Partiamo dai fatti. Lunedì scorso, a Milano, Matteo Salvini si è seduto davanti a un gruppo di imprenditori italiani che lavorano in Russia. Non gente che fa affari loschi.
Gente con fabbriche, uffici, dipendenti. Italiani che si danno da fare. Sono riuniti in un’associazione che si chiama GIM Unimpresa. In tutto, ha spiegato la Lega dopo l’incontro, le imprese italiane ancora attive in Russia sono circa trecento. In sala c’erano circa 150 persone.Cosa voleva il vicepresidente del Consiglio dei Ministri? Ascoltarle. Ma no… ma dai! Sentire che problemi hanno da quando, dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Europa ha messo le sanzioni a Mosca. E poi ha detto una cosa chiara: la guerra deve finire con il dialogo diretto tra Russia e Ucraina, e nel frattempo bisogna proteggere le aziende italiane e i loro posti di lavoro.
A fine incontro è arrivato anche l’ambasciatore russo in Italia, Alexey Paramonov. Una decina di minuti, due parole di saluto. E il giorno dopo è scoppiato il caso. Come da manuale. La corsa a smarcarsi. Non si sa mai che Ursula ci rimanga male. Con tutte gli sforzi che da anni stanno facendo per convincere gli europei che devono andare in guerra (in realtà, per convincerli a sborsare centinaia di miliardi in armamenti), vuoi mai che qualcuno indebolisca anni e anni di costosa propaganda?
Cosa ha detto davvero l’ambasciatore russo
Paramonov ha scritto un commento sul canale Telegram dell’ambasciata.
Scrive che «una parte sempre più ampia dell’opinione pubblica dei Paesi dell’Europa occidentale, Italia compresa, s’interroga su quanto l’attuale linea antirussa dei rispettivi governi risponda effettivamente agli interessi degli Stati coinvolti e delle loro popolazioni». Effettivamente…
Poi parla di soldi. Dice che le sanzioni hanno «portato alla cessazione pressoché totale della cooperazione energetica tra Russia e Italia, arrecando grave danno agli scambi commerciali bilaterali, il cui volume si è ridotto di quasi dieci volte». E aggiunge: «Non pare possibile, nel bilancio energetico italiano, sostituire i volumi di risorse energetiche a prezzi accessibili che prima giungevano dalla Russia». Effettivamente…
Ma la frase che ha fatto più rumore è questa: «L’incontro a Milano tra gli imprenditori italiani e il Vicepresidente del Consiglio dei Ministri Matteo Salvini testimonia proprio l’incipit di un ritorno dell’establishment italiano al realismo, al pragmatismo e al buon senso». E chiude con un augurio: «Auspico che le valutazioni espresse in questa sede vengano portate all’attenzione degli altri vertici del Governo italiano e dei Ministri competenti».
È il punto di vista di Mosca, ovviamente. Un ambasciatore fa il suo mestiere. Ma i numeri che cita, quelli sul crollo degli scambi, dovrebbero essere in cima all’agenda istituzionale, dato che le istituzioni sono lì apposta per tutelare i cittadini e non per perseguire le loro logiche personali.
Perché un ministro deve incontrare le imprese
È talmente scontato che ci si vergogna perfino di dover ribadire l’ovvio. Quando un ministro della Repubblica riceve degli imprenditori italiani, imprenditori che pagano le tasse in Italia, che hanno famiglie italiane dietro,. sta solo facendo il suo mestiere.
Facciamo un esempio concreto. Tu hai un’azienda di macchinari a Brescia. Da vent’anni vendi anche in Russia. Arrivano le sanzioni. Alcune cose non le puoi più vendere, altre sì. Le banche non ti fanno più i bonifici. Hai crediti da incassare che non arrivano. Hai trenta operai a Brescia che dipendono da quel mercato. A chi ti rivolgi? Al governo: è quello il lavoro dei rappresentanti eletti.
E attenzione: lavorare in Russia non vuol dire violare le sanzioni. Le sanzioni europee colpiscono settori precisi, prodotti precisi, persone precise. Non dicono che ogni rapporto economico con la Russia è illegale. Quelle trecento aziende operano in quello che è consentito. Chiedere che vengano aiutate a orientarsi è normale amministrazione.
Le sanzioni si possono discutere? Certo
Le sanzioni sono uno strumento. Non un dogma. Ogni strumento si valuta dai risultati e dai costi. Dopo quattro anni e mezzo di guerra è legittimo chiedere: cosa hanno ottenuto? Quanto ci sono costate? Cosa dovrebbe succedere per cambiarle?
Chi paga queste sanzioni? Non Bruxelles. Le pagano settori concentrati: energia, meccanica, agroalimentare, moda. Le pagano territori precisi, soprattutto nel Nord Italia. Se una scelta collettiva scarica i costi su pochi, quei pochi hanno diritto a essere ascoltati. E a chiedere aiuti o compensazioni.
Salvini ha detto una cosa chiara anche sul gas: finita la guerra, tornare a comprarlo dalla Russia? «Assolutamente sì, i numeri parlano da soli». E i numeri raccontano cose che tutti noi possiamo leggere nelle bollette ogni giorno. Siamo tra i più cari al mondo: paghiamo le bollette della luce 2,24 volte in più rispetto alla media mondiale! E paghiamo il gaso domestico, utilizzato anche per riscaldarsi, circa il 21% in più rispetto alla media UE.
Ma dopo anni di politiche tafazziane in cui abbiamo rinunciato al gas russo (e l’abbiamo perfino sabotato volontariamente), il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha frenato: la Russia tornerà a vendere gas all’Europa solo «se queste forniture saranno vantaggiose» e se ci saranno volumi disponibili, perché molti sono già stati dirottati altrove. Inoltre l’Unione Europea ha un percorso di stop progressivo alle importazioni russe che dovrebbe completarsi nel 2027. Quindi non è automatico che il gas russo torni e che le bollette calino. Ma porre la domanda sui prezzi dell’energia è un dovere per chi governa, non uno scandalo.
La propaganda anti italiana in scena sui giornali
Prima critica: «Salvini si è incontrato con l’ambasciatore di Putin». Sì. Dieci minuti. Un ambasciatore è un interlocutore istituzionale, sta a Roma proprio per parlare con il governo italiano. E il 5 settembre gli inviati americani hanno incontrato Putin in persona per discutere della fine della guerra. Se gli Stati Uniti parlano con il Cremlino, un vicepremier italiano non può stringere la mano a un ambasciatore? Obiezioni come queste sono quello che sono: miserabile propaganda ai danni dell’opinione pubblica disattenta ai fondamentali.
Seconda critica: Carlo Calenda ha definito Salvini «traditore della patria». Parole grosse, urka! Smentite peraltro dello stesso ministro degli Esteri Antonio Tajani, che non è certo un filorusso, il quale ha detto che «ci auguriamo tutti che si possano ripristinare relazioni normali, anche con la Federazione russa» quando la guerra sarà finita. E ha aggiunto: «noi non siamo in guerra con la Russia». Che è esattamente il punto. Se non siamo in guerra, parlare non è tradire.
Su Calenda permettetemi di ricordarvi alcune perle utili alla ricostruzione del personaggio e della sua accusa, perché vale la pena sfogliare l’album di famiglia della diplomazia economica italiana.
- Nel novembre 2014, dopo l’annessione della Crimea, coordinava un tavolo per aiutare le imprese che commerciavano con la Russia;
- nel giugno 2015 auspicava alla Camera la normalizzazione dei rapporti, pur difendendo le sanzioni e l’integrità territoriale ucraina.
- Il 7 giugno 2016 incontrava il ministro russo Ulyukaev;
- sempre nel 2016, pochi giorni dopo, accompagnava Renzi e gli imprenditori a San Pietroburgo, incontrava Manturov e nuovamente Ulyukaev e promuoveva 340 proposte d’investimento comune.
- ancora nel 2016, il 10 agosto, riceveva il vicepremier Dvorkovich, discutendo di SuperJet, Saipem–Gazprom, fondi d’investimento e alta velocità Mosca–Kazan, annunciando persino la Russia come Paese prioritario per la promozione ICE nel 2017.
- essendo l’annata 2016 uscita bene (ma invecchiata male), il 5 ottobre altro incontro con Dvorkovich e Teksler: industria, tecnologia, infrastrutture, petrolio e gas. Insomma, l’agenda russa era piuttosto affollata.
- Nel giugno 2017 tornava a San Pietroburgo con le aziende e incontrava Manturov, Novak e Dvorkovich;
- il 3 luglio 2017 riceveva ancora quest’ultimo per discutere di energia e cooperazione industriale. Il comunicato ministeriale parlava di Mosca come partner per lo sviluppo energetico e industriale.
- Calenda ha inoltre raccontato una colazione di lavoro con Putin e Renzi e una telefonata con entrambi sulle interferenze dei media russi nel referendum; secondo ricostruzioni giornalistiche, alla televisione russa celebrò anche la permanenza delle aziende italiane come segno d’amicizia.
- dopo essersi speso in tale sperticato afflato, a luglio di quest’anno Calenda ha definito un grave errore politico la missione a San Pietroburgo, in ragione della guerra con l’Ucraina. Cambiare giudizio si può. Essere coerenti sarebbe meglio, ma imparare a tacere sarebbe un segnale di grande intelligenza.
Terza critica: «Lo fa per inseguire Vannacci». Cioè: servirebbe a riprendere voti finiti a Futuro Nazionale. Può essere che Salvini ci pensi, è un politico. Un po’ come dire che un pilota di formula uno corra solo per arrivare primo. Ma la politica si valuta sui programmi e sulle azioni concrete, non sui proclami degli altri. Peraltro, con la stessa logica si può sostenere benissimo che sia Vannacci a inseguire la politica della Lega per sottrare voti, tanto più che è stato proprio Salvini a offrirgli un biglietto per il Parlamento Europeo, e chi ha tradito – in qualche modo – non è stato il leader leghista, in questa storia. Detto questo, vale ricordare che anche il governo Meloni non manda più pacchetti di armi a Kiev da novembre 2025. Il vento è cambiato per tutti, non solo per la Lega.
Quarta critica: Mosca userà l’incontro come propaganda. Vi svelo un segreto: i partiti si chiamano così perché sono “di parte”. E di parte sono anche le forze politiche sovranazionali che stanno portando la UE in guerra contro il nostro volere. La guerra è il regno della propaganda (che è stata inventata proprio per sostenere le logiche della guerra, sostenute per tutt’altri motivi sempre da chi sta in alto e non certamente dalla povera gente che va a morire: guardate come strillano le madri dei ragazzi ucraini quando vengono strappati alle loro famiglie per essere mandati al macello). Se volete leggere un po’ di propaganda di Bruxelles aprite i giornali ogni giorno, e non avrete che da scegliere. L’ultima? Il caccia NATO decollato in Lituania per difenderci dai temibili droni che erano solo stormi di uccelli. Ma in Italia abbiamo letto lo stesso, per giorni – e ascoltato proclami alla Calenda – che usavano gli uccelli (manco un film di Hitchcock!) per dimostrare le ragioni per cui dobbiamo spendere altri miliardi in armamenti e dichiarare guerra a Putin in tempi rapidissimi. Quindi la Von Der Leyen e la Kallas possono fare tutta la propaganda che vogliono, pagate con i nostri soldi, e il povero Paramonov – che almeno se lo paga Putin – deve stare zitto?
In un paese normale, il giudizio lo danno i cittadini
Il metro giusto per valutare l’incontro a Milano con gli imprenditori italiani non sono le articolesse e le vesti stracciate: sono i fatti che seguono.
Dopo questo incontro arriveranno misure concrete per quelle trecento aziende? Chiarimenti sulle regole? Tutela dei crediti bloccati? Un coordinamento con la Farnesina? Salvini dal palco ha promesso di attivarsi in Europa per frenare le sanzioni che danneggiano le imprese italiane. Bene. Quello interessa i cittadini italiani. Non le dichiarazioni di Calenda dopo un pasto troppo abbondante o qualche sudore notturno.
Se lo fa, il vice-presidente del Consiglio dei Ministri avrà assolto al suo dovere e per quello sarà giudicato alle urne. Perché una cosa è certa: gli italiani non premieranno nessun partito della guerra.
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