America e Israele compiono raid, senza sosta, sull’Iran, valutando persino una possibile operazione delle forze speciali per assumere il controllo dei siti nucleari in loco. L’aggredito partner di Russia e Cina replica, attaccando lo Stato ebraico, le nazioni del Golfo Persico e prendendo di mira soprattutto i target di Washington nella regione. Il Medioriente, insomma, è in fiamme dal 28 febbraio.
Il miraggio della pace
Nessuno parla ancora, almeno pubblicamente, di diplomazia in forma indiretta, né di trattative attorno ad uno stesso tavolo. La parola è lasciata così unicamente alle armi. “Andremo avanti fino a quando sarà necessario”, puntualizza il ministro della Difesa di Tel Aviv, minimizzando la prospettiva di Donald Trump secondo cui la conclusione dell’intervento militare sarebbe prossima. Dispositivi, sempre più sofisticati e micidiali, vengono scagliati sull’intera regione in una escalation, apparentemente incontrollabile, che rischia di travolgere persino i cosiddetti proxy, ovvero gruppi sciiti sostenuti da Teheran e pronti a combattere al fianco del suo esercito. Hezbollah è già scesa in campo, colpendo il cosiddetto “nemico sionista” dal Libano meridionale, mossa che ha provocato una parziale invasione di terra, del sud del Paese dei cedri, da parte di Tel Aviv. La sua pioggia di fuoco ha investito persino la capitale Beirut, aprendo seri punti interrogativi sulle future relazioni bilaterali.
Ulteriori elementi destabilizzanti
Alcune milizie, presenti sul suolo iracheno, stanno già scagliando intanto missili e droni su target della Casa Bianca nell’area di crisi. C’è attesa di capire come agiranno gli Houthi, nello Yemen, che hanno minacciato di intralciare la navigazione nello stretto di Bab al Mandab.
La preoccupazione attuale
Gli occhi del mondo sono rivolti, ora però, su quello di Hormuz sulle cui acque i Pasdaran hanno già danneggiato una portacontainer thailandese, promettendo di ripetere le medesime azioni verso altri mezzi collegati agli attori ostili. L’emittente televisiva Cnn riporta che gli Ayatollah starebbero dislocando mine al fine di tenere lontani quanti intendono infrangere il divieto di entrare in quel settore marittimo su cui transita il 20% del petrolio globale. Il Pentagono non ha escluso pertanto una intensificazione delle incursioni dei suoi jet fino a quando non sarà garantita la piena sicurezza.
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