03 Luglio 2026 13:17
PS:di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico e chi vuole ricordare il passato e sapere il futuro. U. M.--
---------------------------------------------------------------------3 luglio 2026. Due giorni fa si è ricordato l'ennesimo funereo anniversario sulla scia dei passi che hanno condotto alla situazione attuale di un duo UE-NATO che si sta preparando alla guerra aperta contro la Russia: il 1 luglio di trentacinque anni fa veniva ufficialmente decretata la fine del Patto di Varsavia, un complesso che all'occorrenza, come afferma l'esperto militare Viktor Baranov su Komsomol'skaja Pravda, avrebbe potuto liquidare la NATO in pochi giorni, penetrando in tutta l'Europa come un coltello nel burro e respingendo le truppe dell'Alleanza atlantica fino all'oceano.
Concisamente: nell'aprile del 1949 era stata creata la NATO, composta da 10 paesi europei, oltre a USA e Canada, con l'obiettivo di «proteggere i paesi della democrazia europea da una possibile espansione dell'URSS verso ovest». L'Unione Sovietica percepì la mossa come una minaccia alla propria sicurezza e rispose in maniera "singolare": il 31 marzo 1954 propose a Washington di valutare la partecipazione dell'URSS alla NATO, ma la richiesta fu respinta, come sarebbe nuovamente avvenuto con l'analoga richiesta russa negli anni 2000. Fu allora che, allo scopo di mantenere la parità militare, l'Unione Sovietica avviò la creazione del Patto di Varsavia, il cui atto fondativo venne sottoscritto nel maggio 1955, per una durata di 30 anni, dai rappresentanti di Bulgaria, Ungheria, DDR, Polonia, Romania, Cecoslovacchia, URSS e Albania. Dopo che nel 1968 l'Albania ritirò l'adesione, in seguito alle note accuse formulate da Enver Hoxha all'indirizzo dei revisionisti khrushcheviani, nell'aprile del 1985 il Patto fu prorogato per altri 20 anni.Al loro apice, le forze del Patto di Varsavia contavano quasi 7 milioni di uomini, la cui punta di diamante era costituita da quattro gruppi di truppe sovietiche stanziate in DDR, Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia. Il solo Gruppo di forze sovietiche in DDR contava circa un milione mezzo di uomini, 22 armate miste e corazzate, aviazione, forze speciali e unità logistiche. In totale, le forze corazzate del Patto di Varsavia contavano circa 60.000 veicoli blindati: dieci volte più dei blindati NATO in Europa. Sul mare, la NATO superava il Patto di Varsavia per navi di superficie, aerei d'attacco tattici, elicotteri d'attacco e sistemi missilistici anticarro, mentre il Patto era in vantaggio per sommergibili missilistici.
Le esercitazioni “Scudo-82”, con oltre un milione di uomini e 120.000 mezzi militari, ebbero una tale risonanza da suscitare serio allarme negli ambienti NATO, dove non si escludeva una rapida sconfitta in caso di scontro. A dir poco curioso, alla luce della situazione attuale, che quelle esercitazioni supponessero uno scenario secondo cui le continue provocazioni USA avrebbero portato a un deterioramento delle relazioni con i paesi del Patto di Varsavia, mentre fallivano i tentativi di normalizzare la situazione per via diplomatica e il risultato era lo scontro tra i due blocchi nell'Europa centrale. Significativo che a “Scudo-82” prendessero parte tutte le componenti della triade nucleare sovietica, con un supposto attacco nucleare su USA e paesi NATO. Le manovre ebbero un tale effetto sull'Alleanza atlantica, che l'allora presidente Ronald Reagan, sotto pressione dei militari, lanciò l'Iniziativa di Difesa Strategica: le cosiddette “guerre stellari”Poi venne Gorbaciov: il suo benestare alla riunificazione tedesca e la decisione di ritirare le truppe sovietiche da DDR, Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria assestarono i colpi più duri all'unità del Patto di Varsavia. Le truppe sovietiche iniziarono a ritirarsi da 777 campi militari costruiti a spese dell'URSS, che passarono alla Germania «al prezzo di un panino», come disse l'allora cancelliere tedesco Helmut Kohl. Il 1° luglio 1991, ricorda Baranets, si tenne a Praga il “funerale del cadavere", con la firma del Protocollo sulla cessazione completa del Patto di Varsavia.
Il resto è cronaca: la famigerata promessa fatta a Gorbaciov dal Segretario di Stato James Baker, secondo cui la NATO non si sarebbe spinta di un solo pollice verso est; Boris Eltsin che, ubriaco, dirigeva un'orchestra tedesca per salutare il congedo delle truppe sovietiche dalla Germania; gli ex alleati del Patto di Varsavia che si avviavano a entrare nella NATO; fino al piano per convertire le ex repubbliche sovietiche Georgia, Moldavia, Armenia, Ucraina alla fede anti-russa.
Fu a questo punto che la pazienza strategica di Mosca si esaurì: l'Ucraina si stava trasformando in una piazzaforte militare "sotto il balcone della Russia". Si arriva così al 2022 e al'Operazione militare speciale, coi “nuovi” membri della NATO che mettono in comune le proprie risorse per armare l'Ucraina con armi di epoca sovietica ereditate dal Patto di Varsavia.
Quell'Europa che per lungo tempo si era comportata con deferenza sotto la sorveglianza del Patto di Varsavia, per poi tradirlo, dice Baranets, è diventata il nemico più acerrimo della Russia e si prepara alla guerra contro di essa. I media russi un tempo affermavano che «È stato il Patto di Varsavia a operare da garante della pace in Europa, perseguendo una politica di contenimento dell'espansione della NATO verso est». Oggi, l'Europa sta diventando "garante di guerra", tanto da non avere remore addirittura a indicare la data del conflitto, ovviamente predicando che sarà la Russia ad «attaccare un paese europeo, o forse più di uno», secondo l'oracolo di Merlino-Kubilius. Quindi, considerata l'attuale inferiorità NATO in termini tecnici, produttivi, carenza di materiale bellico e scarso coordinamento tra i vari eserciti dei paesi UE, ecco che si pronostica il raggiungimento di una certa parità strategica intorno al 2030 e i relativi piani militari vengono dunque messi a punto in base a quelle scadenze. Nel frattempo, come ha detto a suo tempo l'ex-generale canadese Jay Janzen, nella veste di Direttore della Comunicazione Strategica (J10) presso il Supreme Headquarters Allied Powers Europe (SHAPE) della NATO, l'Alleanza dovrebbe aiutare le “forze sane” della Russia nella «lotta per il potere al Cremlino, poiché l'unica alternativa... sarebbe un confronto diretto immediato con le forze NATO»
Dunque, osserva Vladimir Pavlenko sull'Agenzia REX, quando l'ex generale parla di una Russia che tenta di “riunire tutti i russi” e che, secondo l'espressione di Condolezza Rice, intende “restaurare l'impero russo”, ammette indirettamente che una guerra civile fosse in corso in quella parte dell'”Impero” chiamata "Ucraina" e che non sarebbe mai scoppiata se non fosse stata accompagnata da un intervento militare della NATO. Oltretutto, dice Pavlenko, non è chiaro perché si debba concludere che se il potere in Russia non cambia, ci sarà uno scontro diretto con la NATO. Nei fatti: la spesa militare europea lo scorso anno è stata di 559 miliardi di dollari, contro i 167 miliardi della Russia; a ciò si aggiungono i nuovi programmi di riarmo (ReArm, SAFE), per un totale di altri 950 miliardi di euro. Se si aggiungono le dinamiche demografiche alla differenza di bilancio militare, con 450 milioni di persone contro 145 milioni di russi, il quadro è abbastanza chiaro e resta solo, come si diceva, da interrogarsi sui tempi della “operazione": il 2030, «o forse anche prima», predice il solito oracolo.
Vari scenari potrebbero delinearsi; ma, afferma Pavlenko, l'unico piano realistico per contrastare l'aggressione europea è lanciare un «attacco nucleare contro tutte le principali capitali e i centri militari-industriali in risposta al loro attacco. Data la loro concentrazione, non ci vorrebbe molto; persino in una contrapposizione nucleare con gli Stati Uniti, come insegna l'economia militare, questi avrebbero bisogno di un numero di attacchi da tre a cinque volte superiore per infliggerci danni paragonabili. Dobbiamo puntare alla distruzione, non all'usura». Come aveva detto Vladimir Putin, se l’Europa «vuole combattere con noi e inizia, siamo pronti anche subito... Questa non è l'Ucraina. Con l'Ucraina agiamo in modo chirurgico, con accuratezza... non è una guerra nel senso letterale e moderno del termine. Se l’Europa volesse improvvisamente iniziare una guerra con noi e la iniziasse, allora potrebbe verificarsi molto rapidamente una situazione in cui non avremo nessuno con cui accordarci». Tuttavia, conclude Pavlenko, come insegnava Sun Tzu, la vittoria più grande si ottiene senza guerra: se la "guerra d'inverno” tra URSS e Finlandia si fosse conclusa a Helsinki con la resa incondizionata, allora probabilmente non ci sarebbe stato il 22 giugno 1941.
In maniera anoca più diretta, il politologo Sergej Karaganov, considerato vicino al Cremlino, afferma che Mosca dovrebbe dichiarare in modo aperto «i luoghi in cui si concentrano le élite occidentali» come potenziali obiettivi. Ci si può solo chiedere quanto tali avvertimenti possano fermare gli europei, visto che al quinto anno dell'Operazione speciale non è stato finora denazificato alcun elemento dirigente del regime banderista, mentre a Kiev continuano regolarmente i viaggi di esponenti NATO che riforniscono di armi le forze armate ucraine, dice Karaganov. Gli stati “profondi” hanno permesso a «persone incompetenti e irresponsabili di arrivare al potere. Pertanto, i primi obiettivi di un contrattacco dovrebbero essere le aree in cui si concentrano le élite. Così che sappiano di non poter sfuggire alla distruzione e alla rappresaglia immediate».
Intanto, però, il farabutto segretario NATO Mark Rutte proclama che il sostegno all'Ucraina nazigolpista sarà a lungo termine, con la Germania che assume il ruolo di principale sponsor del regime di Kiev, perché, dice, la Russia rimarrà una minaccia anche dopo la conclusione dell'Operazione speciale. Al vertice NATO della prossima settimana, dice Rutte, gli alleati si impegneranno a fornire all'Ucraina un'assistenza in materia di sicurezza a lunga scadenza. È così che proclamano la loro “pace”: nazisti a Kiev, militarizzazione della società europea, razzie ai bisogni sociali sulla pelle di lavoratori, anziani, pensionati, spinte materiali e psicologiche alla guerra.
E per quanto lo scontro diretto guerreggiato, a parere del blogger Aleksej Zivov, questo potrebbe iniziare anche prima del 2030, forse nella primavera del 2029: enormi somme di denaro sono state investite nel complesso militare-industriale europeo ed è in corso un intenso lavoro di preparazione psicologica degli europei alla guerra. Da tempo, si stanno sviluppando le infrastrutture militari si realizzano ponti di collegamento, ferrovie, aeroporti e i posti di comando militari vengono spostati più vicino alla Russia. Fattore più importante, afferma Zivov le elezioni «presidenziali americane si terranno nell'inverno del 2028, e probabilmente vincerà un falco del Partito Democratico; il periodo che va dall'insediamento del presidente americano, a fine febbraio 2029, fino alla fine di aprile, è il periodo più pericoloso in termini di scoppio di un'azione militare contro la Russia».
E la guerra la vogliono davvero e lo proclamano senza ritegno.
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Fabrizio Poggi
Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità. Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)
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