di Clara Statello per l'AntiDiplomatico
Sarebbe uno spettacolo ridicolo e grottesco, se non ci fosse di mezzo un genocidio. Il tweet con la condanna di Ben Gvir e la richiesta ufficiale di scuse pubblicato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che per la prima volta prende le difese di attivisti italiani, è stato estraniante. Lì per lì sembrava di essere finiti in un universo parallelo, in cui l’Italia è un Paese sovrano.
Poi è arrivato il post del ministro Tajani, che ha condiviso su Facebook il vergognoso video di Ben Gvir con gli attivisti della Global Sumud Flotilla sottoposti a tortura, stigmatizzandolo con il banner “INACCETTABILE”.
È seguita la dura condanna del titolare della Difesa Crosetto e del presidente della Camera Fontana. La levata di scudi, praticamente unanime, è culminata con la durissima presa di posizione del presidente Sergio Mattarella che condanna il "trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo di Israele".
Ovviamente nessuno prende sul serio questo riposizionamento. Una settimana fa le critiche al trattamento che Israele riserva ai suoi prigionieri, le accuse di violazione del diritto internazionale, sarebbero state bollate come antisemitismo dalle stesse personalità che oggi le muovono.
Cosa è cambiato? Quale linea rossa ha superato Israele?
In realtà nessuna. Israele ha semplicemente perso due guerre contro l’Iran in dieci mesi, ha militarizzato il Mediterraneo, con la sua pretesa di eccezionalismo ha destabilizzato l’intera regione da Gibilterra al Golfo Persico passando per il Mar Rosso.
La rivalità con la Turchia, a cui Israele sta chiudendo il mare grazie ad una alleanza stretta con Grecia e Cipro, minaccia la tenuta della NATO nel futuro prossimo.
Le sfacciate violazioni, crimini di guerra, stupri e abusi compiuti dall’esercito “più morale del mondo”, mettono a dura prova l’”imperialismo arcobaleno” dei partner europei e dem americani.
Come si può sbandierare la superiorità morale dell’Occidente per interferire negli affari interni degli altri Paesi, quando si collabora in settori strategici con uno Stato accusato di genocidio da tribunali internazionali?
Israele si sta trasformando in un paria internazionale, uno stato canaglia. Chi lo sostiene deve pagare un caro prezzo.
A causa della guerra in cui Netanyahu ha trascinato Trump contro l’Iran e il governo de facto dello Yemen, gli USA si sono cacciati in un vicolo cieco. Il Congresso USA ha pubblicato la lista degli aerei militari abbattuti o danneggiati dal fuoco di rappresaglia iraniano, un F-35A Lightning II, quattro caccia F-15E Strike Eagle, un A-10 Thunderbolt II, sette aerei cisterna KC-135 Stratotanker e un aereo di allerta aviotrasportato E-3 Sentry, 24 droni MQ-9 Reaper e un drone di sorveglianza MQ-4C Triton (appartenente alla flotta stanziata a Sigonella).
Almeno 42 aerei perduti, per danni da 7 miliardi di dollari.
Sull’Europa incombe una crisi energetica e commerciale a causa degli attacchi di Israele contro l’Iran e la conseguente chiusura di Hormuz. In Italia, a causa della benzina e diesel a due euro a litro, Meloni ha già perso con umiliazione la partita referendaria. La troppa accondiscenda nei confronti di un regime che proibisce le celebrazioni pasquali e profana crocefissi e statue della Madonna, potrebbe costare consenso e credibilità alla madre “italiana e cristiana”.
Israele inizia ad essere una zavorra sempre più pesante da sostenere. Il paese si prepara alle elezioni, previste per il 27 ottobre. Il voto potrebbe essere anticipato di qualche settimana, dopo che mercoledì la Knessett, il parlamento israeliano, ha votato per il proprio scioglimento. Secondo i sondaggi, Netanyahu è destinato a perdere.
Si fanno avanti gli ex premier Yair Lapid e Naftali Bennet, che a fine aprile hanno annunciato la fusione delle rispettive liste, Bennet 2026 e Yesh Atid, in un’unica formazione politica chiamata Beyahad, ovvero Insieme.
Le parole d’ordine sono: guarigione di Israele, fine della polarizzazione.
Quale migliore occasione per un’operazione di “sbiancamento” volta ripulire l’immagine di Israele e salvare il sionismo?
Basta trovare il capro espiatorio, e chi meglio di Itaman Ben Gvir? La nuova narrazione dovrà essere: Israele non è un paese canaglia, i crimini israeliani sono il risultato dell’azione di una persona, un estremista, un fanatico, un bruto.
Netanyahu intona il coro che politici e giornalisti dovranno ripetere: “il modo in cui il Ministro Ben Gvir ha trattato gli attivisti della flottiglia non è in linea con i valori e le norme di Israele”, scrive in un tweet.
Dopo il via libera del premier israeliano, la stampa italiana, a partire da Enrico Mentana, si è sbizzarrita. Ricostruisce senza filtri (e senza il timore di essere accusata di antisemitismo) l’orribile carriera del ministro della sicurezza di Israele, fondatore del partito Potere Ebraico. Un partito suprematista e di estrema destra…per non dire fascista e protagonista di episodi abominevoli, sinora tollerati da Tajani, Meloni e Mattarella.
Adesso però qualcosa si è rotto e il nostro ministro degli Esteri chiede a Kaja Kallas di adottare sanzioni contro il leader di Potere Ebraico. Non si tratta di un tardivo ravvedimento, ma di un’opportunità che si è aperta dopo lo scioglimento della Knesset.
Sbarazzarsi degli estremisti. Fare pressioni affinché il settore meno presentabile del sionismo sia tagliato fuori dalla prossima compagine di governo, in modo che Italia e Germania possano continuare la loro cooperazione militare, di ricerca, nella sicurezza e cyber security con Israele senza ulteriori imbarazzi. E senza nessuno che storca il naso alla prossima rivoluzione colorata, quando i nostri rappresentanti entreranno a gamba tesa negli affari interni di un paese sovrano per destabilizzarne il governo e provocare un regime change in nome della democrazia, della libertà, dei diritti LGBTQ+, dell’accessibilità a internet o del colore dell’arcobaleno imperialista che servirà all’occorrenza.
Un modo per cadere in piedi e continuare a sodalizio criminale con uno stato responsabile di un genocidio e che limita la nostra libertà di navigazione nel Mare Nostrum. Ben Gvir non è la causa dei crimini e delle violazioni di Israele, ma soltanto il prodotto suprematismo sionista che sta alla base delle politiche imperialiste e di guerra di Netanyahu, sostenute dall’80% degli israeliani.
Inizieremo a credere all’indignazione e al “patriottismo” di Giorgia Meloni quando non si opporrà (assieme a Merz) alle sanzioni nei confronti di Israele in sede europea. Quando recederà dagli accordi e dai contratti strategici con il nostro dirimpettaio canaglia. Quando riconoscerà lo stato di Palestina.
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