
Le fiamme sugli impianti energetici del Qatar proiettano un’ombra sulle forniture italiane. Il conflitto tra Iran e Israele tocca la produzione mondiale di gas liquefatto (GNL).
Prima i bombardamenti israeliani su South Pars/North Field, giacimento condiviso tra Iran e Qatar; poi è stata la volta della risposta iraniana in una raffineria israeliana di Haifa ma anche nello stesso Qatar, nella zona industriale di Ras Laffan, dove tra gli altri possiede una quota la statunitense ExxonMobil.
Risultato? L’azienda petrolifera QatarEnergy comincia a parlare di “causa di forza maggiore“. Tradotto: i contratti internazionali sono a rischio. E tra i primi a farne le spese c’è l’Italia.
Gli attacchi avrebbero messo fuori uso il 17% delle esportazioni qatariote: quasi 13 milioni di tonnellate di GNL. Un buco stimato in 20 miliardi di dollari che potrebbe essere a lungo a termine. “Niente gas finché non finiscono le ostilità“, dice l’amministratore delegato al-Kaabi.
Chi potrebbe subire la sospensione delle forniture? Belgio, Corea del Sud, Cina e soprattutto il nostro Paese. Il Qatar è il nostro primo fornitore di GNL, il gas che arriva via nave: rappresenta il 20% del nostro fabbisogno. Edison Energia, con un contratto fino al 2034, ha già ricevuto una lettera: ad aprile mancheranno all’appello cinque carichi. Quattro navi sono attualmente in viaggio, ma con due settimane di ritardo: per evitare il mirino dei missili nel Golfo hanno dovuto circumnavigare l’Africa.
“Il problema non è tanto la quantità ma il prezzo”, dice il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Sulla borsa di Amsterdam il prezzo del gas è già schizzato del 40%, toccando i 70 euro per megawattora.
Una situazione che però ha radici più profonde del conflitto in Medio Oriente. La carenza di gas è soprattutto figlia dell’addio alle forniture dalla Russia. Se arrivasse ancora, l’Italia non si porrebbe il problema.
E invece bisogna diversificare nuovamente. Piano B. La mappa dell’energia si sposta a caccia di alternative. In Africa accelerano i carichi da Angola e Congo. Dal Sudamerica c’è un’intesa tra ENI e il Venezuela per aumentare l’estrazione. Dall’Asia arriva il via libera a nuove piattaforme al largo dell’Indonesia.
Gli stoccaggi sono ancora pieni e restano le forniture da Algeria, Libia, Norvegia e Stati Uniti. Il vero problema è: forniture in più o forniture in meno, quanto peseranno queste nuove tensioni geopolitiche sulle tasche delle famiglie italiane, già colpite dalla crisi in Ucraina?
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