
Le sanzioni alla Russia spaccano la Ue: Usmanov e
Fridman via dalla black list. Fanno 32 miliardi di dollari
in due. Il potere dei soldi.
Le sanzioni alla Russia spaccano la Ue. Ieri a Bruxelles gli ambasciatori dei 27 Paesi membri hanno rinnovato per 36 mesi, fino al 22 settembre 2029, il congelamento dei beni e il divieto d’ingresso per quasi 3.000 persone ed entità legate alla guerra in Ucraina. Si sono riuniti nel Coreper, il comitato dei rappresentanti permanenti che prepara le decisioni dei governi. Finora il rinnovo era semestrale. Il prezzo dell’intesa è l’uscita dalla lista nera di due dei russi più ricchi, Alisher Usmanov e Mikhail Fridman, chiesta da Francia e Lussemburgo con l’appoggio della Slovacchia. La Lettonia, che teneva tutto bloccato, all’ultimo si è astenuta. Anche l’Estonia fa sapere di essersi astenuta. I tre Baltici annunciano sanzioni nazionali contro i due magnati. Kiev parla di scelta «vergognosa».
Chi sono Usmanov e Fridman
Alisher Usmanov ha 73 anni, è nato in Uzbekistan e ha passaporto russo. Forbes stima il suo patrimonio in circa 14 miliardi di dollari. È il fondatore della holding USM, che controlla MegaFon, il secondo operatore di telefonia mobile russo. Possiede il quotidiano Kommersant, ha partecipazioni nel colosso siderurgico Metalloinvest, azioni di Xiaomi e interessi in miniere, telecomunicazioni e media. Per anni ha presieduto la Federazione internazionale di scherma. Bruxelles lo ha inserito nella lista nel 2022, nei primi giorni dell’invasione, per i suoi «legami particolarmente stretti» con Vladimir Putin. Gli viene attribuita anche una forte vicinanza al governo dell’Azerbaigian.
Mikhail Fridman è nato nel 1964 a Leopoli, oggi in Ucraina. Ha cittadinanza russa e israeliana e un patrimonio stimato da Forbes in circa 16,6 miliardi di dollari. Nel 1989 fonda con due compagni di università, German Khan e Alexei Kuzmichev, la società di materie prime Alfa-Eco, primo nucleo del conglomerato Alfa-Group. Nel 2003 il trio crea con British Petroleum la joint venture petrolifera TNK-BP. Nel 2013 la cessione delle quote vale 14 miliardi di dollari, di cui 5,1 incassati in contanti da Fridman. L’Unione lo ha sanzionato nel 2022 per aver «sostenuto azioni o politiche» che minano la sovranità dell’Ucraina.
Entrambi respingono le accuse e hanno fatto ricorso in tribunale.
Il baratto: prigionieri a Baku e un arbitrato miliardario
Ne avevo parlato ieri qui: “Come funzionano le sanzioni alla Russia: il mercato delle vacche che nessuno vi dice“. Le ragioni della Francia hanno poco a che vedere con la guerra. Secondo tre diplomatici europei, Parigi si è mossa sotto pressione dell’Azerbaigian, che detiene almeno due cittadini francesi. Uno è stato condannato nel 2023 a dieci anni per spionaggio. L’altro, dirigente nel settore idrico, a dodici anni per corruzione. In privato, a Parigi, qualcuno parla di «ricatto». Secondo altre ricostruzioni, l’intesa sarebbe passata per una mediazione dell’Uzbekistan: la grazia del presidente azero Ilham Aliyev ai due francesi in cambio della cancellazione di Usmanov.
Il ministero degli Esteri francese ha parlato di una questione di «sicurezza nazionale» e di una risposta a «una richiesta di partner», senza commentare il legame con Baku. Un alto diplomatico azero ha definito le accuse «categoricamente infondate»: l’Azerbaigian, sostiene, non ha mai interferito nei processi sanzionatori europei o americani.
Il Lussemburgo aveva un motivo più prosaico. Fridman gli chiede, in un arbitrato, circa 16 miliardi di dollari di risarcimento per i beni congelati: una cifra pari a circa metà del bilancio del Granducato. La cancellazione dalla lista nera attenuerebbe queste richieste.
Per convincere Riga, secondo quanto riportato, la Francia avrebbe offerto cooperazione sulla difesa aerea e l’accesso al proprio ombrello nucleare. Diplomatici europei segnalano un precedente: mai prima d’ora le sanzioni erano state legate a uno scambio di prigionieri. Le ragioni della concretezza e della pragmaticità iniziano a prevalere anche sull’ideologia sfrenata dell’integralismo UE?
Riga, dal veto all’astensione
La trattativa è finita come era cominciata.
Fino a lunedì notte la Lettonia aveva tenuto il punto. «Prorogare le sanzioni per 36 mesi sarebbe il passo giusto. Ma il prezzo non può essere semplicemente cancellare i due nomi dalla lista», aveva scritto il primo ministro Andris Kulbergs. Riga chiedeva un rinvio tecnico di due settimane, a elezioni concluse: il 3 ottobre il Paese vota per il Parlamento.
Martedì pomeriggio, con l’intera lista a poche ore dalla scadenza, è arrivata l’«astensione costruttiva». È la formula che consente a uno Stato di non votare a favore senza bloccare una decisione che richiede l’unanimità. «Nel mantenere il regime sanzionatorio abbiamo raggiunto un compromesso difficile», ha commentato la presidenza irlandese del Consiglio, che aveva messo lo scambio sul tavolo la settimana scorsa.
Baltici furiosi, Kiev delusa
Il ministro degli Esteri lituano Kęstutis Budrys ha scelto di guardare al calendario: la proroga triennale «renderà più difficile per la Russia sfruttare le divisioni all’interno dell’Ue ogni sei mesi». Il premier Mindaugas Sinkevičius ha annunciato sanzioni nazionali contro Usmanov e Fridman. Lettonia ed Estonia faranno lo stesso.
Da Kiev il ministro degli Esteri Andrii Sybiha ha definito la decisione «vergognosa e ingiustificabile»: «Mosca sta festeggiando perché ha ottenuto ciò che voleva: l’umiliazione dell’Ue e la divisione tra europei. Volodymyr Zelensky ha ringraziato la Lettonia: «Al mondo non serve un delisting politico, ma un rinnovo tempestivo e senza condizioni delle sanzioni individuali».
Yulia Navalnaya, vedova dell’oppositore Alexei Navalny, ha affidato ai social una lettura amara: per l’Europa, scrive, «ciò che sembra contare molto di più è quanti soldi hai sui conti in banca». E chiude con un sarcastico «Viva i soldi e gli oligarchi di Putin!».
Dal Cremlino il portavoce Dmitry Peskov ha incassato e rilanciato: le sanzioni «devono essere revocate per Usmanov, per Fridman, per tutti gli imprenditori russi».
Picierno contro l’unanimità, von der Leyen promette armi
La vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, la stessa che con un’interrogazione alla Commissione ha chiesto la chiusura di Byoblu, la tv dei cittadini, ha definito la scelta «vergognosa, codarda e del tutto inaccettabile». Il bersaglio è la regola dell’unanimità, che a suo dire «rende l’Ue fragile e debole». La ricetta: un’Europa «politicamente forte e sovrana», «più della somma dei suoi Stati membri».
La vicenda di questi giorni racconta però una dinamica più complessa. L’unanimità ha permesso a Parigi e al Lussemburgo di tenere in ostaggio il rinnovo. Ma è la stessa regola che ha dato a un piccolo Paese come la Lettonia la forza di resistere per una settimana. Senza veto spariscono entrambe le leve, e le decisioni si spostano verso una maggioranza in cui gli Stati più grandi pesano di più. Undici governi chiedono ora di superare l’unanimità.
Ursula von der Leyen, da New York dove ha incontrato Zelensky, ha risposto sul terreno che predilige: «L’Europa sta lavorando più duramente che mai per rafforzare la difesa dell’Ucraina. Il nostro nuovo programma anti-balistico può aiutare a incrementare rapidamente la produzione». Sulla cancellazione dei due oligarchi, nessuna parola.
Che cosa resta delle sanzioni
Le sanzioni settoriali contro l’economia russa, cioè energia, banche, trasporti e tecnologia, poggiano su un quadro giuridico separato e non vengono toccate. Il vero cambiamento è il calendario. Fino a ieri ogni scadenza semestrale diventava un tavolo di trattativa: a marzo Budapest e Bratislava avevano già chiesto l’uscita dei due nomi, senza ottenerla. Ora la prossima occasione arriva nel 2029. E nel frattempo, le intelligence UE dicono che una guerra che coinvolge direttamente l’UE contro la Russia (e quindi la Cina) potrebbe scoppiare prima.
Se basta un ostaggio a Baku o una causa da 16 miliardi per cancellare un nome, anche i criteri che tengono in lista gli altri 3.000 perdono solidità. I legali di chi è ancora sanzionato potranno usare questo precedente nei ricorsi. Emerge anche un’asimmetria. I governi con peso politico ottengono le loro deroghe. Le imprese europee che pagano il costo delle sanzioni, a partire da energia e meccanica, a quel tavolo non siedono.
Ora servirà un atto formale del Consiglio, efficace dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Il ventesimo pacchetto di sanzioni resta fermo per le obiezioni dell’Ungheria. La Lettonia va al voto il 3 ottobre.
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