Un anziano su due, superata la soglia degli 85 anni, vive in completa solitudine. È uno dei dati più duri contenuti nel Rapporto Censis «Invecchiare nell’Italia della longevità. Come costruire un Paese a misura di anziani», presentato ieri a Roma. Una fotografia che non ritrae semplicemente un fenomeno demografico, ma il risultato concreto di decenni di scelte culturali e sociali che hanno progressivamente smontato i legami comunitari e familiari allargati a favore di un modello di vita sempre più individuale.
I dati: fragilità raddoppiata, autosufficienza in caduta libera
Il 36,6% degli italiani con almeno 65 anni dichiara di aver bisogno di aiuto nella vita quotidiana. Vent’anni fa quella percentuale si fermava al 18,3%: si è dunque esattamente raddoppiata nel giro di due decenni. Nel dettaglio, al 31,7% degli anziani capita di tanto in tanto di necessitare supporto, mentre al 4,9% succede spesso, con difficoltà marcate nelle attività ordinarie. Soltanto il 62% degli intervistati si dichiara totalmente autosufficiente, contro il 78,8% del 2006: quasi 17 punti percentuali perduti in vent’anni.
L’Italia è oggi il Paese più vecchio dell’Unione europea: gli over 65 rappresentano il 25,1% della popolazione totale. Le proiezioni Censis al 2050 indicano che supereranno i 18,9 milioni, equivalenti al 34,6% degli italiani: più di uno su tre. Nello stesso arco temporale — tra il 1951 e il 2025 — i minori fino a 17 anni sono diminuiti del 38,8%, i giovani tra 18 e 34 anni del 18,9%, mentre gli over 65 sono cresciuti del 248,6%.
La solitudine come condizione strutturale
Il 29,5% degli over 65 vive da solo. La percentuale sale al 37% tra chi ha superato i 75 anni e raggiunge il 49,9% oltre gli 85. Più di sei anziani su dieci (62,3%) riferiscono di sentirsi soli, e per l’8,9% questa condizione è costante o frequente.
Eppure questi numeri non emergono dal nulla. Sono il precipitato di un modello sociale costruito mattone dopo mattone nell’arco di decenni: l’individualismo come valore, la casa propria come traguardo esistenziale, la famiglia mononucleare come unità minima e sufficiente. Un modello che ha funzionato finché tutti erano giovani e in salute, ma che mostra oggi tutta la sua fragilità strutturale quando i corpi invecchiano e i legami si assottigliano.
La famiglia resta formalmente il primo argine: in caso di necessità, il 52,7% degli anziani conta sui figli, il 49,6% su coniuge o convivente, il 16% su altri parenti. Ma il 7,8% non ha nessuno su cui fare affidamento. E soltanto l’1,9% può contare su infermieri o assistenti domiciliari del servizio pubblico — una cifra che dice tutto sullo stato dell’assistenza territoriale in Italia.
Quando la cura diventa merce
Il 7% degli anziani ricorre a badanti private. Una figura diventata strutturale non per scelta, ma per necessità: perché le famiglie si sono fatte piccole, disperse, impegnate ciascuna nella propria sopravvivenza economica. Baby sitter, badanti, case di riposo, asili nido: servizi che fino a qualche generazione fa non servivano perché esistevano famiglie allargate in cui ciascuno contribuiva alla cura degli altri — bambini, malati, anziani. Famiglie in cui gli stipendi e le pensioni erano risorse condivise, non bilanci individuali.
Oggi quella rete non c’è più, o quasi. E al suo posto si è sviluppato un mercato della cura che molti non riescono a permettersi. Il Rapporto Osservasalute 2025 avverte che nei prossimi dieci anni gli anziani aumenteranno di 1,6 milioni e quelli con più patologie croniche di oltre un milione, mentre «le famiglie saranno sempre più piccole e anziane». Il sistema di welfare, già sotto pressione, rischia di non reggere.
La paura della dipendenza, non della morte
C’è un dato del rapporto Censis che colpisce più di altri: l’82,8% degli anziani dichiara che la sua paura principale è dipendere dagli altri. La morte spaventa il 33,5%. Solo il 16,5% vorrebbe vivere fino a 120 anni. Conta la qualità, non la durata. E conta soprattutto preservare l’autonomia — in un sistema che però offre sempre meno strumenti per farlo.
Per il 69,4% degli intervistati, il vero discrimine non è l’età anagrafica: si diventa anziani quando si perde l’autosufficienza. Non a 65 anni per decreto, ma quando il corpo o la rete di relazioni cedono. E sempre più spesso, oggi, cedono insieme.
Un modello culturale da rimettere in discussione
Il rapporto Censis — ma anche i dati dell’Osservatorio Salute, Benessere e Resilienza della Fondazione RiES, che segnala un Indice di Vicinanza della Salute ai minimi storici dal 2010 con crescente isolamento sociale tra gli over 65 — descrive le conseguenze di un sistema che ha premiato l’individualismo come stile di vita e ora ne conta i costi sociali e umani.
Non era inevitabile. In molte culture il progetto familiare è ancora concepito come collettivo: risorse condivise, cura distribuita, abitazioni che accolgono più generazioni. E parliamo di economie più sviluppate delle nostre, ma con una diversa gerarchia di valori. Quella via di mezzo tra autonomia individuale e responsabilità collettiva non è mai stata seriamente esplorata in Italia. E i numeri del 2026 mostrano quanto costi ignorarla.
Senza un ripensamento strutturale delle politiche di welfare, abitative e del modello di cura, la crescita delle fragilità tra gli anziani è destinata a trasformarsi in un’emergenza sociale senza precedenti.
E quegli anziani non sono solamente i nostri genitori e i nostri nonni: siamo noi, fra qualche anno che passa come un battito di ciglia.
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