martedì 24 marzo 2026

La Potenza Magnetica del Nostos. Il Matto.

 

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul ritorno…ma ritorno dove, a chi, in quale luogo? Mi è venuta in mente la frase dell’Islam: “Quindi noi siamo di Dio, e a lui ritorniamo”. Buona lettura e meditazione. 

§§§

 

LA POTENZA MAGNETICA DEL NOSTOS

nostos il ritorno 1989

«Ascolta il flauto:

il suo canto nasce dal desiderio di tornare

nel bosco da dove è stato tagliato.

Così anche l’anima,

quando ricorda la sua origine piange dolcemente

e allo stesso tempo si riempie di speranza.

Questa nostalgia non è tristezza:

è la corda invisibile che ci conduce a Casa».

 

Non sono stupendi questi versi del sufi Jalal ad-din Rumi? Non sono di valore universale?

 

E non ripetono il motivo nostalgico del Salmo?

 

«Come la cerva anela ai corsi d’acqua,
così l’anima mia anela a te, o Dio».

 

E tale motivo non riecheggia a sua volta nei magnifici versi euripidei che illustrano l’attivarsi apofatico-contemplativo della Coscienza?

 

«Tutta la notte, nelle danze,
muoverò il mio candido piede baccheggiando,
rovesciando il collo
verso il cielo pregno di rugiada
come cerbiatta che gioca gioiosa
nell’erba verde del prato,
quando sfugge alla caccia che la atterrisce,
eludendo gli appostamenti,
oltrepassando le reti ben intrecciate;
e il cacciatore lancia il suo grido
e affretta la corsa dei cani
ed essa benché spossata
come vento di bufera, veloce,
si slancia verso la pianura che costeggia il fiume,
e gioisce di luoghi dove non c’è anima viva
e della selva rigogliosa,
dalle chiome ricche di ombra».

 

E che dire di Ramana Maharshi, che ci scuote apofaticamente dal sonno dell’esteriorità:

 

«Dobbiamo tutti tornare alla nostra fonte. Ogni essere umano sta cercando la sua fonte e un giorno dovrebbe ritornare ad essa. Veniano dall’interno, veniamo all’esterno e ora dobbiamo tornare dentro. Cos’è la meditazione? È il nostro essere naturale. Ci copriamo di pensieri e passioni. Per buttarli via dobbamo concentrarci su un pensiero: l’Essere. L’Essere è un potente imam nascosto dentro di noi. Ci attira nascosto dentro si noi. Ci attira gradualmente a Lui, anche se immaginiamo di andare verso di Lui di nostra volontà. Quando siamo abbastanza vicini, Lui mette fine alle altre nostre attività, ci rende tranquilli e poi ingoia le nostre tendenze personali, uccidendo così la nostra personalità. Distrugge l’intelletto e inonda tutto l’essere. Pensiamo di meditare su di Lui, ma la verità è che noi siamo come la limatura di ferro ed è lui l’Imam-Atman che ci stra trascinando verso di Sé. Così il processo si ricerca dell’Essere è una forma di magnetismo divino. È necessario praticare la meditazione* con frequenza e regolarità finchè la condizione indotta non diventa abituale e permanente durante la giornata».

 

* nel contesto occidentale “meditare” consiste nell’applicare il pensiero ad un’oggetto particolare; nel contesto orientale con tale termine si indica la contemplazione che mira a liberarsi di ogni oggetto, ob-jactum: posto davanti, quindi fra la Coscienza e l’Imam-Atman (l’Essere).

 

Nostos: ritorno nost-algico.

Nostalgia del Principio, della Patria, della Fonte.

 

Ritorno al Principio, alla Patria, alla Fonte.

Ritorno alla Via, alla Verità, alla Vita.

Ritorno  alla Luce donde veniamo e di cui viviamo.

 

Siamo già luce che, risvegliandosi, torna alla Luce.

 

La potenza magnetica del Nostos, data la sua connessione col Principio, e posto che nel Viaggio e implicita la Mèta, è indescrivibile, e proprio per questo tutte le  definizioni e le formule che lo riguardano non possono  afferrarlo bensì soltanto indicarlo con estrema approssimazione. Giacché ogni parlare e scrivere, cioè ogni argomentare non è che una cronaca (chronikos: che appartiene al tempo) “in coda” al fatto fisico-psichico-spirituale che necessariamente la precede, e che pertanto non può essere colto nella sua attualità-totalità, nel suo mentre, nel suo kairos. Il pensare ed il parlare e scrivere accadono a fatto compiuto. Nell’haiku, il poeta giapponese coglie l’immediatezza dell’evento, e ne fa un dono con le parole strettamente necessarie: un dono puro, ossia non contaminato da elucubrazioni che nulla possono aggiungere all’evento-parola di cui sono esempio i cavallereschi versi primaverili di Yosa Buson:

 

«Fiori di ciliegio:

tra un fiore e l’altro

il volto di una donna».

 

Il poeta giapponese coglie (o è colto da) uno di quelli che Nietzsche chiama “rarissimi momenti magici”:

 

«La vita è fatta di rarissimi momenti di grande intensità e di innumerevoli intervalli. La maggior parte degli uomini, però, non conoscendo i momenti magici, finisce col vivere solo gli intervalli».

 

Negli «intervalli» la vita è piatta, organizzata, indottrinata, razionalizzata, alfabetizzata, staziona nella sua comfort zone; è l’antitesi del Nostos, della «corda invisibile che ci conduce a Casa», ma anche della fiamma che incenerisce ogni mediazione che alla lunga diventa è un ingombro.

 

Unica eccezione, dato che non consiste in un’arida elucubrazione, il mito: «parola che rivela un fatto, annuncio, ecco il significato originale e proprio della parola greca mythos» (Attilio Mordini). Il mito è il racconto di ciò che accade in illo tempore (non accadde, al passato remoto, bensì accade, al presente), nel tempo extra-storico, nell’aion. Il mito è “già e non ancora”: già nel mito, non ancora nell’uomo oberato dalla massa del pensiero concettuale e quindi dimentico della visione simbolica, giacché, come ci ricorda Baudelaire:

 

«La Natura è un tempio dove incerte parole
mormorano pilastri che son vivi,
una foresta di simboli».

 

Il raccontare presuppone il ricordare, ed il ricordo, che del resto può darsi   anch’esso soltanto nel momento presente, nel kairos, non ha la sostanza concreta del fatto. Il ricordo di un fatto non ce ne rende di nuovo partecipi  bensì spettatori: nel ricordare c’è un soggetto che osserva se stesso nel fatto, la cui sostanza, lo si ribadisce, non può essere “recuperata” dal ricordo. Il “rivivere” il fatto come ricordo manca della concretezza del fatto stesso. A maggior ragione ciò vale per  l’ascoltare o leggere di fatti cui non si è stati presenti e che richiedono il credere, ovvero una conoscenza riflessa ancor più approssimativa: il credere per sentito dire.

 

Così, il racconto, l’argomentare circa il Nostos, cioè intorno al Nostos, non è il Nostos; lo stesso per la Luce. La grammatica, la semantica e l’onomastica sono mediazioni significanti approssimative e alla lunga, ancora una volta, limitanti; costituiscono un tratto d’unione relativo e perciò di separazione tra Coscienza e Significato, tra cui c’è sì distinzione ma non separazione.

 

Louis Claude de Saint-Martin:

 

«Le formulazioni sono inutili. Il linguaggio intrappola la coscienza. È la contemplazione dell’essenza all’interno che solleva il velo».

 

De Saint-Martin dice inoltre di un’infedeltà alla “santa destinazione”, ovvero dell’insidia al compimento del Nostos:

 

«Se fossimo rimasti fedeli alla nostra santa destinazione, avremmo dovuto manifestare tutti, ciascuno secondo il proprio dono, la gloria del Principio eterno».

 

Del viggio di Ulisse leggiamo il racconto, ma che ne è del nostro ritorno a Itaca?

 

Un argomentare sistemico, rigidamente logico e consequenziale, alfabetico, risulta opprimente, soprattutto quando si tratta della dimensione spirituale che non può essere in nessun modo formalizzata. Le parole organizzate in sillogismi si solidificano e si fanno pesanti, restano comprese nella forza di gravità terrestre (orizzontale), sono una zavorra che impedisce di elevarsi nella levità celeste (verticale).

 

La cima della montagna e l’orizzonte del mare offrono uno spunto prezioso per almeno intuire (sognare!) Ciò che si trova oltre e che c’è ma non si vede. Il corpo della montagna e la distesa del mare costituiscono sì la substantia del Nostos, ma, dato che il medesimo è dinamico e non statico (l’uomo è viator), possono facilmente mutarsi in ostacoli. Ora, le parole sono indubbiamente statiche, e non possono pretendere di coartare – costringere in se stesse – Ciò che dinamicamente e infinitamente le trascende. Come dire della gabbia che vorrebbe imprigionare il vento, non per nulla simbolo dello Spirito che «non si sa donde viene e dove va», quindi meno che mai  può essere rinchiuso in un “pacchetto” filosofico o teologico.

 

Necessita allora un scalata della montagna, un attraversamento del mare,  un abbandono apofatico della struttura corporeo-cogitativa, onde propiziare quello specialissimo

 

momento magico in cui ci si sorprende a non sapere niente di niente e quindi svegli, liberi, di una libertà infruibile finché sussiste la minima traccia intellettuale di sapienza che seduce la Coscienza che è già Sapienza che permette ogni sapienza.

 

«Lazzaro, vieni fuori! Ossia: esci dal buio sepolcro della struttura mentale, lascia cadere i sillogismi che ti fasciano e non ti fanno respirare!

 

Plotino:

 

«Riemerso dal sonno

più di una volta

mi è accaduto si estraniarmi

da tutto – alieno alle cose –

e di abitare, solo

nel profondo dell’io.

A nient’altro bisogna orientarsi

ma perseverare nel regno

che sovrasta le cose intellegibili».

 

Già: il Regno dei cieli è oltre l’intellegibile, oltre la struttura mentale, oltre ogni  forma mentis.

 

C’è infatti da lasciarsi alle spalle l’elementale, ossia tutto ciò che è costituito dalla croce dei quattro elementi terra, acqua, aria, fuoco, manifestazioni fisiche di principi attivi da cui prendono vita anche il pensiero e le parole quali mediatori, tramontati i quali ecco l’Immediato, il Quinto Elemento o Quintessenza, il Sacro Cuore al centro della Croce!

Nessun commento:

Posta un commento