Riunione straordinaria, il G7 decide per il rilascio delle riserve strategiche di petrolio.
Dopo la chiusura dello stretto di Hormuz e gli attacchi agli impianti dei Paesi del Golfo il prezzo del greggio ha registrato un’impennata.
Il livello è lo stesso del 2022, con il conflitto in Ucraina, e si aggira sopra i 100 dollari a barile.
Anche in quel caso, il G7 aveva scelto di attingere alle riserve.
Si tratta di scorte di emergenza che i Paesi del gruppo conservano proprio per affrontare crisi improvvise dell’offerta. Liberarne una parte significa frenare l’aumento dei prezzi e limitare l’impatto su carburanti, trasporti e inflazione.
Non è però una soluzione definitiva: le riserve servono solo come cuscinetto temporaneo e riducono le scorte disponibili per eventuali crisi future.
Il presidente americano Donald Trump manda messaggi rassicuranti: il prezzo “calerà rapidamente”. È solo “un piccolo prezzo da pagare per la pace e la sicurezza degli Usa e del mondo: solo i pazzi la pensano diversamente“, scrive sul suo social Truth.
Nel frattempo arriva la minaccia dell’Iran:
“i governi dei paesi islamici dovrebbero mettere in guardia al più presto la criminale America e il selvaggio regime sionista su tali azioni codarde e disumane. Altrimenti, misure simili saranno adottate nella regione, e se potete tollerare il petrolio a più di 200 dollari al barile, continuate questo gioco”.
Il messaggio è semplice: se Israele continuerà a colpire infrastrutture petrolifere iraniane, Teheran potrebbe reagire prendendo di mira i siti petroliferi di tutta la regione.
Non solo in Iran, ma anche negli altri Paesi del Golfo, si concentra una parte enorme della produzione mondiale di greggio.
In sostanza, Teheran avverte che attaccare il suo petrolio potrebbe trasformare la guerra in uno shock energetico globale.----
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