C’è un capitolo ancora poco esplorato del caso Epstein: la macchina costruita per ripulire la sua immagine in rete, anni prima dell’arresto del 2019. Un’operazione che coinvolgeva società specializzate e figure vicine al finanziere morto in carcere per suicidio, stando alla contestata versione ufficiale.
Secondo i documenti declassificati, Jeffrey Epstein investì oltre 12 mila dollari al mese per manipolare i risultati di Google, oscurare articoli negativi e inondare la rete di contenuti favorevoli. Regista dell’operazione sarebbe stato Alfred Paul Seckel, cognato di Ghislaine Maxwell, la compagna di Epstein condannata a 20 anni di carcere per reati commessi in concorso con il finanziere.
Seckel coordinava una ‘squadra di pulizie’ online nelle Filippine per scrivere articoli elogiativi e tentare di manomettere Wikipedia. Un esempio? Sostituire la foto segnaletica di Epstein con scatti migliori e cambiare la parola ‘ragazze’ in ‘escort’ per minimizzare gli abusi. Ma i tentativi sarebbero stati respinti dalla comunità dell’enciclopedia online. E non mancavano tensioni tra i due: in alcune email del 2010, Epstein si lamentava dei ritardi e dei costi.
La figura di Seckel è un giallo nel giallo. Collezionista, esperto di illusioni ottiche e organizzatore di conferenze: inclusa quella sulla controversa isola privata di Epstein. Accusato di truffa, è morto nel 2015 in circostanze misteriose. Il suo corpo fu trovato decomposto ai piedi di una scogliera nel sud della Francia, mutilato. Anche in questo caso, la versione ufficiale parla di suicidio.
Ma Seckel non era l’unico. Epstein pagava migliaia di dollari ad altri esperti SEO per creare siti di finta filantropia, piazzando su note testate giornalistiche alcuni articoli poi rimossi. Una blindatura digitale per cancellare i reati sessuali e vendere al mondo l’immagine di un innocuo filantropo e investitore tecnologico.
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