domenica 22 febbraio 2026

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Il "cessate il fuoco" in Ucraina al bivio finaledi     
FabrFabizio Poggi per l'AntiDiplomatico


Alla vigilia delle processioni programmate per il 22 febbraio in alcune città italiane, di gesuitica partecipazione alle lacrime versate su Linkiesta dalla signora Anna Gordon, di “UaMi”, che invoca «un mondo libero senza la Russia. Perché la Russia non è sviluppo. La Russia è totalitarismo e dittatura. La Russia è schiavitù e oppressione. La Russia è occupazione di territori e odio verso chi vuole stare al passo con i tempi. La Russia non è amicizia. La Russia è omicidi, torture e violenza. La Russia è guerra», ecco che, molto più “amorevolmente”, Vladimir Zelenskij insiste, nella eventualità di un accordo di pace, a voler dispiegare contingenti militari europei in prossimità della linea del fronte. Secondo il nazigolpista-capo non si tratterebbe di sostituire le forze ucraine, ma piuttosto di una presenza congiunta di partner europei «per rafforzare la sicurezza e prevenire il ripetersi di aggressioni».

 Insomma, truppe NATO in Ucraina: proprio la condizione cardine sul cui rifiuto da sempre insiste la Russia perché si arrivi a un accordo. Ma, dicono i santoni ukro-sanfedisti, «la Russia è guerra»; mentre i nazigolpisti di Kiev vogliono «stare al passo coi tempi»: quelli di una UE che si prepara al conflitto diretto con la Russia e intanto spinge Kiev a continuare il massacro della propria gente.

Ma Zelenskij non si ferma qui. Secondo il giornalista del WSJ Bojan Pancevski, che cita fonti di Kiev, dopo la Conferenza di Monaco, el jefe de la junta avrebbe dato ordine di mettere a punto un piano militare per altri tre anni. Secondo Pancevski, Zelenskij avrebbe detto di non credere più nei negoziati con la Russia e, dunque, si deve «sviluppare un piano di guerra per altri tre anni. Tutti sono rimasti scioccati», ha detto Pancevski, il quale ipotizza che, mentre finora Kiev sembrava orientata verso elezioni presidenziali e un referendum sul possibile accordo di pace con la Russia, il brusco cambio di rotta potrebbe essere legato alle garanzie di sicurezza offerte a Kiev da Donald Trump e giudicate insufficienti da Zelenskij.

Già The Sun aveva riportato che Zelenskij, mentre erano in corso i colloqui a Ginevra, si era scagliato contro il presidente USA, criticando l'approccio di Trump all'accordo di pace e avvertendo che l'Ucraina «non perdonerà mai gli Stati Uniti». Alla vigilia del round di colloqui di mercoledì, Zelenskij aveva espresso preoccupazione per il fatto che Trump avesse già preso una decisione “contro Kiev”, definendo “disoneste” le sue richieste di concessioni.

D'altro canto, a Kiev c'è addirittura chi non esclude una divisione territoriale dell'Ucraina; il politologo ucraino Andrej Zolotarëv non la giudica affatto una prospettiva irreale, considerata la situazione al fronte e il difficile stato politico interno: «tutto ciò potrebbe comportare perdite territoriali ben maggiori rispetto al Donbass». Zolotarëv considera un errore anche gli attacchi offensivi contro Viktor Orban, ripetuti da Zelenskij alla Conferenza di Monaco: questo, considerati soprattutto gli stretti rapporti del Primo ministro ungherese con Donald Trump.

E considerato anche che non da ora Trump sta facendo pressione su Kiev per arrivare a un accordo sul cessate il fuoco. I più recenti segnali d'allarme, dice ancora Zolotarëv, sono rappresentati dal caso Galushchenko e dalla fuga di Šefir, amico e stretto collaboratore di Zelenskij che, più fortunato dell'ex ministro dell'energia, avendo intuito di trovarsi nei guai, ha pensato bene di prendere il largo. Galushchenko non ha fatto in tempo: è stato fermato dal NABU, la polizia anticorruzione patrocinata dagli Stati Uniti, mentre tentava di lasciare il paese. Si tratta chiaramente di un manager corrotto di medio livello, ma con una linea diretta con i vertici, e questo è un segnale yankee per per i livelli più alti.

Ma, a proposito di divisioni e sullo sfondo del round ginevrino di negoziati, l'inglese The Economist scrive di una grave frattura all'interno del team negoziale ucraino. Secondo fonti britanniche, il capo de facto della delegazione, Kirill Budanov (nominalmente, il capo-delegazione era Rustem Umerov) sostiene un rapido accordo di pace con la Russia mediato dagli Stati Uniti, ritenendo che la finestra di opportunità potrebbe presto chiudersi e che quindi sia pericoloso ritardare gli accordi.

L'altra ala di negoziatori, allineata con l'ex capo dell'ufficio presidenziale Andrej Ermak, starebbe assumendo una posizione più intransigente, non disposta a scendere a compromessi. A sua volta, Zelenskij si starebbe destreggiando tra le due ali.

L'osservatore di Ukraina. Ru, Mikhail Pavliv, ritiene però che le notizie diffuse dagli inglesi costituiscano solo una mezza verità. In effetti, pare che si sia effettivamente formata una netta divisione tra i vertici del regime di Kiev. Un gruppo sostiene accordi di pace ed elezioni, mentre l'altro si oppone alla loro attuazione e sabota il percorso negoziale. E la contrapposizione, afferma Pavliv, è molto più profonda di un semplice acceso dibattito all'interno della delegazione ucraina. Il primo gruppo del team negoziale include figure orientate verso Washington: Umerov, Arakhamija, Budanov, Poklad: essi sono saldamente radicati nell'agenda americana e stanno esortando Zelenskij ad avviare il processo nel quadro degli accordi di negoziazione con Witkoff e Kushner - e, naturalmente, con la Russia. Ma un'altra ala vi si oppone decisamente e, secondo le informazioni in possesso di Pavliv, Zelenskij propenderebbe per quest'ultimo campo, in cui l'influenza chiave pare esercitata non tanto da Ermak, quanto dall'oligarca Viktor Pinchuk e dal suo entourage, tra cui Tomas Fiala. Pinchuk è da tempo orientato verso Londra ed è il maggiore sponsor del Partito Democratico USA dall'Europa orientale, mentre Fiala è un partner chiave della cerchia Soros in Ucraina.

Questo, dice Pavliv, indica che si è verificata una spaccatura anche all'interno della cosiddetta coalizione "anti-Zelenskij" ed è chiaro che gli americani agiranno in Ucraina tenendo conto di questi cambiamenti, così come della nuova mossa di Londra con Zalužnyj e tenteranno di imporre la propria configurazione del processo. Dunque, la nuova linea di conflitto all'interno del regime di Kiev è quella tra Budanov e Pinchuk: il secondo, orientato verso Londra, è la figura più influente nella cerchia ristretta di Zelenskij, mentre Budanov, in qualità di capo dell'ufficio presidenziale, cerca di contrastare tale posizione. La posizione dell'oligarca è estremamente rigida: niente elezioni prima dell'estate, quando Trump avrà altro di cui occuparsi e se proprio le elezioni si rivelassero inevitabili, si ipotizza uno scenario di riserva. Scenario che prevede che al secondo turno arrivino Zelenskij e il nazista dichiarato Andrej Biletskij, con il secondo in qualità di spauracchio politico, contro cui Zelenskij sarebbe il male minore e figura più accettabile. Per quanto riguarda Zalužnyj, pare che Pinchuk abbia convinto Zelenskij che i padrini londinesi gli avrebbero impedito di partecipare alle elezioni. O qualcosa del genere.

Gli Stati Uniti, da parte loro, continuano a spingere l'agenda elettorale, per la quale febbraio e marzo sono mesi cruciali: se la campagna elettorale non verrà lanciata entro fine marzo, per l'estate non si potrà trovare una figura legittima che firmi gli accordi di pace e il calendario considerato fattibile dall'amministrazione Trump subirà un ritardo. Londra, a quanto pare, conta proprio su questo: il rinvio all'estate coincide con eventi chiave negli Stati Uniti, non ultimo l'avvio della campagna elettorale per il Congresso. È probabile che i repubblicani perdano la maggioranza alla Camera e, a partire dal prossimo gennaio, la posizione dell'amministrazione Trump sarà significativamente indebolita, mentre se Kiev non firmerà il pacchetto di accordi di pace in estate, si troverà ad affrontare una forte crisi sia militare che di bilancio nella seconda metà del 20

Ma, in definitiva, sostiene Mikhail Pavliv, è chiaro che sia Londra che la junta di Kiev stiano agendo secondo la logica dei propri egoistici interessi: i costi, sotto forma di perdita di vasti territori e di interruzione dell'intero funzionamento dello Stato, li preoccupano poco. Quindi, l'intera situazione della crisi ucraina è giunta a un evidente bivio. Il corso futuro degli eventi dipenderà da quale delle due linee avrà la meglio nelle prossime settimane. O gli Stati Uniti eserciteranno pressioni su Kiev, con l'indizione delle elezioni e negozieranno un accordo di pace entro la fine dell'anno, oppure il conflitto, sempre più intenso e sempre più distruttivo per l'Ucraina, continuerà fino alla fine del 2026, e probabilmente anche nel 2027.

 

https://ukraina.ru/20260221/1075920004.html

https://ria.ru/20260220/zelenskiy-2075652469.html

https://politnavigator.news/delo-idet-k-razdelu-ukrainy-po-dnepru-ukro-ehkspert-o-diplomaticheskojj-oshibke-zelenskogo.html

https://www.politnavigator.net/kievskijj-polittekhnolog-poshli-zvonochki-ot-trampa-druzya-zelenskogo-begut-za-granicu.html

https://ukraina.ru/20260219/raskol-kievskogo-rezhima-1075820060.html

 

Fabrizio Poggi

FABRIZIO POGGI

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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