giovedì 5 febbraio 2026

Maurizio Blondet - Gen. Vannacci, cigno nero o scheggia impazzita?

 


La teoria del cigno nero , enunciata da Nassim Taleb in un fortunato best seller, riguarda il forte impatto di avvenimenti rari o imprevedibili. Al di là di facili battute sulla colorazione politica di Roberto Vannacci, la sua uscita dalla Lega, partito che lo aveva candidato alle elezioni europee del 2024 con clamoroso successo, ha tutta l’aria di essere un cigno nero, l’elemento che spariglia le carte e costringe a ripensare la politica italiana. 

Ma può trattarsi solo di una scheggia impazzita, un fatto momentaneo, un falso allarme nelle acque stagnanti di un panorama caratterizzato da manovre, lotte intestine, false rappresentazioni.

Meglio sospendere il giudizio e attendere che il partito del generale, Futuro Nazionale, si strutturi, selezioni un gruppo dirigente e soprattutto chiarisca la sua collocazione: fuori o dentro la coalizione di centrodestra. Sondaggi troppo precipitosi per essere attendibili accreditano FN di percentuali elettorali tra il due e il cinque per cento. Possibile, ma è prematuro parlare di numeri. Non convince il commento politicante, aritmetico di Matteo Renzi, tattico brillante e spregiudicato quanto mediocre stratega. Per l’ex rottamatore, Vannacci sottrarrà un po’ di voti al centrodestra, alzando le possibilità di vittoria della coalizione di sinistra. Analisi semplicistica che riflette più un desiderio che una realtà. La questione è ben più complessa. Innanzitutto l’iniziativa del generale non giunge del tutto inattesa; occorre capire se sia stato messo alla porta e chi ha eventualmente lavorato per l’uscita di Vannacci dalla Lega; se la sua è  un’operazione dentro uno scenario più intricato di una semplice scissione; se il generale abbia fatto un salto nel buio per mania di protagonismo; se la sua sia una mossa di una partita a scacchi su più tavoli.

Sottotraccia sono in movimento entrambi i grandi schieramenti. A sinistra spicca il protagonismo del Colle per un’alternativa “ moderata” alla Schlein. A destra non persuade il ruolo di Forza Italia. Orfana di Silvio, la creatura del Cavaliere è pro tempore in mano ad un ufficiale di complemento, il buon Tajani, ma resta saldamente controllata dalla famiglia Berlusconi. Si parla di una discesa in campo di Marina, primogenita di tanto padre, e di manovre
(politiche, editoriali ed economiche) per allargare al centro la coalizione, schiacciandola ancora di più nel cerchio di Bruxelles . Personaggi come il garrulo Calenda hanno visibilità mediatica infinitamente superiore al peso politico, mentre nella Lega riprendono vigore l’ala nordista, istituzionale (Giorgetti) e quella liberale e un po’ liberal di Luca Zaia. Forte di un notevole successo personale nel fortino veneto, l’ex governatore continua a dirigere la regione per il tramite dell’incolore Stefani, una sorta di prestanome o uomo di paglia. Vannacci era effettivamente un’anomalia nel corpo della Lega e non si può escludere che l’inadeguato Salvini sia stato forzato a mettere alla porta l’ingombrante generale.

Certo una parte non piccola dell’ opinione di destra ( chi vota e soprattutto chi non lo fa più) è delusa del governo. I sovranisti partirono per suonare e furono suonati. A Bruxelles hanno accettato di tutto e di più, compresi il riarmo antirusso e la costosa politica energetica. Non hanno fiatato sui vari aspetti del vincolo esterno, hanno sostituito con ampi flussi migratori più o meno regolati la promessa di bloccare scafisti e clandestini. Sono diventati campioni dell’americanismo, assai sgradito a un ampio fronte di destra. Svolgono politiche sociali liberal-liberiste senza un progetto “nazionale”. Da ultimo non hanno lottato sino in fondo contro l’esiziale accordo con il Mercosur, né paiono in grado di fornire garanzie contro la criminalità. L’occupazione aumenta- va però compreso come venga calcolata nel mare di variegate modalità contrattuali- ma non gli stipendi, mentre la deindustrializzazione avanza. Non tutto è oro quel che luccica a casa Meloni. Guarda caso, la delusione più estesa è sui temi cavalcati da Vannacci. Se Futuro Nazionale avrà successo, toglierà voti più a Fratelli d’Italia che alla Lega. Di qui, forse, la sostanziale serenità con cui
il Carroccio accoglie la fine del sodalizio con il generale, il quale, diciamolo, ha usato quel partito come un taxi. Ha pagato la corsa con le preferenze personali trasferite alla Lega alle elezioni europee.

Il contratto – tacito o riservato- è scaduto. Qui sorge il problema, nel senso che il partito del generale riempie un vuoto a destra, costituisce il primo grattacapo d’area per Giorgia , ma deve decidere in fretta che cosa fare da grande. Il generale è vanitoso, porta in giro un ego smodato, ma è accorto e per niente sprovveduto. A meno che non sia stato costretto a lasciare la posizione di vicesegretario leghista, sa bene che la via è stretta e il cammino impervio. Futuro Nazionale avrà un senso solo fuori dalla coalizione di centrodestra. Dentro non ci può stare: non lo vuole il campo moderato ringalluzzito, in attesa di Calenda e (forse) di Marina Berlusconi, non lo vogliono lo stato maggiore europeo e la Von der Leyen. Ancor meno è gradito a Fratelli d’Italia, all’immagine moderata che si è data e a Giorgia, Meloni, che non vuole competitori a destra. Discreti segnali del Colle spiegheranno quanto è meglio accetto un centrodestra senza generali e senza sovranismi.

Un segnale chiaro sono gli attacchi ad alzo zero dei giornali vicini al governo contro il generale e i suoi colonnelli che votarono in parlamento contro gli aiuti militari all’Ucraina. Insomma, pare proprio che Vannacci abbia intrapreso una strada senza uscita. Scheggia impazzita, dunque, errore di sopravvalutazione di sé ? Ipotesi da non scartare, esattamente come il riflesso condizionato di molti elettori che la pensano come il generale ma non intendono favorire la sinistra: la trappola del sedicente voto utile unita alle regole elettorali con sbarramenti e regole a difesa del bipolarismo. Oltretutto è improbabile, a breve, la fuoriuscita di quadri da Fdi e Lega verso FN: il potere è un potente collante delle carriere.

Tutto nero, allora, per il generale nero? Non è detto. L’elettorato è volubile e si muove come uno sciame nelle più svariate direzioni. Metà dei compatrioti non vota, ma potrebbe ripensarci dinanzi a un’offerta politica nuova. Il programma di Vannacci ha milioni di seguaci: immigrazione, famiglia naturale, sicurezza, sovranità. Per colpire la gente c’è bisogno tuttavia di posizioni forti, ad esempio l’uscita dall’UE, la neutralità militare, il rifiuto dei vincoli economici, finanziari, normativi di Bruxelles e Francoforte. E anche– qui Vannacci è debole- la richiesta di un programma economico e sociale non liberale e liberista, di una politica salariale e fiscale che aiuti i ceti deboli, i molti sconfitti della globalizzazione, piccole partite Iva, artigiani, commercianti soffocati dai giganti , operai, la massa dei non garantiti dipendenti, autonomi e precari. Destra dei valori, sinistra del lavoro, basso contro alto, élite contro popolo. E’ tutto questo nelle corde del generale? La risposta è la chiave del successo o del fallimento della sua scommessa politica, i cui destinatari non sono tanto gli italiani di destra, ma i milioni di uomini e donne senza rappresentanza di valori e interessi. Un movimento con il futuro nel nome sfonderà solo se sarà- senza complessi- la casa dei primi di domani, non degli ultimi di ieri.---


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