
Stati Uniti e Regno Unito starebbero organizzando una conferenza ad alto livello a Londra, la prossima settimana, dedicata alla coalizione internazionale per proteggere la navigazione nello Stretto di Hormuz. L’indiscrezione arriva da Axios, che cita due diplomatici europei e altre due fonti informate.
Data, formato e partecipanti non sono ancora definiti e al momento non esiste alcuna conferma ufficiale: la Casa Bianca e il Pentagono non hanno risposto, l’ambasciata britannica a Washington ha rifiutato di commentare. Sul tavolo, però, ci sarebbe una richiesta molto concreta: Washington vorrebbe che gli alleati mettessero a disposizione dragamine, unità navali e droni.Cosa dice davvero lo scoop di Axios
Secondo la ricostruzione del giornalista Barak Ravid, all’incontro potrebbero partecipare ministri della Difesa e comandanti militari occidentali e regionali. Tra i possibili rappresentanti americani vengono indicati il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il generale Dan Caine, presidente dei Joint Chiefs of Staff.
Molti Paesi, stando alle stesse fonti, avrebbero posto una condizione precisa prima di impegnare uomini e mezzi: la cessazione dei combattimenti nello Stretto e garanzie di sicurezza sufficienti. Tradotto: nessuno vuole finire risucchiato in una guerra che non ha dichiarato.
Una coalizione che non nasce oggi
Chi presenta la conferenza di Londra come una novità assoluta racconta solo metà della storia. Il progetto di una missione multinazionale per Hormuz esiste, nero su bianco, almeno dal 17 aprile, quando Macron e Starmer hanno riunito a Parigi una cinquantina di Stati non belligeranti. Pochi giorni dopo, al quartier generale britannico di Northwood, pianificatori militari di oltre trenta Paesi hanno lavorato su comando e controllo, scorta alle navi mercantili e sminamento. A maggio, una dichiarazione congiunta ha registrato il sostegno politico di 38 Paesi a una missione definita indipendente e «strettamente difensiva».
Londra ha già indicato i propri contributi potenziali: sistemi autonomi per la caccia alle mine, capacità anti-drone, caccia Typhoon e il cacciatorpediniere HMS Dragon. La Francia ha avvicinato alla regione il gruppo navale della portaerei Charles de Gaulle. Perfino l’Oman, Stato costiero dello Stretto, è entrato nel dispositivo diplomatico, pur rivendicando un ruolo neutrale e il rispetto del diritto del mare, in dialogo con tutte le parti, Iran compreso.
La vera novità dell’anticipazione di Axios, dunque, non è la coalizione. È il possibile passaggio di consegne: da una regia franco-britannica a un coinvolgimento organizzativo diretto degli Stati Uniti. Cioè proprio del Paese che nello Stretto sta combattendo.
L’America accende l’incendio e passa il secchio agli alleati
Axios interpreta la riapertura di Hormuz come tassello di una possibile strategia americana di uscita dal conflitto, e cita un diplomatico europeo secondo cui Washington starebbe «cercando aiuto dagli alleati». Non è una posizione ufficiale americana. Ma la logica è trasparente: dopo settimane di raid contro l’Iran — con oltre cinquantamila militari USA schierati nella regione — la Casa Bianca avrebbe bisogno che fossero gli altri a rimettere in sicurezza lo Stretto. Dragamine europei, navi europee, droni europei. La guerra la decide Washington, la bonifica toccherebbe agli alleati. Un po’ come dire che io sporco e tu pulisci.
E mentre la diplomazia prepara conferenze, il conto lo paga chi non è stato interpellato. L’Agenzia internazionale dell’energia ha definito questa crisi la maggiore interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero: da Hormuz transitavano circa 20 milioni di barili al giorno, un quinto dei consumi mondiali. Il Brent ha sfondato quota 100 dollari al barile per la prima volta da maggio. In Italia, la benzina in modalità self ha ripreso a correre verso i due euro al litro, e il diesel li ha già superati. Sul piano umano, l’Organizzazione marittima internazionale ha parlato di circa ventimila marittimi coinvolti nella regione e ha dovuto evacuare 136 navi in quattro giorni a fine giugno, prima di sospendere il piano.
E l’Italia?
Restano i nodi che i comunicati ufficiali non sciolgono. La missione viene presentata come «difensiva» e attivabile solo in un «ambiente permissivo»: ma chi stabilisce quando l’ambiente è permissivo, se le ostilità continuano e le petroliere bruciano? Il sostegno politico di 38 Paesi non equivale a un solo marinaio in mare: ogni capitale ha le sue riserve, i suoi parlamenti, le sue Costituzioni. La Germania, intanto, ha ritirato due navi dal Mar Rosso in attesa di capire se e come partecipare.
E poi la domanda di fondo: che ruolo avrà l’Italia? Il nostro Paese, che da Hormuz dipende per una fetta consistente del proprio approvvigionamento energetico, verrà chiamato a contribuire con mezzi e uomini a una missione disegnata altrove, per gestire le conseguenze di una guerra decisa altrove? Altri soldi che se ne vanno dopo i 17 miliardi promessi a Trump. Il governo, finora, tace. Alla conferenza di Londra — se e quando verrà confermata — qualcuno dovrà pur rispondere. Possibilmente prima che a deciderlo siano, ancora una volta, i fatti compiuti.
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