mercoledì 18 febbraio 2026

Votare SI o NO.....!/!.... per eliminare il dogma del magistrato indipendente?

 


Come ho già scritto, andrò a votare ... SI   o   NO... al referendum sulla riforma della giustizia, non perché creda che questa ennesima manovra di restyling risolverà davvero i problemi del nostro sistema legale, ma per puro pragmatismo. Come quando compri l’aspirina sapendo che non ti curerà l’influenza ma almeno ti farà passare il mal di testa per qualche ora.
In linea di principio, sul fatto che la funzione inquirente e quella giudicante debbano restare separate, nessuno avrebbe nulla da dire. Si tratta di buonsenso, prima di tutto. L’errore più grave sarebbe pensare che questo basti.
Il problema vero della giustizia italiana non sta nelle procedure, nei tempi processuali o nell’efficienza legale che tanto piacciono ai tecnocrati che oggi si baloccano con la Riforma Nordio e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare come se fossero la panacea di tutti i mali.
O perlomeno, questi problemi sono i sintomi, non la malattia. Il vero morbo risiede in un dogma culturale che permea tutto il sistema giudiziario e che nessuna riforma normativa ha mai osato scalfire: l’idea che il magistrato debba essere intoccabile, indipendente a tal punto da non rispondere mai veramente delle proprie azioni. 
È un concetto che ci viene propinato come se fosse una verità assoluta, santificato da monografie agiografiche che descrivono ogni toga come un eroe solitario della trasparenza legale, quando in realtà stiamo parlando di persone che detengono un potere devastante senza pagarne mai le conseguenze.
Perché diciamoci la verità: mentre la patina televisiva ci descrive il magistrato come un cavaliere senza macchia, nella realtà uno qualsiasi di questi signori può letteralmente distruggere una persona, una famiglia, un’azienda con una decisione sbagliata, un’interpretazione fantasiosa, un’inchiesta condotta male, e poi cosa succede? Niente.
Al massimo viene trasferito in un altro ufficio dove continuerà a fare danni. Non è responsabilità istituzionale questa, è impunità mascherata da indipendenza. E finché non avremo il coraggio di ammettere che anche chi amministra la giustizia deve rispondere delle proprie scelte sbagliate, qualsiasi riforma rimarrà un cosmetico applicato su una ferita purulenta.
Prendiamo ad esempio questa tanto decantata separazione delle carriere, che dovrebbe dividere i pubblici ministeri dai giudici. Sembra una cosa sensata, no?
Il problema è che finché esiste l’obbligatorietà dell’azione penale, la separazione diventa una farsa. 
Il PM, anche se formalmente separato dal giudice, mantiene comunque un potere enorme perché deve valutare se sussistono i presupposti per procedere. 
Ma la vera rivoluzione, quella che nessuno ha il coraggio di proporre, sarebbe togliere la titolarità delle indagini al PM per restituirla alla Polizia Giudiziaria.
Oggi il PM è un monarca assoluto che decide chi colpire e come indagare, nascondendosi dietro l’alibi dell’obbligatorietà. 
Se le indagini tornassero alla Polizia, queste risponderebbero a una gerarchia chiara e, in ultima istanza, alla responsabilità politica del Governo davanti agli elettori.
Avremmo finalmente un PM che fa da filtro critico valutando le prove fornite da altri, e non un magistrato che si innamora dei propri teoremi e li trasforma in sentenze anticipate.
In una situazione come questa, processi come quello Ruby non si sarebbero mai verificati. Non avremmo assistito a un PM che si fa investigatore, sociologo e moralista, coordinando anni di indagini invasive su comportamenti privati per costruire un castello di accuse che si è poi sgretolato dopo un decennio di calvario. Una Polizia autonoma avrebbe dovuto rispondere dell’uso di quelle risorse a un Ministro, che a sua volta ne avrebbe risposto in Parlamento.
Invece, abbiamo avuto un potere senza controllo che ha usato il processo come clava politica, forte di un’impunità che nessun altro cittadino possiede.
Il sistema attuale funziona come una di quelle confraternite medievali dove l’appartenenza al gruppo ti garantisce protezione totale.
Sbagli un’inchiesta che rovina la vita a innocenti?
Pazienza, eri in buona fede. Interpreti una norma in modo creativo per incastrare qualcuno che non ti piace? Beh, è la tua indipendenza di giudizio. Conduci un processo in modo palesemente di parte? È il tuo stile, rispettabilissimo. E così via, in un circolo vizioso dove la giustizia sociale viene sacrificata sull’altare dell’autoreferenzialità corporativa.
L’altro punto che fa ridere i polli è l’idea che la magistratura non debba rispondere alla politica.
Ebbene, questa è una pura sciocchezza.
In tutti i paesi del mondo, a partire da quelli che riteniamo democratici, i magistrati rispondono, per dritto o per rovescio, direttamente o indirettamente, al potere politico.
In Francia rispondono al potere esecutivo, in Germania e Inghilterra a quello legislativo, e gli Stati Uniti, per non farsi mancare niente, hanno fatto in modo che rispondessero al potere esecutivo, legislativo e direttamente al popolo.
In sostanza, l’idea che il magistrato debba essere fuori controllo è una baggianata tipicamente italiana.
E qui arriva il paradosso più grande: negli Stati Uniti, dove molti giudici vengono eletti direttamente dai cittadini, si ottiene paradossalmente maggiore imparzialità di quanto accada nel nostro sistema “indipendente”.
L’obiezione più ricorrente a questo sistema è “Ma se i magistrati vengono eletti, allora avremo una magistratura politicizzata e così avremo una giustizia di popolo”. Ma perché adesso la magistratura sembra davvero indipendente? Non esistono correnti nella magistratura? Il magistrato non è un cittadino come tutti gli altri, con le sue idee politiche e i suoi pregiudizi? Si tratterebbe solo di rendere trasparente e palese la cosa. E se il problema è che così avremo una magistratura figlia degli umori popolari, meglio così: vorrà dire che i cittadini capiranno, sulla propria pelle, cosa significa sparare a zero – come avviene oggi – sulle proprie garanzie e capiranno che quando i diritti di un imputato che ci è antipatico vengono violati, è solo un puro caso che la volta dopo non tocchi a qualche nostro familiare o amico. Che ci è meno antipatico. O a noi stessi.
Del resto la giustizia agisce “in nome del popolo italiano”.
Che significa: non in nome di un’autorità eminentissima e reverendissima bensì della gente comune, dei suoi rutti e delle sue scorregge, dei suoi discorsi da ubriachi al bar, che inevitabilmente a quel punto, nel proprio interesse, dovrà evolversi.
Infatti, un giudice americano che sa di dover rendere conto del suo operato agli elettori ogni tot anni è costretto a mantenere un profilo di equilibrio, a non far trasparire le sue simpatie politiche, a basare le sue decisioni sui fatti e non sui propri pregiudizi ideologici. Sa che se esagera in una direzione o nell’altra, alle prossime elezioni rischia di essere mandato a casa.
E la politica stessa, sapendo che verrà giudicata anche per come viene gestita la giustizia nel proprio territorio, cercherà di avvalersi non di magistrati politicizzati ma di gente che sa fare il suo lavoro.
È la democrazia diretta applicata al sistema giudiziario, ed è infinitamente più democratica della nostra autoreferenzialità corporativa. Del resto, proprio in un sistema elettivo, il magistrato è costretto a tener conto delle ragioni di tutte le parti in causa se vuole sperare in una riconferma, anziché chiudersi nell’ideologia di una sola fazione.
La verità è che molti magistrati si sono abituati a considerarsi una casta superiore, depositari di una verità morale che li pone al di sopra del controllo democratico. Parlano di accesso alla giustizia e diritti civili come se fossero loro i garanti ultimi della democrazia, quando spesso sono proprio loro a rendere la giustizia inaccessibile con i loro riti bizantini, le loro interpretazioni cervellotiche, la loro tendenza a trasformare ogni processo in una rappresentazione teatrale dove loro sono i protagonisti assoluti.
Il magistrato italiano forte della sua inamovibilità, può permettersi di fare il militante politico in toga senza temere conseguenze. Può trasformare un’aula di tribunale in un comizio, può usare le inchieste per colpire i nemici politici, può interpretare le leggi secondo la sua ideologia personale, perché tanto nessuno potrà mai toccarlo. È protetto dal mito dell’indipendenza, che in realtà è diventato sinonimo di irresponsabilità totale.
Così abbiamo costruito un sistema dove chi dovrebbe garantire giustizia equa è diventato intoccabile quanto i sovrani dell’ancien régime. Con la differenza che almeno i re potevano essere decapitati, mentre i magistrati italiani godono di un’immunità di fatto che li rende più potenti di qualsiasi politico. Un politico sbaglia e viene cacciato alle elezioni successive; un magistrato sbaglia e al massimo viene promosso in Cassazione.
L’innovazione giuridica di cui abbiamo bisogno non riguarda l’efficienza processuale o la trasparenza delle procedure, ma la fine di questo sistema feudale dove una corporazione si è arrogata il diritto di non rispondere mai veramente del proprio operato.
Finché continueremo a credere che l’indipendenza della magistratura significhi impunità totale, la giustizia penale italiana rimarrà quello che è oggi: un sistema dove la responsabilità legale è a senso unico, dove si può essere giudicati ma non si può mai giudicare chi giudica. Ecco perché voterò sì a questo referendum pur sapendo che non cambierà nulla di sostanziale. Perché anche un placebo può avere effetti positivi se aiuta la gente a convincersi che qualcosa si muove. Ma la vera riforma della giustizia inizierà solo quando avremo il coraggio di dire che anche chi indossa la toga deve rispondere dei propri errori, esattamente come tutti gli altri cittadini di questo paese.
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https://keinpfusch.net/giudici-e-magistrati/

Giudici e magistrati.

Giudici e magistrati.Se c’è una categoria che non sopporto, sono gli Opliti del Bene — quelli che, a destra come a sinistra, riescono a trasformare qualunque innovazione ragionevole in un incubo distopico. Prendono un provvedimento quasi ovvio, lo spremono dentro una narrazione pseudo-storica, tirano fuori riferimenti a “periodi bui” e alla fine sembra che chi lo propone sia Satana con il timbro della Procura.
Esempio pratico: la separazione delle carriere tra magistratura requirente (PM) e giudicante.

La domanda di base è semplice: che problema si vuole risolvere?

Per capirlo, dobbiamo fare un passo indietro.

L’Italia esce dalla Seconda guerra mondiale con un sistema processuale modellato sul cosiddetto rito inquisitorio. “Inquisitorio” non significa roghi e cappucci neri: vuol dire che il giudice concentra nelle proprie mani la direzione delle indagini e il processo stesso. È un modello nato nell’Ottocento, pensato per uno Stato forte che controlla il procedimento dall’inizio alla fine. Nel tempo genera una patologia: quella che molti giuristi hanno definito “giustizia funzionale allo Stato”, non necessariamente al cittadino.

Negli anni successivi, soprattutto a partire dagli anni ’70 e ’80, iniziano tentativi di modernizzazione. Il punto di svolta arriva con la riforma del codice di procedura penale del 1988 (entrata in vigore nel 1989), che tenta di traghettare il Paese verso un modello più democratico e coerente con lo Stato di diritto: il processo accusatorio.
In sintesi:

  • da una parte c’è l’accusa, autonoma;
  • dall’altra la difesa, con diritti paritari;
  • al centro un giudice terzo, che non indaga e non accusa, ma valuta.

Questo è il modello delle democrazie mature. Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia: ovunque il giudice non è una figura che “fa tutto lui”.

In Italia, però, è rimasto un punto irrisolto: accusa e giudici appartengono allo stesso corpo, condividono concorsi, carriera e organi di autogoverno (il CSM). E possono passare da PM a giudice e viceversa semplicemente con una domanda.

Ed è qui che nasce la questione della separazione delle carriere.


Prendiamo i paesi sui quali ho trovato notizie certe:

Paese (>30M ab.)Ruolo del giudice nelle indaginiNote sintetiche (pratiche, non giuridiche)
Stati UnitiDEBOLEIl giudice interviene solo come giudice delle garanzie: warrant, habeas corpus, nulla di più.
Regno UnitoDEBOLEInvestigazione dominata da polizia + accusa. Il giudice non “segue” l’indagine.
CanadaDEBOLEPM e polizia gestiscono tutto; il giudice appare solo per autorizzazioni limitative.
AustraliaDEBOLEStruttura analog common law: giudice non coinvolto nella fase investigativa.
IrlandaDEBOLECome UK: giudice terzo, non parte dell’indagine.
FranciaMODERATO / FORTE (a seconda del caso)Esiste il juge d’instruction (forte), ma usato in meno del 5–7% dei casi; altrove controllo moderato.
GermaniaDEBOLEIl PM dirige davvero l’indagine. Il giudice interviene solo per atti invasivi.
SpagnaFORTEPresenza del juez de instrucción, che conduce l’istruttoria.
PortogalloMODERATOGiudice delle garanzie: controlla, non dirige.
PoloniaMODERATOPM conduce, ma il giudice ha un ruolo di controllo significativo.
RomaniaMODERATOPM indaga, ma ruolo del giudice più presente che in Germania.
ItaliaFORTEIl GIP/GUP è onnipresente in indagine: intercettazioni, misure cautelari, sequestri.
BrasileDEBOLEIndagini in mano al Ministério Público e alla polizia; giudice interviene solo per garanzie.
MessicoDEBOLE (post riforma 2016)Processo accusatorio orale; giudice quasi assente in indagine.
ArgentinaMODERATO (in transizione)Passaggio verso modello accusatorio; giudice ancora presente in alcune fasi.

Come potete vedere, Italia e Spagna si trovano in una posizione strana, e condividono il fatto che il giudice ha un controllo forte sulle indagini.

E questo e’ il problema: la distinzione tra processo accusatorio e processo inquisitorio e’ solo un sintomo. Il fatto che il giudice abbia controllo sulle indagini e’ , se vogliamo, un figlio della mentalita’ del processo accusatorio, ma in realta’ il fatto che le carriere siano unificate conta davvero poco: per esempio, in Germania la carriera del giudice e quella del PM sono unificate, ma il giudice non mette bocca nella fase di indagine. Nessun tipo di giudice.


Il problema, a quanto pare , viene travisato da entrambe le parti.

  • Quelli di sinistra mentono quando dicono che non c’e’ alcun bisogno di separare i due ruoli, perche’ se lo fai allora i giudici diventano “controllabili”, per motivi misteriosi.
  • Quelli di destra vendono che tutto il problema sia la separazione delle carriere , quando il problema sta nel ruolo dei giudici al fianco dei magistrati, in fase di indagine.

Ecco la situazione nel mondo:

Paese (>30M)Ruolo del giudice nelle indaginiCarriere PM–Giudici
Stati UnitiDEBOLESEPARATE
Regno UnitoDEBOLESEPARATE
CanadaDEBOLESEPARATE
AustraliaDEBOLESEPARATE
IrlandaDEBOLESEPARATE
FranciaMODERATO / FORTE*PARZIALMENTE SEPARATE (stesso corpo magistratura ENM)
GermaniaDEBOLEPARZIALMENTE SEPARATE (tecnicamente possibile il passaggio, ma raro)
SpagnaFORTEPARZIALMENTE SEPARATE
PortogalloMODERATOPARZIALMENTE SEPARATE
PoloniaMODERATOSEPARATE
RomaniaMODERATOSEPARATE
ItaliaFORTEUNIFICATE (stesso concorso, stesso CSM, passaggio PM↔Giudice)
BrasileDEBOLESEPARATE
MessicoDEBOLESEPARATE
ArgentinaMODERATOSEPARATE

Come vi dicevo, c’e’ correlazione, ma in italia si verifica, caso unico, la presenza SIA di un giudice che ficca il naso nelle indagini , sia del fatto che appartengono allo stesso corpo dello stato, con carriere unificate.

Del resto, le date parlano abbastanza chiaro:

Paese (>30M)Data fine inquisitorio / introduzione accusatorioNote (evento storico / riforma)
Stati Uniti1776Nascita dello Stato → recepisce direttamente il modello accusatorio della common law.
Regno UnitoXVIII secolo (consolidamento)Evoluzione dal sistema medievale → consolidamento del processo accusatorio basato sul contraddittorio.
Canada1867Confederazione canadese → adozione del modello accusatorio UK.
Australia1901Federazione australiana → applicazione del processo accusatorio della common law.
Irlanda1937Costituzione irlandese → adozione sistema accusatorio (derivazione UK).
Francia1958–1981Ordinanza 1958 + riforme successive riducono il potere del giudice istruttore.
Germania1974–1987Serie di riforme al Strafprozessordnung → il commissario diventa responsabile dell’indagine.
Spagna1988Riforma del Código Procesal Penal → processo misto moderno (mantiene giudice istruttore).
Portogallo1987Nuovo Código de Processo Penal → nasce il giudice delle garanzie; PM dirige indagini.
Polonia1997Nuova Costituzione + riforme successive → modello accusatorio/misto contemporaneo.
Romania2003–2014Riforme richieste da UE → abolizione del giudice istruttore e passaggio al PM investigatore.
Italia1988 (in vigore 1989)Nuovo codice di procedura penale → introdotto processo accusatorio solo teorico.
Brasile1988Costituzione federale → modello accusatorio con Ministério Público autonomo.
Messico2008 (effettivo dal 2016)Riforma costituzionale → abbandono del processo scritto inquisitorio.
Argentina2014 (transizione in corso)Riforma del processo penale → dibattimento orale e PM autonomo.

Ora, il punto è questo: il modello accusatorio, quello in cui accusa e difesa stanno sullo stesso piano e il giudice è davvero terzo, in Europa arriva con lentezza. Ma in Italia e in Spagna arriva tardi e male.

Il nodo non è soltanto la separazione delle carriere. Il problema è più profondo: riguarda la separazione dei ruoli.
Nel nostro sistema, il giudice continua a essere una figura onnipresente. Anche quando il codice dice “processo accusatorio”, nella pratica il giudice mantiene un piede nelle indagini e uno nel processo.

In Italia pubblici ministeri e giudici non solo sono colleghi, non solo fanno parte dello stesso corpo, ma condividono la fase delicatissima dell’indagine: il PM chiede, il giudice delle indagini preliminari autorizza, valuta, decide. È un circuito chiuso.

In sostanza: nel resto del mondo accusa e giudice sono distanti, da noi si siedono allo stesso tavolo.


Qual è il risultato di questo meccanismo?

Se un giudice vuole assolvere deve, di fatto, smentire tutto il lavoro fatto prima: quello del PM, del GIP, del GUP e, a volte, perfino del tribunale del riesame. In pratica deve dire: “tutti i colleghi che mi hanno preceduto hanno lavorato a cazzo di cane”.

E non stiamo parlando di interlocutori esterni: sono colleghi di stessa carriera, stesso organo di autogoverno, stessa cultura. Nel dubbio, la strada meno conflittuale è lasciare che il processo vada avanti fino a quando tutti i colleghi coinvolti nelle indagini abbiano fatto carriera.

È qui che nasce l’effetto perverso:

  • se l’imputato viene condannato, tutto fila liscio e rapido: nessuno deve mettere in discussione nessuno;
  • se invece emergono elementi per assolvere, paradossalmente il processo tende ad allungarsi, perché serve tempo per “lasciar decadere” le fasi precedenti, far ruotare gli attori, cambiare magistrati.

In pratica: non è che l’assoluzione non arrivi. È che ci mette un’eternità. Se venite accusati e siete innocenti, quindi, rassegnatevi: ci vorra’ molto, molto, molto tempo.

E questa è la ragione per cui in Italia le condanne arrivano più in fretta delle assoluzioni: una condanna conferma il lavoro di chi è venuto prima, un’assoluzione lo scredita.

Chi pensa a Garlasco, e’ un maligno.


C’è un altro capolavoro della giustizia italiana: la sentenza acchiappalacrime per evitare i conflitti interni.

Quando un giudice deve assolvere, deve smentire almeno tre colleghi:

  • il PM che ha costruito il teorema,
  • il GIP che l’ha timbrato come un pacco Amazon,
  • il GUP che l’ha impacchettato per il dibattimento.

E spesso, ciliegina sulla torta, pure il tribunale del riesame.

È un rodeo interno. Per assolvere qualcuno, il giudice dovrebbe dire pubblicamente:

«I miei colleghi hanno lavorato come se avessero il cervello impostato in modalità risparmio energetico

Ma siccome in magistratura ci si muove come in un condominio di ossessionati dal regolamento, e le ripicche sono più veloci della PEC, nasce il genere più tossico della letteratura giudiziaria italiana:

LA SENTENZA QUANTISTICA

Quella in cui l’imputato è contemporaneamente colpevole e innocente, ma in una forma esoterica:

“L’azione è volontaria, ma solo in senso non volontario, bensì preter-para-iper-intenzionale.”

Che tradotto significa:
“È innocente, ma non posso dirlo senza far sembrare che qualcuno abbia fatto una figura di merda professionale.”

A quel punto il cittadino legge la sentenza e non capisce se Hannibal Lecter volesse davvero pranzare il vicino con chianti e olive,
oppure se fosse finito involontariamente a MasterChef – Edizione Cocaina e Uranio Impoverito.

Le motivazioni diventano un delirio di parole inventate per non pestare calli:

“Non è che il collega abbia sbagliato, eh… è che la condotta presenta profili di abnorme preter-turbo-preternaturalità.”

Che è il modo legalese per dire:

“È innocente, ma lasciami uscire di scena senza che il PM mi bruci la macchina in parcheggio col potere della passivo-aggressività.”

Alla fine, la sentenza non assolve:
si giustifica.

È come vedere qualcuno che, per non dire a un amico “guarda che hai sbagliato”, scrive otto paragrafi di filosofia esistenziale e cita Heidegger.

Motivazioni così surreali che Kubrick, al confronto, sembra un documentarista RAI.


Su tutto questo si innesta il Progetto Cagnara™.

È il nome che do a quel giornalismo che non informa: copre, distorce, imbottisce di fuffa, perché ormai va a letto con la politica — spesso senza neanche il pudore di tirare giù le tende.

La parola d’ordine del Progetto Cagnara è una sola:

“Non fate capire niente a nessuno.”

E ci riescono benissimo.

Da una parte ci sono i puri di sinistra, quelli seduti sul trono moralista, ancora in hangover permanente dalle sbornie di Mani Pulite.
Continuano a ripetere che:

«Il sistema va benissimo così, è già accusatorio.»

Sì, certo. Accusatorio come un water chimico in agosto.
Il codice è accusatorio, la prassi è inquisizione con la toga stirata.

La verità è semplice:
hanno paura di perdere il giocattolo del “processo mediatico al potente di turno”.

Dall’altra parte c’è la destra da bar sport giuridico, che vede nella “separazione delle carriere” la bacchetta magica universale:

«Basta separare le carriere e tutto si risolve.»

Sì, come no.
Il problema non è solo carriera: e’ la presenza di giudici in fase di indagine.

È contaminazione.

PM e giudici lavorano insieme nella fase di indagine.
Sono colleghi, vivono nello stesso ecosistema, respirano la stessa aria.
Separare le carriere senza cambiare la cultura è come sterilizzare un coltello arrugginito: rimane un coltello arrugginito.

E qui sta il punto che nessuno vuole dire — né a sinistra né a destra:

La cultura della magistratura italiana è ancora quella del processo inquisitorio.

Non importa quante riforme fai, quanti codici cambi, quanti convegni organizzi con le slides animate.

Se la mentalità resta questa:

  • PM = “Custode della Verità Assoluta”
  • Giudice = “Tutor del PM con marca da bollo”

il processo accusatorio resterà solo un cosplay.


Mi fa morire dal ridere chi si presenta come il Messia del “finalmente avremo un processo accusatorio!”.
Sì, certo, come no.
Trasformare la giustizia italiana in un sistema accusatorio è l’equivalente istituzionale del mettere un jetpack a un mulo e aspettarsi che decolli.

Il problema non è il codice.
Non è nemmeno la riforma.
È la cultura.

Una cultura che si tramanda come una maledizione medievale, creando una corporazione chiusa, impermeabile, autoreferenziale.
Una confraternita.
Altro che potere dello Stato: sembra un ordine monastico con l’ossessione per le misure cautelari.

E adesso vogliono dividerla in due?
Fantastico.
Prima una corporazione, ora due feudi.
Ci vorrà mezz’ora prima che inizino gli scambi di favori, i “ti copro oggi, mi copri domani”.
È la logica dei clan, non delle istituzioni.

Per questo la riforma è fumo negli occhi:

si fa rumore per dare l’idea che cambia tutto, quando non cambia niente.

Perché non è una questione di carriere condivise o separate.
È una questione di mentalità religiosa.

In Italia il giudice non giudica:
interpreta l’anima dell’imputato.

La lettera di pentimento?
Diventata routine.
Non perché abbia rilevanza giuridica, ma perché compiace il giudice–confessore:

“Dì che ti dispiace e vai in pace, figliolo.”

Il processo come sacramento.
La sentenza come omelia.

E questo sarebbe un sistema moderno?

No.
È un teatro barocco travestito da legalità.

Il problema non è la struttura.
Non è il modello.
Non è il codice.

Il problema è una cultura giuridica paleolitica, cementata nella testa di una casta che si autoconvince di essere il ministero degli affari ultraterreni, di avere un mandato spirituale, quando non divino.

Uriel Fanelli

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PS: Io , Umberto Marabese, che ogni giorno da molti decenni posto in prima fila i Suoi scritti sul mio Blog...voto "NO"....e mi   auguro poter restare per altro molto tempo un Suo  ammiratore . 
Umberto Marabese

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