
Facciamo un passo indietro e mettiamola semplice. Schengen è quell’accordo che ti permette di partire da Milano e arrivare a Barcellona senza mostrare il passaporto a nessuno. È stato per anni il simbolo dell’Europa unita.
Oggi quel simbolo scricchiola, perché otto Paesi europei hanno rimesso in piedi i controlli alle proprie frontiere interne. Non è più l’eccezione. Sta diventando l’abitudine.
L’ultimo caso, il più clamoroso, è lo scontro fra Roma e Madrid. Due Paesi amici, membri fondatori dell’Unione, che da due settimane si controllano a vicenda i passeggeri in aeroporto. In maniera anche un po’ dispettosa.
Come è cominciata: la crisi di Ceuta
Ceuta è una città spagnola, ma non sta in Spagna. Sta in Africa, attaccata al Marocco. Un pezzo d’Europa sulla costa nordafricana.
Fra la fine di luglio e i primi di agosto, decine di migliaia di persone partite dal Marocco hanno raggiunto la costa di Ceuta. Molti a nuoto. Una pressione enorme, improvvisa, su una città piccolissima. Alcuni video mostrati da Byoblu raccontano una storia un po’ diversa da quella delle circostanze casuali.
Il 31 luglio il governo italiano ha reagito. Dal 1° agosto sono scattati i controlli di frontiera negli aeroporti di Fiumicino, Malpensa e Linate e nei porti italiani per chi arriva dalla Spagna. Attenzione a un dettaglio che spesso si perde: i controlli alla frontiera italiana riguardano solo i cittadini di Paesi terzi, cioè extra Ue. Chi ha passaporto italiano o spagnolo passa come sempre. Viceversa, gli spagnoli controllano anche i cittadini italiani. Controlli a campione che riguardano anche il 15% dei viaggiatori. Con disagi che ricadono su tutti quanti.
Antonio Tajani ha difeso la scelta parlando di «una scelta necessaria per tutelare la sicurezza dei nostri cittadini e difendere le frontiere europee», definendola «una misura prevista dai trattati». E in effetti lo è: il Codice frontiere Schengen consente a ogni Stato di rimettere i controlli in caso di minaccia grave, basta avvisare Bruxelles.
La risposta di Madrid: occhio per occhio
Madrid l’ha presa malissimo. Ha chiesto a Roma di fare marcia indietro entro domenica. Palazzo Chigi ha risposto che l’Italia «non accetta ultimatum o imposizioni dall’estero» sulla sicurezza nazionale.
Risultato: il 7 agosto la Spagna ha fatto la stessa identica cosa. Controlli su chi arriva dall’Italia, in vigore dalla mezzanotte fra venerdì e sabato e prorogati fino al 7 settembre. Aeroporti di Madrid, Barcellona, Siviglia. Il primo giorno sono stati verificati 199 passeggeri di Paesi terzi su 12 voli. Controlli a campione, fra il 5 e il 15% dei viaggiatori. Nessuna fila chilometrica, nessun caos.
Il governo spagnolo sostiene che la mossa italiana sia stata presa «senza preavviso, unilateralmente e con motivazioni spurie». E rilancia due argomenti pesanti: che i migranti entrati a Ceuta non potevano comunque circolare liberamente in area Schengen, perché la città ha uno statuto speciale, e che quasi tutti sono già rientrati in Marocco. Poi la stoccata: l’Italia sarebbe il Paese con più ingressi irregolari d’Europa, il doppio della Spagna, e dal 2022 non rispetterebbe il regolamento di Dublino.
Da Roma la controreplica. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha parlato di misura «temporanea» e applicata «in modo selettivo», sostenendo che sia «difficile immaginare che non ci siano le condizioni» per mantenerla, perché «la stessa intelligence spagnola ha parlato di un nuovo allarme per il 15 agosto». Tajani ha aggiunto: «Il rischio terrorismo e il rischio di immigrazione clandestina non possono essere sottovalutati».
Oggi è il 14 agosto. La scadenza è domani. Poi si vedrà.
Non è solo un litigio fra Roma e Madrid
Se fosse solo una lite estiva fra due governi con colori politici opposti, sarebbe folklore. Ma non lo è.
La Germania controlla i suoi confini terrestri da tempo. La Polonia ha ripristinato i controlli verso Germania e Lituania. E Berlino, adesso, ricorda che dal 12 giugno è in vigore il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo e che da quella data si aspetta di riprendere i trasferimenti dei migranti verso Italia e Grecia. Tradotto: rimandarli indietro. Per un paese fatto di sole coste come il nostro, essere costretto a riprendersi tutti i migranti solo perché è qui che sono entrati nel territorio europeo, è una presa per i fondelli. Tenuto conto anche del fatto che molte delle navi che hanno scaricato migranti sulle nostre coste, mentre i nostri ministri andavano a processo, battevano proprio bandiera tedesca.
Quindi mentre l’Italia controlla la Spagna e la Spagna controlla l’Italia, la Germania si prepara a rispedire in Italia chi è arrivato da noi. Ognuno sposta il problema al vicino di casa, e pensa di cavarsela così.
Chi paga il conto
Bruxelles fa il pompiere. Il commissario agli Affari interni Magnus Brunner ha sentito i due ministri dell’Interno e ha scritto che «la fiducia fra Stati membri è la nostra risorsa più preziosa». Anche il Quirinale è intervenuto, con Sergio Mattarella che ha chiesto che «la gestione dei flussi migratori rispetti la dignità delle persone». Non per tornare sempre ostinatamente a lambiccare le stesse ferite aperte, ma così, a memoria, non mi sembra di ricordare analoghe parole a tutela delle persone che sceglievano di non sottostare ai trattamenti sanitari obbligatori. Non c’entra con i migranti – si dirà. Vero. E falso: la coerenza dovrebbe attraversare tutto l’arco delle parabole istituzionali.
Ma le parole non cambiano la sostanza. Schengen prevedeva controlli straordinari per situazioni straordinarie. Oggi lo straordinario dura mesi, viene prorogato, viene usato anche come messaggio politico interno. E quando uno strumento d’emergenza diventa permanente, diventa come l’uso della decretazione d’urgenza dei Governi: una comoda via d’uscita per aggirare il Parlamento.
Lo sfondo che nessuno nomina
C’è però il convitato di pietra. E senza di lui, si rischia di parlare del bruscolino e non della trave nell’occhio.
L’Europa, in questi mesi, non discute di frontiere per parlare di frontiere. Discute di riarmo. I piani di Bruxelles hanno un orizzonte dichiarato: essere pronti entro il 2030. “Pronti” a cosa, dipende da chi lo spiega. Per i governi che li sostengono è deterrenza: si prepara la difesa proprio per non doverla usare. Per i critici — e non sono pochi, dentro e fuori i parlamenti nazionali, anche tra gli intellettuali e gli addetti ai lavori — è l’esatto contrario: una macchina che, una volta accesa, tende a cercarsi un motivo per funzionare.
Intorno, il resto. Mosca e Pechino che si stringono la mano sempre più spesso. Il Medio Oriente che brucia da Gaza all’Iran, con equilibri che saltano ogni settimana. E l’Ucraina, che da tre anni è la miccia che nessuno riesce a spegnere e che a ogni escalation ricorda che la guerra economica e la guerra vera sono separate da una linea sottilissima.
È passato da pochi giorni l’anniversario di Hiroshima. Da lì, come sempre da 81 anni, è arrivato lo stesso monito ma questa volta vestito di un’urgenza e una preoccupazione vere: non ripetere gli errori del passato. Un monito di cui evidentemente non frega niente a nessuno.
Ora rimettiamo insieme i pezzi. In uno scenario così, cosa succede a un accordo che si regge solo sulla fiducia reciproca? Perché è questo il punto: Schengen non è un muro abbattuto, è una promessa. Io non controllo chi arriva da casa tua perché mi fido di come lo controlli tu. Ma la fiducia, nei periodi di tensione, è la prima cosa che salta.
Lo scenario più probabile non è l’abolizione di Schengen. Nessuno firmerà mai un atto di morte: sarebbe un disastro simbolico e politico. Lo scenario è che Schengen resti in vigore sulla carta ma smetta di esistere nei fatti. Controlli “temporanei” prorogati di mese in mese, sempre motivati, sempre legittimi, sempre notificati a Bruxelles. Un’eccezione permanente. Esattamente come i decreti d’urgenza che durano vent’anni, come gli stati d’emergenza che non finiscono mai.
Ma forse è più comodo così. Perché un continente che si riarma ha bisogno di sapere chi entra e chi esce. E soprattutto ha bisogno che i cittadini si abituino, un varco alla volta, all’idea che la libertà di movimento non è un diritto: è una concessione. Revocabile, a discrezione.
Ci hanno messo trent’anni a convincerci che le frontiere non esistevano più. Ce ne sono bastati tre per rimetterle in piedi. Ma la cosa che dovrebbe preoccupare davvero è un’altra: i missili non si fermano alla frontiera e non hanno bisogno del passaporto. Quello sì, che è un problema!
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