lunedì 28 settembre 2026

Byoblu - Ci siamo impoveriti, mentre in pochi continuano ad arricchirsi. Ecco i dati..

Economia — Byoblu
Byoblu · 8 ore fa ·
I dati Banca d’Italia: al 10% più ricco il 60% dei patrimoni, alla metà meno abbiente il 7%. E il 5% al vertice ormai possiede metà del Paese

La famiglia italiana «media» possiede un patrimonio netto di 450.767 euro. La famiglia che sta esattamente a metà della fila ne possiede 178.262. In quella distanza c’è la fotografia della ricchezza delle famiglie italiane: un Paese ricco sulla carta, con i patrimoni sempre più concentrati in poche mani. Lo certificano i Conti distributivi della Banca d’Italia, aggiornati al primo trimestre 2026. Il 10% più ricco detiene il 60,4% della ricchezza netta. Alla metà meno abbiente resta il 7,3%.

Media e mediana: perché i 451mila euro ingannano

La ricchezza netta è la somma di case, depositi, titoli e partecipazioni, meno i debiti. La media si ottiene dividendo il totale per il numero delle famiglie: bastano pochi grandi patrimoni per spingerla in alto. La mediana indica invece il punto centrale. Metà delle famiglie sta sopra, metà sotto.

I Conti distributivi sono statistiche prodotte dal Sistema europeo delle banche centrali, cioè dalla Banca centrale europea (BCE) insieme alle banche centrali nazionali. Incrociano i conti patrimoniali del Paese con l’indagine sui bilanci familiari. Servono a capire quanta ricchezza c’è e come è distribuita.

Il divario si vede nei numeri assoluti. Una famiglia del 10% più ricco dispone in media di circa 2,72 milioni di euro. Una famiglia della metà meno abbiente, di circa 65.600 euro.

Il patrimonio totale: 11.295 miliardi

Nel complesso le famiglie italiane possiedono circa 11.295 miliardi di euro netti. A fine 2025 erano 11.333: in tre mesi il calo è di 38,4 miliardi, lo 0,34%. Su base annua il saldo resta positivo: un anno prima la ricchezza era di circa 10.870 miliardi, quindi l’aumento supera i 424 miliardi, quasi il 4%.

Nel trimestre il valore delle abitazioni è salito da 5.591 a circa 5.607 miliardi. Azioni e fondi d’investimento sono scesi da circa 2.930 a 2.875 miliardi.

Due Italie, due portafogli

La differenza riguarda anche la composizione dei patrimoni. Per la metà meno abbiente la casa vale il 73,6% delle attività, i depositi il 17,5%. Nel 10% più ricco l’abitazione pesa per il 30,7%, mentre azioni, partecipazioni e quote di fondi arrivano al 37,6%.

Chi ha quasi tutto nella casa dipende dal mercato immobiliare. Chi ha un portafoglio finanziario incassa i rialzi di Borsa e ne subisce le oscillazioni. Negli ultimi anni le Borse sono salite, le case italiane molto meno.

Quindici anni di concentrazione verso l’alto

Nel primo trimestre la concentrazione si è attenuata di poco. La quota del 10% più ricco è passata dal 60,57% al 60,41%, quella della metà meno abbiente dal 7,25% al 7,27%. L’indice di Gini, che misura la disuguaglianza e sale quando la ricchezza è più concentrata, è sceso da 72,19 a 72,09. Sono variazioni minime, insufficienti a indicare un cambio di tendenza.

La tendenza di lungo periodo va nella direzione opposta. A fine 2010 il 10% più ricco possedeva circa il 52%. La metà meno abbiente è scesa dall’8,5% al 7,3%. Il Gini è salito da 66,4 a 72,1 punti.

Il 15 settembre a Roma la Fondazione Fiba di First Cisl, il sindacato Cisl dei lavoratori di banche, assicurazioni e finanza, ha presentato un Osservatorio sulla ricchezza delle famiglie basato su dati BCE ed Eurostat aggiornati a fine 2025. Al vertice il quadro è ancora più netto: il 5% più ricco è passato dal 39,9% del 2010 al 50,2%. Nell’eurozona solo Austria e Lettonia fanno peggio.

«In 15 anni la ricchezza degli italiani non è stata redistribuita: è risalita verso l’alto», ha detto la segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola. «Il 5% più ricco, un milione e 300 mila famiglie, possiede oggi la metà della ricchezza del Paese». Alla metà meno abbiente, circa tredici milioni di famiglie, «resta poco più del 7 per cento». Secondo Fumarola il ceto medio, al netto dell’inflazione, ha perso tra un quarto e un terzo di ciò che aveva.

Dove è finita la crescita

Dal 2015 la ricchezza delle famiglie italiane è aumentata di 2.107 miliardi. Circa il 45%, pari a 937 miliardi, viene da azioni non quotate e altre partecipazioni, cresciute del 102,7%. Il 98,3% di questi strumenti appartiene al 10% più ricco. La crescita si è concentrata dopo la pandemia: 277,4 miliardi tra il 2015 e il 2020, 1.829,6 miliardi tra il 2020 e il 2025.

L’Italia che arretra in Europa

In dieci anni la ricchezza netta italiana è cresciuta del 22,8%, il dato più basso dell’eurozona. La Germania ha segnato +87,3%, la Spagna +56,6%, la Francia +42%. Il peso delle famiglie italiane sul patrimonio dell’area euro è sceso dal 21,7% al 16,5%. Nel 2015 una famiglia italiana possedeva in media 366.790 euro, più di una tedesca (263.390). Nel 2025 è a 452.300, superata dalla Germania con 480.390.

Lo studio indica due cause: redditi e risparmio. Il reddito disponibile lordo, cioè quanto le famiglie incassano prima di consumi e risparmi, è cresciuto del 28,4% contro il 48,3% tedesco, il 41,1% francese e il 53,8% spagnolo. Il tasso di risparmio lordo italiano è al 10,7%, il più basso tra le grandi economie, contro una media dell’area euro del 14,32%. I prezzi delle case, fatto 100 il 2015, sono arrivati a 116,1 contro 153,7 della media euro.

Ci sono anche elementi che complicano il quadro. L’indebitamento delle famiglie italiane resta contenuto: circa il 10,2% del debito familiare dell’area euro, in calo dall’11,1% del 2015. Per il 10% più povero i debiti valgono il 95,6% della ricchezza lorda: in gran parte dei Paesi dell’eurozona la stessa fascia ha una ricchezza negativa. La metà meno abbiente sostiene comunque il 37,9% dei debiti complessivi.

L’Osservatorio individua le cause del ritardo nei redditi e nel risparmio. Non spiega perché, con la stessa moneta e le stesse regole di bilancio, i redditi italiani siano cresciuti meno di quelli tedeschi e spagnoli. È la domanda politica che questi numeri lasciano aperta.

Il risparmio degli italiani e chi lo gestisce

Il segretario generale di First Cisl, Riccardo Colombani, ricorda che ogni anno centinaia di miliardi di euro di risparmio europeo finiscono, tramite il risparmio gestito, in società quotate soprattutto negli Stati Uniti. La Commissione europea ha risposto con l’Unione del risparmio e degli investimenti, che propone conti di risparmio e investimento per portare i soldi delle famiglie sui mercati dei capitali.

I dati della Banca d’Italia e della BCE mostrano però chi già guadagna da quei mercati: il 10% più ricco detiene il 93,3% delle azioni quotate e l’82,5% dei fondi comuni. Portare in Borsa i risparmi del restante 90%, con il rischio a carico delle famiglie, è un’operazione diversa dall’aumentare i loro redditi.

Colombani si dice scettico sulle soluzioni basate solo su sgravi fiscali. Cita i Pir, i piani individuali di risparmio, che non hanno mai raccolto somme davvero rilevanti. La Cisl propone un fondo nazionale per le piccole e medie imprese non quotate, con garanzia pubblica integrale sul risparmio versato volontariamente e limiti di importo e durata contro la speculazione. La regia andrebbe a Cassa depositi e prestiti, la società controllata dal ministero dell’Economia che gestisce il risparmio postale. Una garanzia integrale sposta però il rischio sulle finanze pubbliche. Il sindacato chiede anche una politica dei redditi che punti sulla partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa.

«Senza investimenti, senza una crescita forte e duratura e senza retribuzioni significativamente più alte si amplieranno ancora le diseguaglianze economiche», avverte Colombani.

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