In un'intervista all'emittente russa RT, il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha ribadito un concetto chiaro: la pazienza strategica è finita. Ma non per scelta di Teheran, bensì per la "doppia slealtà" di Washington, che ha spinto la Repubblica Islamica verso un conflitto che non cercava.
"Ci stiamo difendendo. Non siamo noi gli aggressori". È il cuore del messaggio di Gharibabadi, che respinge al mittente qualsiasi accusa di escalation. Davanti agli occhi della comunità internazionale, il diplomatico iraniano ha dipinto la cronaca di un'occasione di pace bruciata dalla bellicosità dell'asse USA-Israele.
La ricostruzione di Gharibabadi è impietosa. L'Iran era seduto al tavolo, pronto a stringere un accordo. I negoziati, secondo il viceministro, erano “a un passo dal successo". Poi la mossa che ha fatto crollare tutto.
"Stavamo trattando in buona fede, avevamo persino avanzato nostre iniziative costruttive", ha raccontato Gharibabadi. "Ma loro, gli Stati Uniti insieme a Israele, hanno scelto la via dell'azione militare. Hanno tradito la diplomazia. Non una, ma due volte".
Un "tradimento" che come evidenzia Teheran svela la vera natura della controparte occidentale. "Questo dimostra al mondo intero che non erano interessati a una soluzione pacifica. Dietro le loro mosse si nascondevano altri obiettivi, altre cospirazioni contro l'Iran", ha incalzato il viceministro.
Di fronte a questa aggressione diplomatica, la domanda che Gharibabadi rivolge alla comunità internazionale è retorica ma carica di significato: "Quale Stato, dopo essere stato ingannato due volte, potrebbe tornare a fidarsi? Chi può consigliare all'Iran di sedersi di nuovo a un tavolo con loro?".
La risposta è implicita nella decisione presa a Teheran. Oggi la priorità è un'altra. "Ora pensiamo solo a una cosa: difendere il nostro paese, difendere la nostra gente. Siamo in guerra", ha dichiarato senza esitazioni Gharibabadi, sottolineando però la natura difensiva della posizione iraniana.
"Il segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale è stato chiaro: noi ci stiamo difendendo. Non siamo ancora passati all'aggressione, perché non è nella nostra natura. Siamo noi quelli che hanno subito l'ostilità"
Il viceministro ha poi precisato i contorni di questa "difesa attiva". L'Iran non minaccia i Paesi vicini, con cui anzi vuole "mantenere eccellenti relazioni". Ma non può restare a guardare mentre il suo popolo è in pericolo.
"Se il nostro territorio e la nostra gente sono minacciati, abbiamo il diritto sacrosanto di rispondere. Non abbiamo altra scelta che colpire gli interessi statunitensi ovunque li possiamo raggiungere, comprese le loro basi militari nella regione". Una dichiarazione che suona come un avvertimento chiaro a Washington e ai suoi alleati.
Gharibabadi ha infine voluto ricordare che l'Iran non è nuovo a queste prove di forza imposte dall'esterno. "Abbiamo già vissuto tutto questo. Abbiamo sopportato otto anni di guerra imposta dal regime di Saddam, appoggiato dall'Occidente. Abbiamo perso grandi figure, abbiamo perso tante vite. Ma il sistema ha retto, e il popolo ha resistito".
Anche la recente scomparsa di alti comandanti militari, secondo il viceministro, non spezzerà la determinazione iraniana. "Perdere un comandante è un dolore immenso per l'Iran. Ma il nostro sistema è vivo, è forte, ed è in grado di sostituire ogni figura. L'hanno già fatto subito dopo la morte dei nostri generali. Siamo in guerra, sì. Ma l'Iran è una nazione grande, unita e determinata a difendere la propria sovranità".
Una nazione che, chiusa ogni altra porta, si prepara ora a difendersi con tutti i mezzi a disposizione.
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