mercoledì 15 luglio 2026

BYOBLU :...dove vanno i soldi del riarmo europeo. Altro che “indotto”. Lo scrivono nero su bianco.


Esteri — Byoblu
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Byoblu·21 ore fa
L’ambasciatrice UE a Washington celebra mille miliardi di spesa militare. Peccato che quasi metà degli acquisti finisca ai colossi bellici americani.
Byoblu·21 ore fa

C’è un documento che ogni cittadino europeo dovrebbe leggere. Non è un dossier segreto, non è un’inchiesta: è un articolo pubblicato oggi su Defense News, firmato da Jovita Neliupšienė, ambasciatrice dell’Unione Europea negli Stati Uniti. Un pezzo trionfale, quasi commovente, in cui l’UE chiede agli “amici americani” di giudicarla “non dalle vecchie convinzioni, ma dai risultati che stiamo costruendo insieme”. E i risultati, in effetti, ci sono. Solo che bisogna capire per chi.

I numeri del riarmo europeo

Riassumo, perché i numeri qui parlano da soli. L’Europa nel 2025 ha speso il 2,1% del PIL in difesa, sopra la soglia NATO. Polonia e Paesi Baltici corrono verso il 5%. Diciotto Stati membri hanno aderito al nuovo programma di finanziamento della difesa da 200 miliardi di dollari, e i primi 6 miliardi sono già stati sganciati. Il tutto dentro la cornice di Readiness 2030, la tabella di marcia da quasi mille miliardi di dollari per comprare armi e tecnologia militare.

Mille miliardi. Teneteli a mente, la prossima volta che vi diranno che non ci sono soldi per la sanità, per le pensioni, per le bollette.

Chi incassa davvero

Ma il passaggio più istruttivo dell’articolo dell’ambasciatrice è un altro. Lo cito, perché è una confessione in piena regola: gli europei restano i più grandi clienti dell’industria bellica statunitense, con quasi il 40% dell’export di armi americano — un valore di 130 miliardi di dollari. E ancora: più della metà degli acquisti europei nel settore difesa continua ad arrivare da fornitori americani.

Traduco dal diplomatichese: noi paghiamo, loro producono. Il “riarmo europeo” che ci viene venduto come emancipazione strategica, come autonomia, come l’Europa che finalmente “si prende cura del proprio giardino”, è in larghissima parte un gigantesco trasferimento di risorse dai contribuenti europei ai bilanci di Lockheed Martin e soci. Lo dice l’ambasciatrice stessa, nero su bianco, con l’entusiasmo di chi presenta un ottimo affare. E infatti lo è. Per loro.

Non a caso, il fiore all’occhiello citato nell’articolo è l’accordo tra Lockheed Martin e Rheinmetall per produrre missili ATACMS in un nuovo stabilimento in Germania: la prima volta che il sistema viene fabbricato fuori dagli Stati Uniti. Presentato come un successo dell’industria europea. In realtà, tecnologia americana su suolo tedesco, con royalties e controllo che restano dove sono sempre stati.

L’Ucraina come vetrina

Poi c’è il capitolo Ucraina: oltre 300 miliardi di dollari mobilitati dall’UE e dagli Stati membri, che fanno dell’Europa il primo finanziatore del conflitto. E anche qui, ammissione candida: una quota significativa del sostegno militare viene spesa presso aziende della difesa statunitensi. Il cerchio si chiude: l’Europa paga la guerra, l’America vende le armi, e il tutto viene celebrato come “rafforzamento della base industriale transatlantica”.

Il commissario alla Difesa Andrius Kubilius, citato nel pezzo, ha persino coniato una metafora: l’Europa produce “missili di alta moda”, sofisticati e costosi, ma ora deve imparare a sfornare armi “abbastanza buone” su scala industriale. Droni, sistemi rapidi, quantità. Non lasciare che l’ottimo sia nemico del bene, dice l’ambasciatrice. Applicato ai missili, è un aforisma che gela il sangue.

Lo stesso copione, su tutti i fronti

Tutto questo avviene mentre lo scenario internazionale viene tenuto in ebollizione permanente: il vertice NATO che ridefinisce la sicurezza europea, la guerra che l’Ucraina porta sempre più in profondità dentro la Russia, il Medio Oriente dove la tregua tra Stati Uniti e Iran scricchiola e lo Stretto di Hormuz torna epicentro dello scontro dopo la morte di Khamenei. Ogni crisi alimenta le altre, e ogni crisi giustifica nuovi ordinativi. Da trent’anni ci ripetono che l’invasione è dietro l’angolo, e da trent’anni l’unica cosa che avanza davvero sono i fatturati.

Sia chiaro: che uno Stato pensi alla propria difesa è legittimo, ed è comprensibile che chi vive al confine orientale dell’Alleanza si senta esposto. Ma un conto è la sicurezza, un altro è una corsa al riarmo da mille miliardi decisa sopra le teste dei cittadini, mai passata per un voto popolare, mai discussa nei suoi costi sociali, e che — per ammissione dei suoi stessi promotori — arricchisce soprattutto l’industria americana.

A fine anno l’UE presenterà la sua nuova Strategia di Sicurezza Europea. “Restate sintonizzati, siamo solo all’inizio”, promette l’ambasciatrice. Ecco, appunto: siamo solo all’inizio. E allora una domanda, semplice semplice, da girare a Bruxelles: se l’Europa si sta davvero “prendendo cura del proprio giardino”, come mai il giardiniere ha l’indirizzo a Washington e il conto corrente pure? Quando avranno finito di comprare missili d’alta moda, qualcuno si ricorderà di chiedere ai cittadini se volevano pagarli?

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