odierne scienze politiche, Israele è uno “stato fallito”, una risposta incalzante che rimane invariata pur restando circoscritti a materie come le scienze militari e la socio-criminologia.

Un’ultima questione: che cos’è Hamas? Lasciamo che a risponderci sia il marxista etiope Mohamed Hassan:

Hamas è un movimento politico nato da uno tra i più vecchi movimenti politici dell’Egitto, i Fratelli Musulmani. La parola «Hamas» significa risveglio, fa riferimento a qualcosa in eruzione… è un movimento nazionalista islamico che può essere paragonato a quello nazionalista irlandese. Di fronte all’occupazione dell’Irlanda da parte dei Britannici, si è sviluppato, a partire dal 1916, un movimento di resistenza, L’Esercito Repubblicano Irlandese. Siccome gli Irlandesi erano cattolici e i coloni britannici protestanti, l’occupante ha tentato di trasformarla in una guerra tra religioni. La religione può essere utilizzata per mobilitare un popolo a favore di una causa.” 3

Davanti la guerra d’aggressione neocoloniale lanciata dalla “coalizione di Epstein” contro il Sud Globale, in Hamas ha preso il sopravvento la componente filo-iraniana, dichiaratamente antimperialista. “Qualcuno sostiene che Israele ha deliberatamente favorito l’ascesa di Hamas”, leggiamo Hassan:

“Non esiste alcuna prova. Israele ha tollerato Hamas sperando che sorgessero dei conflitti tra gli stessi palestinesi. Essi [gli israeliani] volevano indebolire l’OLP e Fatah. Ma non si aspettavano la qualità, la capacità e l’organizzazione di cui ha dato prova Hamas sviluppandosi in questo modo. La potenza coloniale considera sempre i suoi sudditi come bambini ingenui.” (Ibidem).

Una parte degli apparati propagandisti occidentali, il “giornalismo-professionistico”, ammette i sentimenti anti-Netanyahu, ma non quelli antisionisti. Negli stessi termini, la “sinistra radical” abbraccia l’antisionismo, ma non trova il coraggio d’appoggiare la Resistenza configurando un fantomatico “terzo campo”. Un errore strategico: sostenere Hamas e l’Asse sciita della Resistenza, al contrario, comporterebbe una rottura con la dottrina della “guerra ibrida” nell’era tardo-capitalistica ove la transizione al Socialismo è una necessità storica. Il Sud Globale ha già riconosciuto Hamas, in quanto legittimo rappresentante del popolo palestinese.

I giornalisti provocano le guerre: la normalizzazione del genocidio, minimizzando la responsabilità d’un intero ingranaggio dell’odierno capitalismo, è il prodotto d’un sistema di dominio multifattoriale il quale, prima di passare alla forza, crea artificialmente l’”uomo massa”, un individuo alienato-programmato funzionale alla transizione verso una nuova Architettura di potere (cit. Edward Snowden). Per questa ragione, l’islamofobia è diventata il neofascismo del ventunesimo secolo.

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