Politica
Il Nucleare passa al Senato: le prima centrali fra 6 anni.

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Il Nucleare passa al Senato: le prima centrali fra 6 anni.
Il nucleare torna nelle leggi italiane. Oggi il Senato ha approvato in via definitiva il ddl delega sul nucleare sostenibile, che la Camera aveva già votato il 4 giugno. Il risultato è di 81 sì, 51 no e 7 astenuti. Adesso il governo ha dodici mesi per scrivere le regole vere. L’obiettivo dichiarato è avere più energia, bollette meno legate al gas e meno dipendenza dall’estero.
Legge delega sul nucleare: cos’è, spiegato semplice
Pensa a una casa da costruire. Il Parlamento non ha disegnato il progetto. Ha dato al governo le chiavi del cantiere e gli ha detto: hai un anno di tempo per farlo, e devi occuparti di questi punti.
I punti sono tanti:
- dove mettere gli impianti, coinvolgendo i Comuni;
- sicurezza e organi di controllo;
- rifiuti radioattivi e combustibile esaurito;
- ricerca, formazione e informazione ai cittadini;
- garanzie finanziarie;
- perfino la produzione di idrogeno con l’energia nucleare.
Tutto questo arriverà con i decreti attuativi, cioè i testi che trasformano i principi in istruzioni concrete. Sul fronte dei soldi, il testo esaminato alla Camera prevedeva 20 milioni di euro l’anno dal 2027 al 2029 per gli investimenti. Per un programma nucleare è una cifra di partenza, non certo il conto finale.
Il voto al Senato: chi ha detto sì e chi no
La seduta è partita male: all’inizio in aula mancava il numero legale, cioè il numero minimo di senatori presenti per votare. Poi si è andati avanti.
Hanno votato a favore Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Con loro anche Azione di Carlo Calenda, che pure sta all’opposizione. Italia Viva si è astenuta. Pd, Movimento 5 Stelle e Avs hanno votato contro. È lo stesso schema già visto alla Camera.
Il testo è rimasto blindato. Le questioni pregiudiziali delle opposizioni sono state respinte e non è passato nemmeno un emendamento.
Pichetto: «Giornata storica». Meloni: «Promessa mantenuta»
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha parlato di «una giornata storica per l’Italia». Secondo lui «il nucleare sostenibile, insieme alle rinnovabili, renderà l’Italia un Paese sicuro, indipendente e competitivo». Poi ha fissato una scadenza: i decreti attuativi arriveranno «di sicuro, entro fine anno».
E le centrali? «Una stima che faccio in base agli elementi che ho a disposizione, degli esperti dell’impresa e del settore, è verso il 2033-34», ha spiegato. Ha aggiunto che l’Italia oggi è già «carente di 50 miliardi di kilowattora». Detto semplice: ci manca più o meno un sesto dell’elettricità che consumiamo in un anno.
Giorgia Meloni ha definito la legge una «scelta coraggiosa e di buon senso». Il vantaggio, per la premier, è «meno dipendenza dall’estero e meno esposizione alle crisi internazionali che abbiamo pagato in bolletta». Il prossimo passo, ha detto, sono le norme su sicurezza, autorizzazioni, rifiuti e rapporto con i territori.
Matteo Salvini ha rivendicato la paternità politica: «Una battaglia che la Lega porta avanti da anni. Dalle parole ai fatti!».
Calenda: «Facciamolo rapidamente»
Carlo Calenda ha fatto un esempio concreto. Quattro reattori da 1,4 gigawatt producono 45 terawattora l’anno per 60 anni, su 200 ettari di terreno. Per produrre la stessa energia, sostiene, servirebbero 60mila ettari di fotovoltaico o 200mila di eolico. La sua conclusione: «Voglio un’Italia grande potenza industriale e senza il nucleare questo non sarà».
C’è però un’obiezione. I pannelli non devono per forza stare nei campi: si possono mettere su tetti, capannoni e aree dismesse.
Le critiche delle opposizioni: «Un voto al buio»
Dal resto dell’opposizione sono arrivate critiche pesanti. Per il senatore del Pd Nicola Irto al Parlamento si chiede «un voto al buio». E la sua domanda è quella che tocca le corde popolari: «Chi metterà i soldi? Le imprese private, i contribuenti o le famiglie attraverso le bollette? Nel testo non c’è una risposta». Apposta ci sono i decreti attuativi, comunque, verrebbe da rispondere.
Mariolina Castellone, del M5S, parla di una «tecnologia che oggi non esiste o non è commerciale». Angelo Bonelli (Avs) la chiama «follia economica». Il capogruppo di Avs Peppe De Cristofaro va giù duro: il governo vorrebbe fare dell’Italia «un hub del gas senza avere il gas, e una potenza nucleare senza avere l’uranio».
Non è contento nemmeno chi il nucleare lo vuole. Silvia Fregolent, di Italia Viva, accusa la legge di buttare «la palla avanti di altri dieci anni».
Il vecchio nucleare che non abbiamo finito di smontare
L’ultima centrale italiana, Trino Vercellese, si è spenta del tutto il 1° luglio 1990, dopo il referendum del 1987. Il senatore M5S Luigi Neve ha colpito un punto vero: «Il governo ci propone il nucleare del futuro quando non è riuscito a risolvere i problemi del nucleare del passato».
I numeri gli danno ragione. Sogin, la società pubblica che smonta le vecchie centrali, a fine 2025 era al 47,7% del programma. Il lavoro doveva finire nel 2019, ora si parla del 2032. Il Deposito nazionale per i rifiuti radioattivi non arriverà prima del 2041.
Venerdì, dopo cinque rinvii, Sogin sceglierà i nuovi vertici. Nel frattempo i giudici della Corte d’Appello di Roma hanno ordinato di reintegrare l’ex amministratore delegato Emanuele Fontani. Secondo la sentenza fu licenziato per ritorsione, dopo aver segnalato irregolarità negli appalti proprio sul deposito delle scorie. Se vuoi un nucleare nuovo, chi lo guida deve essere scelto per quello che sa fare. Non per l’amico che ha.
La vera partita per l’indipendenza energetica: di chi sarà la tecnologia
Il governo punta sugli SMR, i piccoli reattori modulari. Immaginali come pezzi prodotti in serie in fabbrica e poi montati sul posto. Nuclitalia, la società di Enel, Ansaldo e Leonardo, pubblicherà a novembre uno studio sulla tecnologia da scegliere.
Qui si gioca tutto. Nel 2024 si guardava alla tecnologia americana Westinghouse. Uscire dalla dipendenza dal gas per entrare in quella da un fornitore straniero sarebbe una sovranità a metà. L’Italia ha già la seconda filiera nucleare d’Europa, ma oggi lavora soprattutto per l’estero.
La scelta di tornare all’atomo ha una sua logica. Serve energia stabile, e il gas ci ha già presentato il conto più di una volta.
Resta però una domanda.... Lo smantellamento del vecchio nucleare l’hanno pagato gli italiani, voce per voce, negli oneri di sistema in bolletta. Chi ci garantisce che anche stavolta il conto non arrivi nella cassetta della posta?
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