
Roberta Pinotti ...l’ha detto senza troppi giri di parole: l’Italia è «pioniera dell’underwater» e «la ricerca non deve rimanere solo prototipo ma diventare mercato». Era l’11 luglio, e la dichiarazione dell’ex ministra della Difesa ha anticipato di pochi giorni la grande liturgia istituzionale andata in scena oggi al Senato, dove è stato presentato il primo Rapporto nazionale sulla Dimensione Subacquea Italiana, promosso dalla senatrice Simona Petrucci, presidente dell’Intergruppo parlamentare sull’Economia del Mare.
E lì, nella Sala degli Atti Parlamentari, si è consumato un coro pressoché unanime. Il ministro Adolfo Urso ha snocciolato i numeri: una filiera da 3,5 miliardi di euro di fatturato e oltre 25mila laureati, con l’Italia candidata alla «leadership europea». Guido Crosetto, in un messaggio, ha definito la dimensione subacquea «settore strategico per il futuro del Paese». Ignazio La Russa ha parlato di un ambito «sempre più rilevante per la tutela degli interessi nazionali». Nello Musumeci ha rivendicato il primato normativo italiano, senza il quale — parole sue — ci sarebbe «un far west». Petrucci ha ricordato che conosciamo appena il 2% dei fondali marini. Giovanni Acampora di Assonautica ha certificato che l’underwater economy «è già realtà industriale concreta», e Andrea Prete di Unioncamere ha sottolineato la centralità geografica dell’Italia nel Mediterraneo.
Tutto molto solenne. Tutto molto astratto. Ma nessuno, almeno sui giornali, ha spiegato ai cittadini che cosa significhi “sviluppare l’underwater”. Proo a farlo io.
Cosa vuol dire davvero “underwater”
“Underwater” è un’etichetta-ombrello che tiene insieme difesa, telecomunicazioni, energia, cantieristica, robotica e controllo dei fondali. In concreto, stando alle analisi di settore e ai bandi pubblici già attivi, significa almeno tre cose.
Primo: sorvegliare i cavi sottomarini. Sul fondo del mare passano i cavi internet, i collegamenti tra data center, gli elettrodotti, i gasdotti. Il sabotaggio del Nord Stream ha dimostrato quanto siano vulnerabili. L’obiettivo è una sorta di videosorveglianza permanente dei fondali, fatta però di sonar, idrofoni, sensori acustici, magnetici e sismici, perché sott’acqua le telecamere servono a poco. Fincantieri e Sparkle hanno già avviato una collaborazione dedicata proprio alla protezione dei cavi.
Secondo: costruire flotte di droni subacquei. Veicoli autonomi (AUV), robot filoguidati (ROV), minisommergibili, stazioni di ricarica sul fondale. Fincantieri ha presentato il sistema DEEP per la protezione delle infrastrutture critiche, mentre con Eni sta industrializzando Clean Sea, un robot a doppia funzione: monitoraggio ambientale e controllo delle strutture sommerse. Doppia funzione che è la parola chiave di tutto il progetto: dual use, civile e militare insieme.
Terzo: una rete permanente di sensori sui fondali. Non robot inviati quando serve, ma un sistema fisso di boe intelligenti, cavi sensorizzati, sonar ancorati, capaci di riconoscere navi, sommergibili, droni e sommozzatori. Una mappa in tempo reale di tutto ciò che accade sopra, dentro e sotto il mare. Il perno è il Polo nazionale della dimensione subacquea di La Spezia, inaugurato nel 2023, che lavora a stretto contatto con la Marina Militare e con il centro di ricerca marittima della NATO, guarda caso nella stessa città.
A questo si aggiungono le grandi opere energetiche — il Tyrrhenian Link di Terna, circa 970 chilometri di collegamenti tra Sicilia, Sardegna e Campania per 3,7 miliardi di investimento — e la parte più delicata e meno raccontata: la mappatura dei fondali in funzione di un possibile, futuro sfruttamento di minerali e terre rare abissali.
Il quinto dominio della guerra
Ed eccoci al punto che i comunicati stampa evitano accuratamente. La “dimensione subacquea” non è economia del mare né oceanografia: è un nuovo dominio strategico-militare, paragonabile allo spazio e al cyberspazio. Non a caso Musumeci ha accostato esplicitamente «underwater e spazio» come priorità del governo. E non a caso, nel gennaio 2025, Fincantieri ha rilevato da Leonardo il comparto di siluri, sonar e contromisure subacquee, per una valorizzazione fino a 415 milioni di euro.
Il disegno è chiaro: la Marina come coordinatore tecnico, La Spezia come hub, Fincantieri come campione nazionale, e la domanda militare a finanziare tecnologie poi rivendibili sul mercato civile. È esattamente la logica del riarmo europeo: i miliardi che la Commissione von der Leyen sta mobilitando con ReArm Europe e la strategia Readiness 2030 — si parla di un piano complessivo nell’ordine delle centinaia di miliardi (che in genere finiscono in gran parte negli USA) — cercano progetti “strategici” su cui atterrare. E l’underwater, con la sua ambiguità civile-militare, è il candidato perfetto: si può vendere all’opinione pubblica come protezione dei cavi internet, mentre si costruiscono capacità di guerra antisommergibile, intelligence acustica e neutralizzazione di ordigni.
Investire proprio adesso, in questo settore, è un segnale preciso sul futuro che ci viene preparato: un Mediterraneo militarizzato fin sul fondale, dove infrastrutture civili essenziali, raccolta di informazioni e capacità belliche condividono gli stessi mezzi e gli stessi dati. Chi controllerà quei dati? Quali tratti di mare saranno sorvegliati in permanenza? Dove finisce il monitoraggio ambientale e dove comincia l’intelligence? Sono le domande che al Senato nessuno ha posto.
E i fondali, chi li protegge?
C’è poi la domanda che non fa mai capolino nei convegni: tutto questo fa bene al mare? Stiamo parlando di ambienti in larghissima parte vergini — quel 98% di fondali sconosciuti citato dalla stessa Petrucci — su cui ci apprestiamo a posare migliaia di chilometri di cavi, sensori fissi, stazioni di ricarica, e a far circolare flotte di droni. Il governo stesso giustifica il nuovo quadro giuridico con la crescente «antropizzazione» dell’ambiente subacqueo: ammissione candida che il mare profondo sta per essere colonizzato.
In un oceano già saturo di microplastiche, dove l’inquinamento acustico disorienta i cetacei e le praterie di Posidonia arretrano, la corsa all’underwater rischia di trasformare l’ultimo ecosistema intatto del pianeta in un distretto industriale-militare. Anche il dato dei 3,5 miliardi, peraltro, va maneggiato con cautela: nasce da una perimetrazione statistica nuova, che raggruppa sotto un’unica etichetta imprese e attività molto diverse tra loro.
La ricerca «non deve rimanere prototipo ma diventare mercato», dice Pinotti. Sarebbe bello se qualcuno, prima di trasformare gli abissi in mercato, si chiedesse se gli abissi sono d’accordo. Ma quella, evidentemente, è una profondità che la politica non intende raggiungere.
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