venerdì 18 settembre 2026

Byoblu - Putin confisca Nestlé in Russia? Cosa dice davvero il decreto...!


Nestlé, Auchan e Lemana Pro passano sotto gestione temporanea di una società russa. La proprietà non cambia, ma da noi..UE... si titola «confisca».
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Vladimir Putin ha firmato ieri un decreto che trasferisce alla società russa L.E.V. Management la gestione temporanea delle partecipazioni di Nestlé Russia, Nestlé Kuban, della filiale russa di Auchan, di Le Monlid (l’ex Leroy Merlin, oggi Lemana Pro) e delle controllate locali dei gruppi logistici FM Logistic e Bati Logistics. Sedici società in tutto.

Il testo è pubblicato sul portale ufficiale degli atti normativi russi. Il colosso svizzero ha risposto con una nota asciutta: «prende atto» del provvedimento, sta «valutando la situazione e le opzioni» e si impegna ad adottare «tutte le misure necessarie per tutelare i propri diritti e garantire la continuità delle attività», in particolare nell’interesse dei dipendenti.

In Italia la notizia è arrivata con una parola sola, stampata a caratteri cubitali: confisca... Ma il decreto dice un’altra cosa.

Cosa prevede davvero il decreto di Putin.

Le quote non cambiano padrone. Il documento elenca con precisione notarile le partecipazioni interessate: l’84,082% di Nestlé Russia in mano alla casa madre svizzera e il 15,918% detenuto dalla controllata tedesca; il 67,44% e il 32,56% di Nestlé Kuban; il 99,99858% di Auchan Russia che fa capo alla francese Sogepar; persino lo 0,007% residuo di Le Monlid ancora nelle mani del gruppo Adeo. Tutto questo passa «in gestione temporanea» a L.E.V. Management, che eserciterà i diritti del socio senza diventarne proprietaria.

È una distinzione che non è solo giuridica. Chi possiede continua a possedere, ma non decide più. Non nomina i manager, non orienta gli investimenti, non dispone delle quote. Auchan Russia ha fatto sapere di aver chiesto chiarimenti alle autorità e che i suoi circa 230 punti vendita restano aperti. Lemana Pro, 112 negozi, ha dichiarato di non avere ancora ricevuto comunicazioni ufficiali e di lavorare normalmente. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha messo un punto fermo: «Per ora si parla esclusivamente dell’introduzione della gestione esterna, nessun’altra decisione è stata presa».

L’anticamera della vendita: il precedente Danone

Detto questo, sarebbe ingenuo fermarsi alla lettera del decreto. Dal 2023 Mosca ha uno strumento che le consente di mettere sotto amministrazione temporanea i beni di soggetti provenienti da Paesi «ostili». Lo ha usato con la finlandese Fortum, con la danese Carlsberg e con la francese Danone, la cui divisione russa fu affidata a un nipote di Ramzan Kadyrov prima di essere ceduta nel 2024 per circa 180 milioni di euro, con una perdita a bilancio di 1,2 miliardi. La gestione temporanea, nella prassi russa, è spesso il preludio a una cessione a forte sconto verso investitori graditi al potere. La posizione negoziale di chi finisce sotto amministrazione peggiora di colpo, perché non controlla più ciò che vorrebbe vendere.

Sul gestore, poi, pesano più di un interrogativo. L.E.V. Management ha azionisti non dichiarati, nessuna attività operativa nei bilanci noti e, stando a quanto riportato dal media investigativo Novaya Gazeta Europe, sarebbe guidata da Andrej Krajuškin, il cui nome e la cui data di nascita coinciderebbero con quelli di un generale del ministero dell’Interno. Nominato direttore generale il 10 settembre, una settimana prima del decreto. La circostanza non è stata confermata in via indipendente. Ad agosto, inoltre, una poco nota società di servizi, KS Logistika, aveva chiesto formalmente a Putin di mettere sotto amministrazione cinque società di Nestlé, accusando il gruppo di non aver ampliato la capacità produttiva e di aver interrotto l’export di alcuni beni prodotti in Russia. Il percorso, insomma, era già tracciato.

Perché adesso: sanzioni, asset congelati e neutralità svizzera

La motivazione politica non è nascosta. Peskov ha spiegato che tra i fattori considerati c’è il fatto che si tratta di aziende di «Paesi ostili, attualmente i più attivamente coinvolti nelle operazioni militari contro il nostro Paese». Un’economista dell’Alta Scuola di Economia di Mosca, Anna Fedjunina, legge la mossa come «un segnale di risposta politicamente motivato»: all’Unione europea si dimostra la disponibilità a misure «specchio e asimmetriche», alla Francia si manda un avvertimento contro il sostegno a nuove strette antirusse, al pubblico interno si parla di sovranità e sicurezza economica.

Il contesto è noto a chi vuole vederlo. Il Cremlino da anni annuncia contromisure contro il congelamento delle riserve della propria Banca centrale in Europa e contro l’uso dei relativi profitti a favore di Kiev. La Svizzera, pur non facendo parte dell’Ue, ha adottato quasi integralmente le sanzioni europee, al punto che Mosca ha dichiarato di non considerarla più uno Stato neutrale. E a fine mese gli svizzeri voteranno su un’iniziativa che chiede un’interpretazione più rigorosa della neutralità. Non è un dettaglio: colpire il primo gruppo alimentare elvetico proprio ora significa entrare in quel dibattito a gamba tesa.

C’è infine il calendario interno. Oggi si aprono in Russia tre giorni di voto per il rinnovo della Duma. Un decreto che riafferma il controllo dello Stato su marchi occidentali, alla vigilia delle urne, parla anche all’elettorato: la Russia che non si piega. La mossa è calcolata su entrambi i tavoli, quello estero e quello domestico.

La versione occidentale: quando la gestione diventa «confisca»

E adesso vediamo come ve la vendono qui dalle nostre parti. I titoli italiani di stamattina parlano di confisca, di Putin che «mette le mani» sui colossi occidentali. Poi, qualche riga più sotto, gli stessi articoli ammettono che non si tratta di una vera espropriazione e che la proprietà resta dov’è. Il lettore frettoloso porta si ricorda “confisca”, non la spiegazione.

La differenza non è irrilevante. Confiscare significa togliere il titolo; amministrare significa sospendere il controllo. Il rischio che il secondo diventi il primo c’è sempre, come insegna Danone. Ma l’informazione deve raccontarvi quello che é, non quello che forse sarà. Il salto lessicale ha una funzione precisa: presentare Mosca come il predone e omettere la catena di causa ed effetto. Quando l’Europa congela centinaia di miliardi di riserve russe e ne incassa i rendimenti per finanziare Kiev, si chiama «misura». Quando la Russia risponde congelando la gestione di sei stabilimenti di caffè e latte in polvere, si chiama «confisca». Stesso meccanismo, vocabolario opposto.

Anche la dimensione economica va rimessa in scala. La Russia vale oggi circa l’1% del fatturato di Nestlé, contro il 2% del 2021, quando il gruppo dichiarava sei stabilimenti, 7mila dipendenti e circa 2 miliardi di franchi di ricavi nel Paese. Il titolo ha ceduto il 2,2% a Zurigo. Le banche d’affari parlano di impatto «marginale», pur avvertendo che gli asset potrebbero restare bloccati «per un periodo indefinito» senza reale compensazione. Un problema serio per Vevey, non un terremoto.

Chi paga davvero il conto delle sanzioni

Nestlé e Auchan erano rimaste in Russia con una motivazione precisa: garantire beni essenziali, alimenti per l’infanzia, spesa quotidiana, e proteggere decine di migliaia di posti di lavoro. Hanno sospeso KitKat e pubblicità, bloccato gli investimenti, continuato a pagare le tasse a Mosca. Oggi si trovano schiacciate tra due fuochi: la pressione occidentale a lasciare e la rappresaglia russa per non aver investito abbastanza.

È una lezione anche per le centinaia di imprese italiane che operano ancora in Russia nei settori consentiti (ne ho parlato qui l’altro giorno). Ogni giro di vite deciso a Bruxelles genera una contromossa a Mosca, e il conto arriva sempre a chi sta sul terreno: le aziende, i loro dipendenti, i territori che vivono di quell’export. Mai a chi firma le sanzioni.

Chi legge «confisca» si indigna e passa oltre. Chi legge il decreto capisce che il gioco è più sottile: la Russia sta dicendo all’Europa che ogni stretta ha un prezzo. E che non lo pagano né Von der Leyen né Macron.

Fonti

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