martedì 21 luglio 2026

Byoblu - Nicaragua: Ortega annuncia: “In Nicaragua non ci saranno più elezioni”

 

Esteri — Byoblu
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Nel discorso per i 47 anni della rivoluzione sandinista, il presidente chiude la porta al voto del 2027: “Basta ai partiti sostenuti dagli yankee”

Byoblu·5 ore fa

MANAGUA – Daniel Ortega ha scelto il palco più simbolico possibile, la celebrazione del 47° anniversario della rivoluzione sandinista, per pronunciare domenica scorsa, 19 luglio 2026, le parole che segnano un passaggio storico per il Nicaragua: nel Paese non ci saranno più elezioni attraverso le quali i partiti da lui definiti sostenuti dagli “yankee” e dai somozisti possano tornare al governo. Non necessariamente la fine delle consultazioni elettorali, ma la fine dichiarata delle elezioni come possibilità di cambiare governo (lana caprina? Forse). Un annuncio che, sul piano politico, equivale a svuotare in anticipo le elezioni nazionali previste per il 2027 della loro funzione essenziale: rendere possibile l’alternanza. Ortega, per la precisione, non ha ancora annunciato un provvedimento formale di abolizione del voto, ma ha escluso che future elezioni possano permettere agli avversari del sandinismo di tornare al governo

La distinzione è cruciale e va colta con precisione. Ortega non ha detto soltanto che il Nicaragua debba difendersi da tentativi di destabilizzazione straniera – rivendicazione che rientra nell’esercizio della sovranità. Ha dichiarato che il voto non dovrà più consentire alle forze considerate nemiche della rivoluzione di competere per il potere. Il che significa trasformare la sovranità popolare in sovranità del gruppo dirigente.

Un potere sempre più concentrato

L’annuncio arriva al culmine di un lungo processo di concentrazione del potere. Nel 2025 una riforma costituzionale ha esteso il mandato presidenziale da cinque a sei anni e ha introdotto la figura dei co-presidenti, ruolo assunto da Ortega e dalla moglie Rosario Murillo, indebolendo ulteriormente la separazione tra i poteri dello Stato. Esperti delle Nazioni Unite hanno descritto quella riforma come il consolidamento di un esecutivo dominante sulle altre istituzioni, accusando il sistema Ortega-Murillo di aver fatto di repressione e corruzione istituzionale un metodo di governo. A marzo, un rapporto ONU ha parlato anche di una rete di sorveglianza estesa fino agli esiliati.

Già le elezioni del 2021 si erano svolte dopo l’arresto o l’esclusione di diversi aspiranti candidati dell’opposizione, un processo che la Commissione interamericana per i diritti umani giudicò incompatibile con una competizione libera e pluralista. E la cesura decisiva resta il 2018: proteste nate contro una riforma previdenziale, trasformatesi in contestazione nazionale, represse con una violenza che le organizzazioni internazionali hanno documentato in uccisioni, arresti arbitrari e smantellamento progressivo dello spazio civico. Negli anni successivi sono state chiuse migliaia di associazioni, università e ong; giornalisti e oppositori sono stati perseguiti, centinaia di persone private della cittadinanza e dei beni. Colpita anche la Chiesa cattolica, una delle poche istituzioni sociali rimaste autonome.

L’imperialismo c’è stato davvero. Ma non spiega tutto

Sarebbe facile raccontare questa vicenda scegliendo una delle due propagande disponibili. Quella occidentale, che riduce Ortega a un dittatore marxista e cancella un secolo di interventi statunitensi in America centrale. E quella campista, per cui qualunque governo si opponga a Washington è, per ciò stesso, giustificabile. Entrambe sono insufficienti.

Perché la storia va ricordata tutta. Ortega è uno dei protagonisti della rivoluzione che nel 1979 abbatté la dinastia dei Somoza, sostenuta per decenni dagli Stati Uniti. Il nuovo governo sandinista promosse alfabetizzazione, sanità e riforme sociali in un Paese piegato dalla povertà. La reazione americana non fu immaginaria: negli anni Ottanta l’amministrazione Reagan armò i Contras, e nel 1986 la Corte internazionale di giustizia accertò la responsabilità degli Stati Uniti per le attività militari e paramilitari condotte contro il Nicaragua, in violazione del principio di non intervento. Sono fatti, non alibi inventati dal regime. E spiegano la diffidenza nicaraguense verso Washington.

Ma la stessa storia contiene un precedente che oggi pesa come un giudizio: nel 1990 Ortega perse le elezioni contro Violeta Chamorro e accettò di lasciare il potere. Il rivoluzionario che allora riconobbe nel voto la fonte della legittimità è lo stesso leader che oggi dichiara che il voto non dovrà più consentire ai suoi avversari di governare. E c’è un altro elemento difficile da liquidare come propaganda straniera: tra gli oppositori perseguiti figurano anche ex compagni di lotta, intellettuali e dirigenti della stessa tradizione sandinista. La repressione non colpisce solo una destra filoamericana.

La rivoluzione che rischia di diventare dinastia

Qui sta il paradosso più potente. Il sandinismo nacque per rovesciare una dinastia familiare sostenuta dall’estero. Oggi il Nicaragua è governato da una coppia di co-presidenti che concentra potere politico, istituzionale e comunicativo, mentre la possibilità di alternanza viene dichiarata conclusa. Il paragone con i Somoza non è perfetto – diverse le origini, il consenso sociale, la collocazione geopolitica – ma il cortocircuito resta: una rivoluzione nata contro l’ereditarietà del potere rischia di produrre una nuova continuità familiare.

Il caso Ortega obbliga insomma a tenere insieme due verità che le tifoserie preferiscono separare. Gli Stati Uniti hanno interferito pesantemente nella storia del Nicaragua e continuano a usare sanzioni e pressioni come strumenti di potere. Ma un governo non diventa democratico solo perché è avversario di Washington: un Paese può essere, nello stesso tempo, vittima dell’imperialismo esterno e dell’autoritarismo interno. Quando ogni oppositore è un agente straniero, ogni critica un tradimento e ogni elezione un rischio da eliminare, la difesa della rivoluzione cessa di essere difesa del popolo e diventa difesa dell’apparato.

La domanda finale, allora, non è se scegliere tra Ortega e Washington. È un’altra, e non ammette scorciatoie: la sovranità appartiene al governo che resiste agli yankee, o al popolo che deve poter scegliere – e cambiare – il proprio governo? Impedire agli Stati Uniti di decidere il futuro del Nicaragua non può significare impedire anche ai nicaraguensi di deciderlo.----

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