mercoledì 26 agosto 2026

“Da Putin a Putin. Eurasia e il mondo Multipolare”.

 


Un saggio di Gianfranco Vetusto come “un’alternativa logicamente fondata” del mainstream generale

Copertina Libro Da Putin a Putin

A cura di: Sergio Leoni

Dottore in Lettere e Filologia; della redazione di “Futura Società” e di “Cavallo di Fuoco

Rispetto a quello che è ormai da più di quattro anni (cioè da quel che appare già un lontano febbraio del 2022, inizio dell’Operazione Speciale della Russia in Donbass) uno streaming consolidato e che nei fatti non ammette deroghe o voci dissenzienti, questo libro si pone in maniera netta, e radicale (nel senso che va costantemente alle radici dei problemi sul campo), come una specie di “controcanto”, come un’alternativa logicamente fondata, come uno dei, purtroppo, pochi punti di vista (nel senso di una visione dei fatti quantomeno alternativa) che testardamente resistono a un ormai indigeribile senso comune.

Certo, l’autore non è una voce del tutto isolata. Diversi storici, analisti e intellettuali di qualche peso, hanno spesso cercato di far valere le ragioni di un’analisi politica alternativa nel corso degli ultimi anni. Ma occorrere ammettere che per lo più si è trattato di voci minoritarie e per di più definite con un epiteto che intende già essere una condanna preventiva (“putiniano”), la cui nulla consistenza appare peraltro in maniera evidente, non fosse altro perché applicata indiscriminatamente a personaggi che spesso non hanno in comune che una intelligenza libera e indipendente.

Scrive Vetusto:” Il racconto che offro al lettore non è qualcosa di astratto ma rappresenta l’esperienza diretta di chi è stato veramente dall’altra parte, avendo visto con i propri occhi come si sono svolte le tornate referendarie di adesione alla Federazione Russa delle quattro Repubbliche di Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporozhye (che si erano già dichiarate indipendenti con precedenti consultazioni)”.

Referendum, come ci si poteva facilmente attendere, considerati come fasulli dal mondo occidentale sedicente democratico, privi di ogni legittimità e palesemente truccati, alla luce di una non meglio identificata “legalità internazionale” negli ultimi anni, in maniera iperbolica, palesemente e sistematicamente violata. E valgano per tutti, in questo senso, un paio di esempi, uno più vicino nel tempo, l’altro risalente a diversi anni or sono.

Il rapimento di Maduro e consorte, di pochi mesi fa, in un blitz promosso da quello che si crede ancora lo sceriffo del mondo, un Trump che a giorni alterni proclama il raggiungimento di accordi con l’Iran, regolarmente smentiti dalla controparte, e poi, senza alcuna logica, la vittoria sullo stesso paese  in una guerra, a sua volta illegale, che evidentemente appare sempre di più come una riedizione, certo in contesti e modi necessariamente diversi, della debacle vietnamita patita dagli Usa nel secolo scorso.

Più lontano nel tempo l’episodio, derubricato appunto come mero “episodio” trascurabile, e comunque sostanzialmente dimenticato, con cui la Danimarca, nel 2000, bocciava con un referendum (con una partecipazione di quasi il 90% dell’elettorato e una vittoria del “no” intorno al 53%) l’ingresso del paese nell’Unione Europa. Referendum evidentemente sgradito all’establishment europeo (leggi: alle élite economiche) e, attraverso espedienti che non vale neanche la pena di analizzare, fatto ripetere. Un obbrobrio indigeribile, parlandone sia su di un piano etico e comunque sotto qualunque profilo lo si voglia interpretare.

Difficile perciò accettare, e tantomeno dare credito, alla luce di un’analisi obiettiva che tenga anche conto di un numero consistente di “varianti”, ad una concezione basata sulla divisione del mondo in campi contrapposti di cui uno continua, arbitrariamente, a considerarsi come quello “positivo”, mentre relega l’altro (ma oggi ormai maggioranza del mondo) alla zona oscura dove tutto il male prospera e si annida. Non occorre andare troppo indietro nel tempo. È sufficiente ricordare come nei primi anni del nuovo secolo la definizione di “stati canaglia” fossero dispensati a piene mani da un Occidente ancora sostanzialmente a guida statunitense.

Poi, e a partire dalla liquidazione della vecchia Unione Sovietica, e passando per l’espansione continua e inesorabile a Est della Nato, questo stesso occidente ha pensato non tanto di aver vinto la partita, quanto di avere acquisito il diritto di dominare e governare il mondo nel suo insieme.

Illusione presto smentita, come al solito, da una diversa realtà i cui numeri che, come si dice normalmente, hanno la testa dura.

Senza divagare dai temi posti da questo libro e en passant, vale la pena di ricordare la nascita e lo sviluppo in tempi rapidi, dei Brics+ (che del resto anche l’autore cita, senza tuttavia, sembrerebbe, dargli quell’importanza che viceversa stanno acquisendo ogni giorno di più) fino a prospettarsi come probabilmente l’unico scenario alternativo allo sgretolarsi sempre più veloce di un ordine mondiale che fin da ora appare già superato.

Una parte cospicua di questo libro è dedicata, inevitabilmente, alla figura di Vladimir Putin. Che viene in queste pagine ampiamente raccontata dai suoi esordi e attraverso quei passaggi che gli hanno permesso di raggiungere la posizione apicale che riveste ormai da anni.

Ignoro se il libro di Vetusto sia mai stato recensito e, nel caso, da chi lo sia stato.

Ma non è difficile immaginare il trattamento che deve essere stato riservato ad un testo che si propone, essenzialmente, di far uscire la figura di Vladimir Putin da quella specie di “cordone sanitario” di stampo politico che lo ha relegato al ruolo di capo e ispiratore di ogni male del mondo.

Perché la figura che in effetti emerge non solo dai media nel loro insieme, ma anche, e forse soprattutto da una larga schiera di “opinionisti” (quelli che sgomitano nei talk show), è quella di un tiranno che tira le fila di una guerra nata dal nulla e come per un capriccio non meglio definito.

Personaggio, in effetti, e non persona reale, inserita in un contesto (quello di una potenza economica e militare di livello mondiale, quale che sia il posto che si intenda attribuirle in una scala di valori) in cui le scelte non dovrebbero tuttavia, (come invece avviene) pena lo scadere nel ridicolo, essere paragonate a quelle di un signorotto medievale, o, più prosaicamente ad un autocrate che decide in perfetta solitudine. Una analisi, se è possibile definirla tale, senza il minimo costrutto, e al di fuori di ogni logica.

I successi oggettivi delle politiche di Putin, nota l’autore, sono oggi sistematicamente ignorati, sottovalutati e più spesso travisati esattamente da coloro che fino a pochi anni fa vedevano nella Russia un partner affidabile, una risorsa (gas russo a buon mercato) e sostanzialmente e semplicemente il capo di una nazione con cui intraprendere affari vantaggiosi. Inutile fare nomi: l’elenco sarebbe lungo e rischieremmo di tralasciare importanti soggetti che oggi gridano allo scandalo di una Russia tornata nuovamente, per una sorta di coazione a ripetere, il nemico di sempre. E che hanno fatto presto ad allinearsi ad un idem sentire che trabocca da quasi ogni “media” e che, del resto, come acutamente rileva qualche osservatore davvero indipendente, costituisce la misura reale dell’asservimento dei media stessi alle ragioni di una politica (quella uscita vincitrice dal secondo conflitto mondiale, e che su questo paradigma ha potuto costruire un consenso via via sempre più ingiustificato) in realtà molto indebolita (per tacere d’altro), ma ancora invasiva e determinata a imporre la sua “visione” dell’ordine mondiale.

La stampa italiana, e il mainstream italiano in generale, si sono allineati da subito a quelle che non possiamo se non definire oggettivamente le “direttive” di poteri diversi ma “unificati” da un unico intento: creare una “narrazione” (termine invero non tanto infelice quanto inadeguato che andrebbe usato con parsimonia), entro cui collocare una analisi, falsa nei presupposti e inevitabilmente inutile: quella secondo cui la questione Ucraina nasce il 22 febbraio 2019.

Dal momento che gran parte del dibattito politico (quantomeno in Italia) invece di svolgersi nelle sedi che ne sarebbero il luogo preposto e previsto (il Parlamento) si consuma (il termine è quanto mai appropriato) nei talk show e comunque nei sedicenti dibattiti che infestano i palinsesti televisivi, diventa interessante, e in qualche modo istruttiva l’esperienza (raccontata in questo libro) di Gianfranco Vetusto nel contesto di quelle trasmissioni televisive, programmi tutti simili tra loro, in cui, gradualmente ma inesorabilmente egli veniva invitato a rappresentare la parte del “putiniano”.

Con le sue parole: “Con il passare del tempo, le ospitate sono diventate un contraddittorio alquanto fittizio, trasformandosi in un ring “uno contro tutti” a cui partecipavano persone dello spettacolo, che nulla avevano a che vedere col dibattito politico. Ad affiancarli c’erano pseudo esperti militari, analisti di discutibile estrazione. Davano soluzioni non supportate dalla conoscenza del paese, delle istituzioni di cui stavano parlando e della storia.”

Un capitolo importante, argomenta ancora il libro di Vetusto, nella vicenda Russo-Ucraina, è rappresentato dal ruolo che la Nato ha esercitato, sottotraccia ma anche in maniera palese. Oggi, a distanza di quattro anni dall’inizio del conflitto, è ormai palese il modo in cui l’Alleanza Atlantica, tramite i suoi componenti, è intervenuta massicciamente a sostenere una altrimenti già sconfitta Ucraina.

E ugualmente è evidente il ruolo giocato dall’Italia in questo contesto.

“…l’Italia ha avuto indubbiamente un ruolo particolare, come membro della Nato e amico storico della Russia dal punto di vista commerciale”, argomenta l’Autore, concludendo: “Le buone relazioni sarebbero potute andare avanti senza problemi, se il governo di Roma non si fosse inginocchiato al volere dell’America (e oggi al volere dei “volenterosi”, Inghilterra in testa. n.d.r.), pregiudicando qualsiasi ipotesi di soluzione negoziale e pacifica del conflitto in Donbass”

Naturalmente questo libro tocca e analizza molti altri temi. I più importanti che occorre segnalare riguardano l’uso e il sostegno (e probabilmente il finanziamento) spregiudicato a forze eversive (battaglione Azov in Ucraina, solo per citare il più tristemente famoso), dunque un uso esplicito del terrorismo; la questione energetica con il sabotaggio del North Stream a cui è seguita una crisi energetica che ha messo in gravissima difficoltà (di cui non si intravede peraltro un esito in tempi brevi) le economie europee, incapaci, a quanto pare, di assumere iniziative autonome e alternative a quello che sembra sempre di più un suicidio, neanche assistito, dell’Occidente nel suo insieme.

Non essendoci una data che ci dica “quando” è stato scritto questo libro, o almeno quando è stato concepito, non resta che fare due conti attraverso alcune frasi o affermazioni in esse contenute.

Che lo collocano, se non sbaglio, ancora sotto la presidenza Biden.

Mancherebbe, a questo punto, tutto il “capitolo” che riguarda la scellerata gestione trumpiana non solo delle questioni più scottanti (Ucraina, Gaza, Stretto di Hormuz), ma che concerne una visione del mondo (quella statunitense) improvvisamente invecchiata, o quantomeno drasticamente ridimensionata.

Il capitolo finale di questo libro si premura in effetti di indicare, di descrivere un mondo multipolare che è già nato, che sta crescendo politicamente e che sembra essere la prospettiva più ragionevole e soprattutto condivisa da una sempre più larga fetta di umanità (i già citati BRICS+).

Il concetto di Eurasia, che viene ampiamente analizzato in questo libro, non può essere considerato, in quest’ottica, una divagazione filosofica, e tanto meno un esercizio puramente dottrinale.

Al contrario, sembra di poter dire, nella sua complessità che qui è impossibile esporre e spiegare nella sua interezza, che esso appare come un momento di un effettivo e convincente multilateralismo che è la prospettiva e insieme la scommessa dei prossimi anni. In particolare, ma ancora alla superficie della questione: “L’Eurasia -scrive Vetusto -non è solo una realtà geografica ma un dato di fatto storico. Spirituale e culturale che esprime l’essenza della Russia e dei popoli che le sono vicini”.

Più controversi, sembra di poter dire, i capitoli dedicati ad una questione che sembra in qualche modo assente nel dibattito politico degli ultimi anni, ma che in realtà è parte decisiva di un dibattito sempre acceso e, occorre dire, quasi mai spento: quello dell’autodeterminazione dei popoli. I cui termini, come è evidente, si possono declinare in molti modi, a partire da una analisi di tipo geografico (che implica molteplici problemi connessi, ma che è anche foriera di grandi dibattiti aperti anche a soluzioni inaspettate), a una di carattere, per così dire, “politica”, nel senso di una “riduzione” (in sé per sé non negativa) al contingente di una discussione legata al “qui e ora”.

Sembra di poter dire che a questo riguardo Vetusto non intenda suggerire un qualche soluzione o un “esito” quale che sia. La questione rimane in qualche modo aperta. E lo è tanto più in un contesto confuso come quello che ci vede tutti per lo più consapevoli di una storia (quella che qualcuno scrive con la maiuscola) che è già tra noi.----

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