Libercomunismo
Unire tutte le forze nella battaglia decisiva per l’esproprio collettivo del grande capitale centralizzato. Quando si tratti di strutture transnazionali, che l’esproprio operi sulle quote acquisibili a livello nazionale”: un passaggio-chiave del saggio di Emiliano Brancaccio che presentiamo.

A cura di: Sergio Leoni
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“Unire tutte le forze nella battaglia decisiva per l’esproprio collettivo del grande capitale centralizzato. Quando si tratti di strutture transnazionali, che l’esproprio operi sulle quote acquisibili a livello nazionale, non per obsoleta “nazionalizzazione”, ma per lo sviluppo di una regolazione politica della centralizzazione internazionale”
E ancora: “Respingere le idiozie populiste della “moneta sovrana” come panacea di ogni male. In regime di libera circolazione dei capitali non sussiste “sovranità”, tantomeno democratica”.
Queste sono solo un paio di proposizioni, declinate all’infinito presente come si conviene ad una tesi auspicata, o almeno raccomandata, e non del tutto prese a caso, che, al termine del suo libro (“Libercomunismo”, Feltrinelli, 2026), l’autore, Emiliano Brancaccio, propone nei termini di “appunti” per un manifesto. Precisando tuttavia che: “Il più grande manifesto politico della storia fu scritto da due menti eccezionali. Il manifesto del futuro potrà essere scritto solo da un genio collettivo che riunisca le più articolate capacità di ricerca e di militanza”.
In questo libro, sembra di poter dire, la parte propositiva, cioè in definitiva la presentazione, se pure per grandi linee, di possibili itinerari politici percorribili e/o di significativi allarmi rispetto a prassi politiche tanto consolidate quanto rivelatesi inefficaci, occupa una parte significativa del testo, quella zona spesso impervia e irresoluta che sono le “conclusioni” di molti saggi, a qualunque genere essi appartengono.
Insomma, qui siamo di fronte in qualche modo, e in termini convincenti, ad un procedimento che passa da una tesi fortemente articolata che dà ragione di una sintesi, che tuttavia non ha mai tono perentorio ma vuole essere lo spunto per un ragionamento ulteriore.
E perciò non è azzardato dire che questa impostazione costituisce il vero valore aggiunto di un libro che, sotto altri profili e per il resto del testo nel suo insieme, non si distacca più di tanto da un filone ormai piuttosto ricco di saggi, pamphlet e opere che analizzano, attraverso una lente di ingrandimento sempre a più largo raggio e sempre più precisa, lo stato dell’arte di un Occidente la cui evidente crisi minaccia di non essere estemporanea e localizzabile in aree circoscritte (come spesso è avvenuto), ma di diventare globale ed esiziale.
La disanima che Emiliano Brancaccio effettua rispetto allo status quo del mondo intero, naturalmente secondo il metodo sempre valido di separare correttamente ambiti di ricerca diversi, che possono anche incontrarsi ma che richiedono alla fin fine una loro autonomia, è tra le più stringenti, tra le più rigorose che ci è capitato di leggere negli ultimi anni. Anche perché questa critica serrata non risparmia nessuno, nemmeno, e per citare un solo esempio, il Lyotard che “voleva sbarazzarsi di quei vecchi propagandisti che ancora celebravano le magnifiche sorti e progressive dell’umanità.” Con la conseguenza, nota l’Autore, che “nel rigettare le parabole messianiche sul radioso futuro dell’umanità è stata abbandonata qualsiasi indagine scientifica sulle tendenze storiche. L’equivoco di Lyotard ha così aperto la strada alla rozzezza di Fukuyama”.
E inoltre: “Un analogo, inconscio scetticismo verso le tendenze storiche ha colpito, come un morbo, anche i polemisti anti-sistema più popolari: da Naomi Klein a Mark Fisher, da Noam Chomsky a Slavoj Zizek, a Paul B. Preciado e altri”.
Nell’ambito di un articolo come questo che vorrebbe essere, oltre che un invito alla lettura di un libro sotto molti punti di vista sorprendente, anche un suggerimento per far sì che certe tesi, certi spunti, o direttamente nuove categorie (“esocapitale”) entrino nel dibattito e nell’elaborazione teorica di cui il movimento comunista in generale, e segnatamente e con più urgenza in Italia, ha un bisogno straordinario, non si può non avvertire e infine apertamente e amaramente constatare in che misura i “cantori” del cosiddetto “turbocapitalismo” costituiscano oggi una forza insediata permanentemente nei principali e decisivi mass- media. Che ha in definitiva il compito di smontare queste stesse tesi o, che è forse mossa peggiore e più efficace, di renderle irrilevanti con il silenzio cui vengono condannate. (Mentre scrivo queste semplici riflessioni, vedo nei telegiornali mainstream una cronaca, si fa per dire, della riunione dei BRICS+ in India: un concentrato di falsità, di travisamenti rispetto ad una realtà economica declassata a “riunione dei paesi ad economia emergente, a sud del mondo) .
In quest’ottica, però, e in controtendenza, “Libercomunismo” sembra ben attrezzato per controbattere, punto su punto, tutte quelle tesi che si affannano a proclamare, a dispetto di una realtà che costantemente li smentisce, la inevitabilità, la “normalità” di un sistema, quello capitalistico arrivato oggi ad una fase quantomeno cruciale della sua parabola (di cui peraltro non è ancora dato conoscere il punto di “caduta”).
“Libercomunismo” è un libro che non solo è difficile da riassumere in una parafrasi che ne contenga tutti gli assunti. (Chi volesse annotare i passi salienti, sarebbe costretto praticamente a sottolineare ogni pagina). Non è un libro che si possa “ridurre” ad una tesi di fondo rispetto a cui tutto lo svolgimento del testo rappresenti una “spiegazione”. Non è, in buona sostanza, solo un’altra voce nell’ancora troppo ristretto ambito di una critica al turbocapitalismo che in effetti conta numerosi protagonisti (che partono anche da presupposti diversi e a volte lontani) accomunati da una uguale e radicale “lettura” di una situazione che forse non ha uguali, per drammaticità e incoscienza di certi protagonisti che la scrivono, lungo tutto il corso della storia occidentale (che non è tutta la storia del mondo).
Questo libro invita invece a riflettere, in modo se non del tutto nuovo, ma in qualche modo con una sua originalità, su una questione destinata, in tempi di omologazione delle coscienze, a diventare cruciale.
“Immane- scrive Brancaccio- è il compito assegnato ad un intelletto collettivo che possa dirsi all’altezza del tempo”, e “l’unica via per porre rimedio al disastro, ancora una volta, consiste nel trarre dalla “tendenza”
(corsivo mio) le sue estreme conseguenze.”
Per concludere, poi, scrive l’Autore, sia pur provvisoriamente, sulla necessità di “un’unione spregiudicata di due sostanze politiche finora considerate inconciliabili, immiscibile come acqua e mercurio. Stiamo parlando di un’unione mai tentata tra pianificazione collettiva e libertà individuale.”
Che questo tema sia decisamente nuovo, o che esso in qualche modo affiori in altri testi, in altre analisi, e genericamente in altre circostanze, non è in alcun modo rilevante. La logica, lo schema intellettuale che organizza questo libro non mi pare persegua il gusto di una “trovata” estemporanea, un modo cioè di interpretare la realtà attraverso un eccentrico ragionamento, prassi peraltro spesso consolidata da sedicenti critici “radicali” di una realtà sociale la cui complessità avrebbe bisogno di più informazioni e di meno propaganda.
La coerenza del libro di Emiliano Brancaccio consiste semplicemente nelle sue puntuali e argomentate proposizioni, ed è facile immaginare che esse verranno, ancora una volta, regolarmente ignorate o espunte da qualunque dibattito in tempi in cui il sedicente dibattito è il “momento” di una finzione con attori e registi sempre intercambiabili.
Un’ultima citazione, ancora una volta non scelta a caso, una “proposizione” di un possibile programma futuro che sembra poter rappresentare un viatico non solo per una elaborazione teorica (ma in questo senso c’è ancora molta strada da fare), ma anche, e forse soprattutto su un piano pratico: “Contrastare liberoscambismo e protezionismo, che sono sempre due facce della tendenza, due rappresentazioni consequenziali della crisi delle relazioni capitalistiche internazionali”
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