Italia in guerra in Medio Oriente? Il
neocolonialismo del governo Meloni e della lobby
delle armi, al servizio di atlantismo e sionismo.
Autore: Luigi Basile
Giornalista; direttore di “Futura Società” e direttore editoriale di “Cavallo di Fuoco”
L’Italia in guerra nel Medio Oriente? Dopo l’incidente del caccia militare italiano colpito durante un contrattacco della milizia degli Huthi, in risposta ai raid della petromonarchia assoluta dell’Arabia Saudita, mentre era nella base di Al Taif, si palesa la presenza di un contingente delle forze armate tricolori in uno scenario di guerra, che rischia di diventare sempre più caldo.
Oltre all’ormai storico scontro tra il movimento yemenita denominato Ansar Allah, “Partigiani di Dio”, (conosciuto anche con il cognome del suo primo esponente Ḥusayn Badr al-Dīn al-Ḥūthī) insediato in buona parte del territorio dello Stato arabo, compresa la capitale Sana’a, e i sauditi che da sempre cercano di imporre la propria egemonia su tutta la penisola, con il sostegno finanziario e bellico di Stati Uniti e Regno Unito e la complicità di gruppi terroristici collegati ai tagliagola di Al Qaida, da mesi l’area è interessata anche dall’escalation tra Stati Uniti e Iran, dopo l’aggressione messa in atto da Washington e dal regime sionista di Tel Aviv, con il supporto logistico dei regni del Golfo, dove sono insediate basi Usa e di altri Paesi occidentali.
All’indomani dell’episodio il ministro della Difesa, Crosetto, ha addirittura pubblicamente rilanciato la presenza militare italiana in Arabia Saudita e più in generale nel Golfo Persico, proponendosi di fronte all’Ue come tutore dei traffici marittimi commerciali europei, in particolare nello stretto di Bab el-Mandeb, controllato dagli Huthi, che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden, chiedendo all’Alta rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, l’estone Kaja Kallas, il sovvenzionamento della missione.
Soltanto così è apparsa chiara all’opinione pubblica la volontà del governo Meloni di impegnarsi militarmente in scenari di guerra in quell’area. Prima di quel momento soltanto dichiarazioni di disponibilità o ipotesi a guidare una compagine internazionale, eventualmente ma non necessariamente sotto l’egida dell’Onu, nello Stretto di Hormuz, per contrastare il blocco navale dell’Iran, o di compartecipare a missioni europee nell’area.
D’altra parte, soltanto qualche mese addietro si era appreso tramite il segretario generale della Nato, Mark Rutte, che dall’Italia erano partiti sino ad allora 500 voli militari degli Stati Uniti per bombardare illegalmente l’Iran, smentendo quanto sostenuto dal governo sull’estraneità alle operazioni di guerra.
Allo stesso modo, il dispiegamento di forze italiane di difesa aerea in tutto il continente europeo e ai suoi margini, all’interno degli schieramenti interforze della Nato, sta emergendo sempre più spesso, in maniera del tutto casuale, almeno per il grande pubblico, grazie a resoconti di cronaca sugli interventi attivati dai sistemi di controllo radar.
Per non parlare della presenza sempre più in prima linea dell’Italia in Ucraina, insieme ad altri membri dell’Alleanza atlantica, o le direttrici di traffici di armi verso Paesi in guerra, a cominciare da Israele, nel pieno di una devastante occupazione e di un genocidio a danno dei palestinesi, con i vertici del governo israeliano sotto accusa per crimini di guerra e contro l’umanità e con mandanti di arresto pendenti della Corte Penale Internazionale, finora purtroppo disattesi.
Dentro questa cornice emerge non solo che l’Italia è impegnata da marzo con un contingente dislocato in Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, ma anche in Arabia Saudita, complessivamente con circa 700 unità, tra forze di terra e aviazione, e mezzi: quattro caccia Eurofighter F-2000A, una batteria missilistica terra-aria SAMP-T, radar dispiegati tra Arabia Saudita e Bahrein, una batteria di artiglieria contraerea SKYNEX, un velivolo E-550A CAEW, sistema multi-sensore per l’allarme precoce, un velivolo da trasporto C-130J/KC-130J e un sistema anti-drone ACUS-E.
Crosettto per un verso minimizza, anche l’attacco alla base di Al Taif, per l’altro rivendica la piena legittimità dell’operazione, che però non ha avuto alcun via libera dal Parlamento, al quale non è stata inviata nemmeno una informativa, per ciò che riguarda l’Arabia Saudita, come precisano le opposizioni, che incalzano il governo, mentre per il contingente schierato nelle basi delle altre monarchie del Golfo è stato approvato un decreto complessivo sulle missioni militari all’estero, con l’audizione dei vertici militari in Commissione Difesa.
Non si può non rilevare che ormai già da tempo vengono seguite scorciatoie procedurali per l’invio di soldati fuori dai confini nazionali, che secondo la Costituzione – è bene ricordarlo – dovrebbero essere impiegati soltanto per la “difesa della Patria” e che la repubblica italiana ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie.
Insomma, siamo di fronte alla peggiore versione del “gioco delle tre carte”, con l’Italia sempre più immischiata in scenari di guerra, al servizio di interessi e Stati terzi, come gli Usa e Israele, coadiuvandoli in operazioni illegittime e vere e proprie aggressioni, come quella all’Iran e allo Yemen amministrato dagli Huthi, al fianco delle peggiori tirannie del Golfo e del Medio Oriente, da Israele all’Arabia Saudita, fiancheggiatrici e registe del terrorismo internazionale, con tutti i rischi che comportano per il Paese simili azioni, peraltro contro le leggi nazionali e il diritto internazionale, che ormai sappiamo il governo considera, e scarsamente, soltanto quando gli fa comodo.
Vale la pena anche ricordare che l’Arabia Saudita sin dagli anni 70 ha pesantemente interferito nelle dinamiche politiche interne dello Yemen, ha alimentato e supportato la guerra civile tra il Nord e Il Sud e ha sistematicamente e ferocemente attaccato gli Huthi, con un enorme impiego di soldati e di armamenti, in particolare dal 2015, anche con il sostegno di diversi altri Paesi arabi, rinfocolando duramente il conflitto, una guerra a lungo ignorata e dimenticata dai mass media e dalle istituzioni occidentali, che però ha visto la presenza attiva, semmai dietro le quinte, di diversi governi. Non solo Stati Uniti e Regno Unito, come riferito sopra, ma anche dell’Italia.
Non sono però mancate le denunce di osservatori internazionali su quanto stava succedendo.
Nell’ottobre 2015 Amnesty International ha diffuso un rapporto nel quale accusava l’Arabia Saudita di crimini di guerra in Yemen, in particolare per l’uso di bombe a grappolo e bombardamenti di scuole e altri obiettivi civili, soprattutto nel governatorato di Ṣaʿda, tenuto dagli Huthi. Il 26 ottobre e il 2 dicembre, l’Arabia Saudita ha bombardato due cliniche di Medici senza Frontiere, a Sa’da e ad al-Ḥūbān. Nell’aprile 2016 Human Rights Watch ha denunciato l’uso, da parte dell’Arabia Saudita di bombe a grappolo di fabbricazione statunitense contro la cittadina di Mastaba, uccidendo 107 civili, tra i quali 25 bambini. In base ai dati dell’Onu in un anno dall’inizio dell’attacco saudita sono morti quasi 9.400 yemeniti, tra cui 2.230 bambini, e feriti altri 16.000.
Ma venendo ad oggi, dopo l’azione contro la base di Al Taif, che ha visto il danneggiamento anche di uno Eurofighter italiano parcheggiato in loco, la milizia yemenita di Ansar Allah che rappresenta e difende la cospicua minoranza sciita zaydita (anche se ne fanno parte pure sunniti) – in passato, nella fase di riunificazione del Paese, penalizzata ed esclusa dalle forze governative -, ha precisato di non essere in guerra con l’Italia, ma ha chiesto conto delle presenza militare italiana nel Paese contro il quale sta combattendo e che li ha aggrediti.
L’Italia quindi è trascinata in guerra da un governo di destra, presieduto da Meloni, che non perde occasione per calpestare la Costituzione, per andare contro gli interessi generali della società e in particolare contro gli interessi popolari, e quindi contro gli interessi nazionali, che si dimostra succube e servile nei confronti del sistema atlantista e del regime sionista, pronto a schierarsi al fianco dei peggiori poteri criminali, difendendo gli interessi delle più spregiudicate élite speculative e guerrafondaie, secondo logiche imperialiste, con azioni gravi, deprecabili e illegittime, non di rado maldestre, o con l’assordante silenzio complice nei confronti dei crimini e del genocidio di Israele.
Una linea che si dimostra irresponsabile e attuata tra mille ipocrisie e sotterfugi, dovuti anche all’incompetenza e all’inadeguatezza dei rappresentanti di governo, ma che evidentemente risponde ad obiettivi e interessi precisi, tesi all’autoconservazione e al consolidamento del proprio potere.
Alla luce di tutto ciò appare ancor più inquietante l’episodio registrato nei primi giorni di marzo, in concomitanza della risposta dell’Iran agli attacchi Usa-Israele, con l’utilizzo da parte degli statunitensi delle basi negli Emirati Arabi Uniti, come negli altri regni del Golfo, con la temporanea scomparsa di Crosetto “ritrovato” poi con la famiglia proprio a Dubai.
Una figuraccia istituzionale, un episodio goffo e strano, ma non proprio dal contorno così “ingenuo”, come poteva sembrare. Non a caso circolò qualche voce su presunte missioni non istituzionali di Crosetto, probabilmente legate a suoi precedenti incarichi non politici, ma aziendali o forse lobbistici, connessi alla filiera della produzione delle armi.
Non a caso all’atto della nomina a ministro della Difesa, nell’ottobre del 2022 fu sollevata la questione di una possibile incompatibilità o conflitto di interessi con il ruolo di presidente della Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza (Aiad) di Confindustria, precedentemente rivestito. Eccezione ovviamente respinta all’interessato.
Ma non fu il solo incarico in quel settore, assunto nel 2014, da Crosetto. In contemporanea diventa senior advisor di Leonardo spa, società multinazionale italiana a controllo pubblico operante negli armamenti, nell’aerospazio e nei sistemi elettronici di sicurezza.
Insieme o in maniera alternata ad incarichi politici è stato anche, fino al maggio 2018, consulente di Elt spa, azienda italiana che opera nel settore della difesa, in particolare nei sistemi di guerra elettronica.
Il 23 maggio del 2018 ha presentato le dimissioni da deputato di Fratelli d’Italia per tornare a svolgere a tempo pieno il ruolo di presidente dell’Aiad, anche perché i due ruoli risultavano incompatibili, si disse all’epoca. La Camera però respinse a maggioranza, ma in una successiva votazione furono accettate.
Nell’aprile del 2020 fu nominato presidente di Osn – Orizzonte Sistemi Navali, una impresa nata come joint venture tra Fincantieri e Leonardo, specializzata in sistemi ad alta tecnologia per le navi militari e di gestione integrata dei sistemi d’arma.
Intorno a quegli anni, Crosetto è stato anche nel Comitato Direttivo dell’Istituto Affari Internazionali, fondato da Altiero Spinelli, uno dei più influenti centri studi insieme all’Ispi, in politica estera, relazioni internazionali, difesa e sicurezza nazionale, tra i primi venti al mondo, secondo la classifica Global Go To Think Tank Index del 2020.
Inoltre è stato socio di diverse imprese, tra cui la Csc & Partners fondata nel 2021 (un gruppo di pressione) della quale deteneva il 50% delle quote, mentre le restanti erano in mano a suoi congiunti, ed era amministratore unico.
Una serie di incarichi e compartecipazioni, dunque, nell’industria delle armi, nei centri di elaborazione di strategie politiche per la difesa e le relazioni internazionali e nell’attività lobbistica.
A quali logiche dunque rispondono la presenza militare italiana in Medio Oriente di questi mesi o anni, le scelte di politica estera e la continua pulsione – non senza apparenti pragmatiche frenate – verso scenari di guerra del governo Meloni, del ministro Crosetto e dei suoi colleghi, tra cui Tajani, di frequente protagonista di gaffe a reti unificate?
Senza dubbio ad una logica dettata da opportunismo politico e personale, da uno schema ideologico tutto interno al primatismo e all’imperialismo occidentale atlantista e a una subalternità ai gendarmi del mondo e agli interessi delle oligarchie nazionali e internazionali. Ma in ultima istanza ad una logica affaristica e speculativa.
Non viene difficile ipotizzare, sulla base di riscontri oggettivi, che la testa d’ariete di questi interessi, ma anche di una fitta rete, sempre più, di relazioni, di cointeressenze e di alleanze geopolitiche, sia il gruppo Leonardo, 25 società tra controllate, partecipazioni e joint venture, con sedi legali in Italia, ma anche in Stati Uniti, Regno Unito e Polonia, guarda caso verrebbe già da dire, e operatività in 150 Paesi del mondo.
Queste le cifre della holding per il 2026: 46,6 miliardi di euro di ordini, 19,5 miliardi di ricavi, 3 miliardi di investimenti in ricerca e sviluppo nel settore.
Ma non è tutto. Nel 2021 su iniziativa di Leonardo si è costituita la Fondazione Med Or (Mediterraneo – Oriente) “con l’obiettivo di promuovere attività culturali, di ricerca e formazione scientifica, al fine di rafforzare i legami, gli scambi e i rapporti internazionali tra l’Italia e i Paesi dell’area del Mediterraneo allargato fino al Sahel, Corno d’Africa e Mar Rosso (“Med”), del Medio ed Estremo Oriente (“Or”) e del Sud America. Dal 1° gennaio 2025, a seguito di modifica statutaria, la Fondazione si è trasformata in Med-Or Italian Foundation”.
Alla struttura hanno aderito come soci ordinari diverse grandi aziende pubbliche e private, come Eni, Enel, Ferrovie dello Stato, Edison, Intesa San Paolo.
Presidente della Fondazione, Marco Minniti, il più destro esponente dello schieramento riformista-revisionista, dirigente prima del Pds e dei Ds, poi del Pd, nonché ex ministro degli Interni del governo Gentiloni e prima ancora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio durante i governi D’Alema I e II, sottosegretario di Stato al ministero della Difesa (governo Amato II) e viceministro dell’Interno (governo Prodi II), sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega ai Servizi segreti nel governo Letta e nel governo Renzi.
Una sfilza di incarichi citati soprattutto per restituire l’idea del suo orizzonte di interessi politici e delle sue potenziali relazioni.
Tra le altre cose, è stato l’artefice del famigerato accordo tra il governo italiano e il Primo ministro libico Fayez al-Sarraj per la gestione dei flussi migratori, denominato Memorandum Italia-Libia, giudicato disumano dall’Alto commissariato della Nazioni Unite per i diritti umani, a causa delle torture subite dai migranti nei centri di detenzione libici.
Negli organismi di Med Or, dal Consiglio di amministrazione al Comitato strategico, dall’International Board al Comitato scientifico, fino agli uffici interni, sono presenti politici, ex governanti di tutto il mondo, amministratori di aziende, diplomatici, docenti universitari e cognomi eccellenti.
Una realtà – un centro studi e una lobby di un gruppo industriale di armamenti – che ha strette connessioni con scuole, università, centri studi, enti locali e governi e una continua attività sul campo, con convegni, progetti, borse di studio e produzione di strumenti informativi.
Dal sito web della Fondazione emergono con chiarezza la forte presenza di Med Or nel Corno d’Africa e nel Medio Oriente, la precisa strategia elaborata (non a caso si parla di Iran, Yemen, Huthi, regni del Golfo e Gibuti) e ci si può fare un’idea, attraverso diversi resoconti sui viaggi istituzionali del governo, del febbrile attivismo dei ministri dell’esecutivo Meloni in tutta l’area, in questi mesi ed anni.
Med Or può dunque essere considerato il centro propulsivo e di lobbing della politica internazionale e della Difesa del governo e delle grandi aziende del sistema produttivo italiano, a cominciare dall’industria delle armi e delle tecnologie avanzate per la sicurezza.
Così come l’altro asse strategico e programma di intervento è rappresentato dal cosiddetto Piano Mattei per l’Africa (denominazione contestata dagli eredi del fondatore e presidente dell’Eni), preannunciato da Meloni nella sua relazione programmatica nel 2022 e formalizzato tra il 2023 e 2024, per consolidare e rafforzare i rapporti economici, energetici e diplomatici con i Paesi africani, con la collaborazione sempre di Eni e Leonardo.
Il Piano ha ricevuto critiche da parte di associazioni, sindacati, organizzazioni politiche ed enti, a causa della sua impostazione, dell’assenza di una progettazione partecipata, della mancanza di attenzione alla sostenibilità ambientale, soprattutto energetica, della scarsa trasparenza gestionale e dell’assenza di una dotazione finanziaria effettiva, ma determinata da una rimodulazione di fondi già esistenti. Anche il Presidente della Commissione dell’Unione africana, Moussa Faki Mahamat ha espresso pubblicamente riserve riguardo alla mancata consultazione dei governi africani nella fase preparatoria del Piano.
In definitiva, siamo di fronte a comitati di affari e di pressione su istituzioni e opinione pubblica, per un piano di neocolonizzazione di Africa, Medio Oriente e non solo.
Una strategia per l’egemonia italiana a livello globale? Non proprio, viste le numerose presenze di peso straniere nelle reti, in particolare statunitensi e israeliane, la funzionalità delle strategie agli interessi di Washington e di Tel Aviv, e le “strane” – nemmeno tanto purtroppo – cessioni di sovranità e di spazi di affari ad aziende Usa e israeliane, anche nei settori della Difesa del territorio nazionale e della cybersicurezza, in linea con la politica estera subalterna a questi centri di potere.
Le missioni militari in Medio Oriente, oltre che illegittime, sono perciò un pericoloso e inaccettabile salto nel vuoto, tese a consolidare gli assetti imperialistici occidentali, lo sfruttamento del resto del mondo, soprattutto dei Paesi più poveri, la delegittimazione del diritto internazionale, a contrastare ogni prospettiva di pace, giustizia e democratizzazione delle relazioni internazionali, andando contro gli interessi stessi- dell’Italia e dei suoi cittadini.----
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