I. PremessaLa questione territoriale è definita da cosa chiediamo al nostro ambiente, cosa di esso merita di essere conservato e cosa modificato per le esigenze della vita, e se ci riconosciamo nello spazio e nelle scelte che su di esso si fanno.Il territorio è sempre un’arena ed un tessuto di interessi, che possono essere legittimi, ma devono essere in tal caso riconosciuti pubblicamente e sottoposti a discussione pubblica.Tutti i territori sono elaborati dall’uomo, nel tempo. In questo contesto la questione energetica è centrale, essendo la base dello scontro multipolare e della trasformazione digitale in corso. Avere energia concentrata e importata da altri continenti sposta il peso decisionale sui rapporti di potenza esterni, mentre disporre di energia diffusa e prodotta localmente rende indipendente un paese. Altro tema centrale sono le grandi infrastrutture, spesso scelte in modo opaco, talvolta inutili.Le nostre domande guida sono:1. Il territorio è organizzato intorno ai beni collettivi o, piuttosto, alla rendita privata?2. Lo spazio del nostro territorio respinge e segrega i più deboli (bambini, anziani, disabili, poveri, ecc.), o li protegge offrendo opportunità (casa, soccorso, lavoro)?3. Il territorio garantisce la mobilità e l’interconnessione, fornisce i servizi di cui abbiamo bisogno?II. Questioni1. Sulla questione della renditaIl territorio non è un contenitore neutro delle attività né solo un paesaggio-forma da custodire. È un prodotto sociale, dinamico, prodotto collettivamente nel tempo, spazio comune e forma della coesistenza. Contemporaneamente, è anche una macchina di accumulazione: i processi di urbanizzazione assorbono le eccedenze di capitale, la rendita differenziale comanda le localizzazioni, la finanza genera leva e credito agganciandosi ai differenziali di valore (fondiario, immobiliare, infrastrutturale).Il doppio statuto del territorio come patrimonio comune e dispositivo estrattivo è cruciale. Ogni politica del territorio richiede di prendere posizione su questa dialettica. Una strada, una linea ferroviaria o stazione, un depuratore, impianto di trattamento, una stazione elettrica, o del gas, una fabbrica, un centro commerciale distribuiscono benefici e perdite. Spesso per attori diversi. La società tecnica inevitabilmente concentra funzioni e crea reti. Tutti le usano, anche senza accorgersene quando compiono i gesti più semplici, aprire un frigorifero, bere un bicchiere di acqua. Il punto è che beneficio e costo vanno compresi e discussi: tutti si giovano delle reti comuni, ma qualcuno le subisce.Utilizzo e perdite spesso non sono bilanciati, ma calati dall’alto senza alcuna discussione, o condivisione. Nel disegno liberale delle istituzioni le decisioni si svolgono in sfere specializzate, con linguaggi specializzati e tra addetti specializzati. La legittimazione avviene per delega e secondo una complessa divisione del lavoro. Chiaramente, non tutto può sempre essere discusso indefinitivamente da tutti, sarebbe la paralisi, ma ogni decisione sui beni pubblici deve passare per la corretta informazione, e coinvolgimento, nel contesto di una programmazione condivisa. Il modello neoliberale prevede invece delega e mercato.Il mercato non è cieco, funziona accumulando rendite e premiando il capitale, grande e piccolo. La rendita, nel contesto della città e del territorio capitalistici, è il principio di valorizzazione di tutto.Anche per questo, ogni trasformazione territoriale crea immediatamente un conflitto che non è tanto, o solo, tra sviluppo e conservazione, ma tra la logica della valorizzazione (dell’accumulazione della rendita) e la logica dell’interesse pubblico.Il punto centrale è che questa, la rendita (il “diventare ricchi nel sonno”), non produce nulla: ridistribuisce valore dai molti ai pochi, estraendolo dall’insieme della società. I casi degli ultimi decenni (le grandi operazioni di recupero per “tasselli” nelle aree a basso valore, tutti i progetti degli stadi affidati ai privati, i fenomeni di ‘rigenerazione urbana’ come copertura retorica della messa a rendita delle aree semicentrali) mostrano il medesimo meccanismo: la localizzazione dell’iniziativa massimizza il differenziale di valore, lo traduce in rendita, e mette in tal modo la città e il territorio a disposizione del progetto. È semplice, e basta verificare la dinamica di crescita storica di ogni area urbana, da Roma a Londra: ogni investimento di capitale in un luogo addensa valori fondiari ed urbani intorno a sé, nel farlo determina spostamento di persone, attività e svuota altre aree. Sono quelle che vengono, successivamente, interessate da altre operazioni di “sviluppo”, in quanto il terreno costa di meno, e maggiore è il differenziale di valore che al termine si ottiene. Lo stesso avviene con gli altri progetti infrastrutturali ed energetici, o per i grandi centri commerciali, le lottizzazioni turistiche, le grandi fabbriche. Questa regola può essere contrastata solo in un modo: con la pianificazione.Ciò che dovrebbe avvenire, ma non avviene, è che ogni trasformazione restituisca al territorio il valore che estrae come rendita. Il principio da seguire è semplice: il valore creato da un atto pubblico, come una destinazione urbanistica o un’autorizzazione, deve ritornare al pubblico per la parte che è produzione comune e non lavoro individuale.2. Sulla fragilità del territorioIl dissesto idrogeologico, il rischio sismico e vulcanico, l’erosione costiera, gli effetti del cambiamento del clima non sono fatalità naturali che colpiscono un territorio innocente: sono spesso il lato passivo della rendita. In assenza di regole forti il capitale, grande (lottizzazioni residenziali, turistiche, commerciali) e piccolo (le case abusive) costruisce nei terreni liberi e marginali, rischiosi e di poco valore, perché in questo modo la rendita è massima. Un terreno paludoso, franoso, sismico, esondabile è preferito dal capitale grande e piccolo perché dopo l’intervento vale di più e costa meno, ovvero crea una rendita maggiore. Si costruisce dove non si deve perché la rendita comanda le localizzazioni. Si realizzano gli investimenti (ad esempio, turistici) e si costruiscono le case dove il terreno costa poco, perché il piano le dichiara non edificabili, a causa del rischio.Abbiamo così intere città sulle sponde di vulcani famosi per aver ucciso migliaia di persone, ma in epoca remota, sulle sponde di fiumi pronti ad esondare, in aree note per essere franose, o su faglie tettoniche attive, e poi si verificano disastri, emergenze, che la collettività è chiamata a sanare.A valle di questa distorsione serve anche la messa in sicurezza del territorio come grande opera pubblica diffusa e una politica permanente di manutenzione. Questa è anche la vera politica di piena occupazione territoriale, in quanto produce lavoro qualificato, non delocalizzabile, distribuito dove serve.3. Sul diritto alla casaL’articolo 3 della Costituzione assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli materiali al pieno sviluppo della persona. Il più clamoroso di questi ostacoli è l’assenza di un’adeguata disponibilità abitativa. Le politiche neoliberali hanno solo allargato il mare del disagio abitativo: edilizia pubblica definanziata, social housing che esclude programmaticamente i poveri, soluzioni emergenziali e punitive per i “superflui”.Bisogna invertire completamente questa logica. Serve una massiccia e costante offerta pubblica diretta, su base annuale. Serve il riscatto e la rifunzionalizzazione del patrimonio esistente, sfitto e degradato. Sono indispensabili alloggi sociali diffusi nella città, di tutte le taglie, in tutti i quartieri. È indispensabile regolare e calmierare il mercato della locazione.In ogni caso bisogna istituire, in tutte le transazioni immobiliari, di qualsiasi dimensione e prezzo, un diritto di prelazione pubblica.Bisogna che tutti gli immobili acquisiti al patrimonio perché abusivi, qualora le condizioni di sicurezza lo consentano, siano destinati prioritariamente a programmi di edilizia sociale, in alternativa ad attrezzature pubbliche, orti urbani, parcheggi pubblici, spazi comuni. La vendita, che normalmente torna ai vecchi proprietari, va esclusa in ogni caso.La casa è l’infrastruttura materiale di ogni possibile inclusione: di cittadini come di immigrati. Senza casa, ogni discorso su inserimento e coesione resta formula astratta e ipocrita. La direzione complessiva della risposta alla dualizzazione urbana è sicurezza e capacitazione, non sicurezza e controllo. (Per “capacitazione” si intende la rosa delle opportunità reali di partecipare alla vita comune e di realizzarsi.) Bisogna operare con la massima determinazione contro sterili derive securitarie, da una parte, e contro la versione tecnocratica delle smart cities, dall’altra. Considerando tutto ciò, occorre rimettere le mani sulla macchina valorizzante. Ciò significa riorientare le forze socializzanti incorporate nell’urbano verso forme di inclusione capacitante non guidata dal mercato, ed usare a tal fine il capitale pubblico per uscire dal dominio assoluto della logica della valorizzazione.La questione della casa è quindi una questione sociale, è la medesima questione dell’inclusione sociale e del lavoro. Il capitale pubblico deve essere impiegato, e quello privato mobilitato, per riscattare e rifunzionalizzare l’edilizia esistente, in modo diffuso, evitando concentrazioni e polarizzazioni (ma favorendo, al contrario, l’integrazione e la messa in contatto di classi e ceti), operando indirettamente sui valori immobiliari e la dinamica delle rendite attraverso i fitti.La tecnologia può essere occasione, intervenendo attraverso la creazione di piattaforme pubbliche, inizialmente connesse con il progetto di inclusione e di attivazione dell’abitare, ma successivamente aperte a tutti. Queste piattaforme dovrebbero essere ‘comunitarie’, ovvero territoriali, ed essere la base sulla quale si condivide, nella rete delle case sociali e in quella generale, l’accesso all’energia, la condivisione dei consumi, l’acquisto in comune e la messa a disposizione reciproca di servizi su una rete di scambio volontaria.L’obiettivo generale deve essere di contrastare la separazione della società urbana e del suo insediamento in aree connesse, sconnesse o marginali, isole di valore e “bacini dell’ira” (es. banlieue). Separazioni tra aree nelle quali si concentrano i capitali, i ‘salotti’ delle città, le aree turistiche, e quelli dai quali fuggono, le periferie. Abbandonando all’ira, coltivata, sfruttata, sorvegliata, chi ci vive. Il motore di questo processo, che si determina per suo proprio moto, è la formazione della rendita. Qui torna la pianificazione del territorio come barriera contro la speculazione che rallentando gli usi “caldi” ed inefficienti del denaro, incentiva al contempo quelli più produttivi per la società.4. Sulle reti energetiche e la programmazione pubblicaLa lezione negativa degli ultimi trent’anni è che la localizzazione su iniziativa dell’operatore privato, dagli stadi agli impianti, dai centri commerciali ai centri turistici, rovescia e vanifica ogni pianificazione pubblica. Sistematicamente il pubblico ratifica ciò il capitale ha già scelto.Deve accadere l’esatto contrario: la programmazione deve precedere e informare le scelte, non inseguirle. Il modello neoliberale va integralmente superato e sostituito con il ritorno della programmazione pubblica. Ogni investimento necessario è possibile solo se adeguatamente previsto e programmato.La transizione energetica e tecnica (rinnovabili, data-center, IA, e i suoi abilitatori, le smart cities) rende evidente che il vero Piano regolatore del territorio contemporaneo sono le reti. 316 Gigawatt di richieste di connessione alla rete, e quindi capacità di produzione potenziale, di cui duecento concentrati in tre regioni italiane, sono i figli legittimi delle reti di trasmissione. Ovvero del loro disordine. Si tratta, infatti, di tre volte l’obiettivo al 2030 di nuovi impianti da rinnovabili e una volta e mezzo quello al 2050. Tutti promossi ora.Oggi chi programma la rete (quella elettrica, della mobilità, dei dati) programma il territorio, attira gli investimenti, rende possibile la crescita. E qui la logica liberista ha fatto i maggiori danni. La rete segue le richieste degli operatori invece di dirigerle. Dove la rete era già forte, ad esempio vicino alle ex centrali nucleari, o a grandi centrali da fossili in parte spente, la piena libertà per chiunque di presentare qualunque richiesta di connessione (una S.r.l.s. con tremila euro di capitale, per la legge vigente, può chiedere una connessione per 100 MW, ovvero proporre investimenti da 80 milioni di euro) ha determinato un meccanismo ad inseguimento: dove i terreni costavano di meno e la rete era capiente si è attivata una corsa a chiedere la connessione. In tal modo, poiché la rete è obbligata dalla legge ad accogliere tutti, accade l’inevitabile. Più impianti nominalmente arrivavano, più la rete si potenzia, più ne vengono: reti chiamano impianti, che creano stazioni, che attirano impianti nuovi, che aumentano le stazioni, e via dicendo. In questo modo si sono generati ingorghi di pura carta in parte della Sardegna, nella Tuscia laziale, in parte della Toscana, dell’Emilia-Romagna, della Puglia, della Sicilia, etc. Tutta questa carta non sarà mai impianto reale, ma crea aspettative, altera i mercati fondiari, attira mediatori.Concretamente, un’azienda normalmente neocostituita fa un progetto di massima, appena un abbozzo, e chiede al gestore di essere connesso alla rete, inviando duemilacinquecento euro. È la cosiddetta STMG (Soluzione Tecnica Minima Generale). Quando Terna, o Enel, danno la connessione, come sono costretti dalla legge a fare, devono riprogettare la rete per accogliere la potenza, anche se l’impianto non c’è e potrebbe non esserci mai. La rete si potenzia per pura carta. I progetti sono realizzati normalmente in una proporzione di uno a cinque, anche meno. Ma la rete potenziata può accogliere altra energia, potenzialmente. Allora arrivano altri progetti. La piramide di carta sale verso il cielo.Tutto questo deve cessare. Si deve passare alla pianificazione sotto controllo pubblico e davanti ai cittadini e le istituzioni.Bisogna agire in modo radicale. Questo potrebbe essere un pacchetto:a. Va fermata la speculazione sui suoli, ovvero l’appropriazione della rendita da parte dei molti intermediari, grandi e piccoli. Ogni investimento deve restituire il valore che trae dal territorio:i. Una quota di capitale deve essere acquisita da Cassa Depositi e Prestiti, ovvero dallo Stato. Lo Stato deve avere un ruolo nella transizione.ii. Come accade alle aree industriali regolate, per interrompere la speculazione, un ente pubblico di scala provinciale deve avere il diritto di prelazione per acquisire il terreno a prezzo controllato e metterlo a disposizione con regole certe.ii. Ogni grande impianto che si insedia per produrre energia deve offrire parte delle quote del suo capitale in crowdfunding. Ai cittadini devono arrivare gli utili.iii. A chi non aderisce deve essere comunque offerta l’energia a prezzo scontato. Un Contratto Territoriale di fornitura con una garanzia pubblica a protezione delle due parti, al quale ogni impianto in un territorio sia tenuto ad aderire. Solo in queste condizioni il capitale privato va a vantaggio di tutti.b, Il territorio che produce più energia di quanto consuma la deve pagare di meno. In Sardegna, in Sicilia, in Puglia, nel Lazio si deve formare il prezzo dell’energia per la Sardegna, la Sicilia, la Puglia, il Lazio. Va completato subito il percorso programmato verso il prezzo zonale al consumo. Oggi paghiamo la stessa bolletta in tutta Italia, chi vende l’energia ottiene prezzi diversi nelle diverse regioni. È una riforma a metà da completare. Una regione come la Tuscia laziale, o la provincia di Foggia, che ospitano molti più impianti eolici e fotovoltaici della media nazionale devono pagare meno l’energia. Basta che il prezzo si formi nella Tuscia laziale o nella provincia di Foggia. Energia meno cara porterà anche più lavoro. Più basso è il costo dell’energia più ricchezza è disponibile per i cittadini, le imprese, le associazioni.c. Bisogna sostenere l’elettrificazione diffusa, le Comunità Energetiche, gli acquisti cooperativi di energia, l’autoconsumo, le Centrali virtuali territoriali. Il sole ed il vento, e l’acqua devono essere occasioni per invertire il circolo della crescita ineguale del mezzogiorno e delle aree interne, montane, di tutto il paese: Nord, Centro, Sud e isole.Il paese ha bisogno di investimenti seri, industriali, diretti alla modernizzazione. Ma:1. Non ha bisogno di museificare tutto, il mondo cambia.2. Non ha bisogno neppure di mediatori, procacciatori e di tutti coloro che estraggono valore prendendo un suolo povero, a poco prezzo, e con una concessione pubblica lo trasformano in un sito produttivo ad alto valore.3, Non ha bisogno di concessionari ai quali viene data licenza di decidere cosa verrà realizzato senza rendere conto a nessuno.4, Non ha bisogno del modello di scelta localizzativa decentrata in cui chiunque decide tranne i cittadini.5, Non ha bisogno di chi specula sulla rendita fondiaria.E qui si torna al punto 1. Mettendo al centro la questione della rendita si capisce che la pianificazione non è una questione estetica, non è questione di proteggere monumenti: è l’unico presidio possibile contro la speculazione. Dei grandi come dei piccoli. Ed è il solo modo perché il territorio produca e lavori anche per l’interesse collettivo. In altre parole, bisogna rallentare gli usi “caldi” e inefficienti del denaro e incentivare quelli “pazienti” e produttivi, spingendo indirettamente innovazione e occupazione di qualità.5. Sul ruolo del territorio nello scontro multipolare.Il territorio è anche il luogo nel quale si scarica lo scontro tra poli mondiali: si traduce in potenziamento dei porti, creazione di nuovi assi logistici, potenziamento delle reti elettriche, dei gasdotti, costruzione di sempre nuovi e più grandi data-center, spostamento di rotte e corridoi energetici. Se vogliamo un paese che fondi il proprio futuro sulla crescita della domanda interna, invece che sulle esportazioni guidate da sempre meno multinazionali, sul valore restituito ai cittadini (con salari in crescita; lotta al caro affitti; incremento dell’offerta di lavoro; riduzione del suo orario a parità di salario; erogazione di servizi e beni universali, sanità, mobilità, interconnessione) si deve partire riequilibrando il proprio territorio.Bisogna produrre come paese un grande piano di conversione del sistema economico che parta dalle domande: “per chi?” e “perché?”.In questo senso il Mezzogiorno, come le aree interne di tutto il paese, non è un ritardo da colmare ma è il luogo nel quale si decide il modello: si punta sulla trazione esterna o sullo sviluppo a partire dalle proprie caratteristiche e valori. Del Mezzogiorno si parla sempre come di un ritardo: terra “indietro”, che deve “recuperare”, “agganciare il treno”. Lo abbiamo sentito in ogni registro, anche per le aree montane delle Alpi, degli Appennini, per le piane periferiche venete, o emiliane. Non è mai stato vero.La ragione delle aree ‘vuote’ è che ci sono quelle ‘piene’. I paesi più forti drenano surplus potenziale da quelli più deboli e in questo modo determinano contemporaneamente il proprio sviluppo e il sottosviluppo degli altri. Sviluppo e sottosviluppo non sono due stadi della stessa strada: sono prodotti simultanei e relativi di un unico sistema integrato. Il Sud non è rimasto indietro; è stato messo al lavoro per far correre altri. Non è accidentale che la formula “sviluppo del sottosviluppo”, coniata per il Sudamerica, trovasse come esempio esattamente il mezzogiorno italiano. La questione non è la modernizzazione mancata: è la posizione assegnata dentro una gerarchia. Anche qui serve pianificazione pubblica.C'è chi organizza il trasferimento delle eccedenze (di capitali, merci, forza lavoro) trattenendo per sé parte del surplus estratto dai processi di produzione. È rubato a chi quel surplus lo ha prodotto. Questa asimmetria nella mobilità è la struttura elementare del dominio capitalistico contemporaneo: da una parte attori globali capaci di spostare capitale e tecnologia da un posto all'altro, di sfruttare i differenziali geografici, o meglio di crearli; dall'altra territori che vedono fuoriuscire il valore che hanno creato. Ogni discussione su “attrattività”, “competitività”, “capitale umano” che non parta da qui è un diversivo. La questione non è rendere le periferie più attraenti per chi estrae. La questione è chi trattiene il surplus, e dove si accumula; chi gestisce la rendita; per chi lavora.La periferia non è dall'altra parte del mondo. Le “colonie interne” sono le aree di sfruttamento intercluse dentro i centri: il mezzogiorno d'Italia, il sud degli Stati Uniti, l'Irlanda di ieri, le aree deboli nel cuneese, nel veneto rurale, nelle aree montane a Nord come a Sud — le campagne, le aree interne, i quartieri espulsi di oggi. Aree costrette in un rapporto ineguale che porta contributi a quelle sviluppate, spostando lì il surplus economico, mentre i centri dominanti sfruttano dissimmetrie organizzative e di mercato.Il colonialismo non è finito: ha cambiato scala e si è fatto poroso, ha disegnato un mondo a pelle di leopardo dove tanti centri interconnessi sfruttano insieme periferie distribuite, a volte vicinissime, a volte interne. Chi cerca la frontiera del conflitto guardi la mappa dei treni soppressi, degli ospedali chiusi, delle scuole accorpate. La frontiera passa di lì.Passa per le aree della conurbazione di Milano, le enclave a Napoli, di Roma, di ogni centro. Tutte aree che sono periferia, anche quando sono al centro.Il punto politico è che il libero gioco delle forze di mercato non riequilibra: incrementa le ineguaglianze, favorendo la concentrazione delle risorse nelle località forti. Le “economie di agglomerazione” producono sempre effetti di riflusso su quelle di provenienza. È la causazione circolare e cumulativa: chi ha, attrae; chi perde, cede anche quello che ha.Aspettare che il mercato riporti la vita dove l'ha tolta è come aspettare che il fiume risalga la montagna. La questione non è correggere ai margini un processo lasciato libero: è interrompere il circolo, con la sola forza che può farlo, quella pubblica e politica.III. Le tesi di Agorà sulla questione territoriale.1. Bisogna procedere ad una modifica del Titolo V della Costituzione. Quell’intervento costituzionale è stato parte di un disegno neoliberale di decentramento competitivo figlio di una fase morta. È necessario ricostituire il ruolo strategico dello Stato, con il vecchio Titolo V del 1948. Bisogna ridisegnare in modo chiaro competenze e procedure, principi ed obiettivi nazionali, scelte ed applicazioni sul territorio. Gli indirizzi e le regole si decidono come paese, ai territori devono andare i benefici e l’attuazione. Programmazione strategica di indirizzo e radicamento delle scelte pratiche dove i cittadini possono vederle e misurarle.2. Deve aver luogo una ripresa della programmazione, urbanistica e delle reti (energia, viabilità, porti). Serve una nuova legge urbanistica nazionale che consenta al valore estratto dal territorio di essere condiviso. Non serve un museo per pochi, ma una casa per tutti. Ogni incremento di valore deve essere condiviso.La pianificazione delle reti non può essere affidata ai soli tecnici, né solo ai concessionari (nell’energia Enel e Terna, nel gas Eni e Snam, nelle strade Autostrade per l’Italia, etc.) che decidono da soli, senza sentire cittadini, comuni, province e regioni, spesso senza sentire neppure lo Stato. Localizzare un investimento per primo significa appropriarsene. La differenza di valore del suolo, generato da una concessione pubblica, è un prodotto della società tutta e deve tornare alla società.3. La casa deve essere finalmente un vero diritto. Bisogna promuovere riscatti pubblici, prelazione generalizzata in occasione di ogni compravendita, piani casa stabili e permanenti, non straordinari. Troppo spesso i valori delle case, ed i loro affitti, sono determinati da chi la città la usa (dai turisti, dalle grandi società immobiliari che cartolarizzano vani) e non da chi la vive.. Le città ed il territorio diventa uno spazio che non esprime una società insediata, quanto interessi anonimi espressi dalla matematica finanziaria. Obiettivo della programmazione deve essere anche la vivibilità (qualità, funzionalità e bellezza) delle città, la regolazione dei processi di trasformazione, la condivisione di energia, servizi e lavoro.4. Il territorio deve essere la base per l’offerta di lavoro. Nessuno deve essere costretto ad abbandonare la propria casa perché la propria terra è stata deprivata di ogni risorsa e opportunità. A questo fine devono essere cooptate la manutenzione territoriale, gli investimenti, la qualità dei servizi e delle reti. La macchina autovalorizzante della rendita determina l’espulsione dei meno forti, dei più giovani, dei meno radicati, e la loro concentrazione nei luoghi residuali. In Italia e altrove. È questo che va fermato.5. Servono riforme per l’energia: valore ai territori, bollette più basse con impianti, controllo pubblico degli investimenti. I grandi impianti sono più efficienti, ma non devono essere solo per pochi. Ogni grande impianto di produzione, accumulo di energia, deve rispondere al principio che mentre la programmazione va centralizzata, i benefici devono essere decentrati. È necessario che la proprietà sia almeno in parte condivisa con il territorio e con la parete pubblica, l’energia sia disponibile al consumo locale, la bolletta scenda. Vedi meno
I. Premessa
La questione territoriale è definita da cosa chiediamo al nostro ambiente, cosa di esso merita di essere conservato e cosa modificato per le esigenze della vita, e se ci riconosciamo nello spazio e nelle scelte che su di esso si fanno.
Il territorio è sempre un’arena ed un tessuto di interessi, che possono essere legittimi, ma devono essere in tal caso riconosciuti pubblicamente e sottoposti a discussione pubblica.
Tutti i territori sono elaborati dall’uomo, nel tempo. In questo contesto la questione energetica è centrale, essendo la base dello scontro multipolare e della trasformazione digitale in corso. Avere energia concentrata e importata da altri continenti sposta il peso decisionale sui rapporti di potenza esterni, mentre disporre di energia diffusa e prodotta localmente rende indipendente un paese. Altro tema centrale sono le grandi infrastrutture, spesso scelte in modo opaco, talvolta inutili.
Le nostre domande guida sono:
1. Il territorio è organizzato intorno ai beni collettivi o, piuttosto, alla rendita privata?
2. Lo spazio del nostro territorio respinge e segrega i più deboli (bambini, anziani, disabili, poveri, ecc.), o li protegge offrendo opportunità (casa, soccorso, lavoro)?
3. Il territorio garantisce la mobilità e l’interconnessione, fornisce i servizi di cui abbiamo bisogno?
II. Questioni
1. Sulla questione della rendita
Il territorio non è un contenitore neutro delle attività né solo un paesaggio-forma da custodire. È un prodotto sociale, dinamico, prodotto collettivamente nel tempo, spazio comune e forma della coesistenza. Contemporaneamente, è anche una macchina di accumulazione: i processi di urbanizzazione assorbono le eccedenze di capitale, la rendita differenziale comanda le localizzazioni, la finanza genera leva e credito agganciandosi ai differenziali di valore (fondiario, immobiliare, infrastrutturale).
Il doppio statuto del territorio come patrimonio comune e dispositivo estrattivo è cruciale. Ogni politica del territorio richiede di prendere posizione su questa dialettica. Una strada, una linea ferroviaria o stazione, un depuratore, impianto di trattamento, una stazione elettrica, o del gas, una fabbrica, un centro commerciale distribuiscono benefici e perdite. Spesso per attori diversi. La società tecnica inevitabilmente concentra funzioni e crea reti. Tutti le usano, anche senza accorgersene quando compiono i gesti più semplici, aprire un frigorifero, bere un bicchiere di acqua. Il punto è che beneficio e costo vanno compresi e discussi: tutti si giovano delle reti comuni, ma qualcuno le subisce.
Utilizzo e perdite spesso non sono bilanciati, ma calati dall’alto senza alcuna discussione, o condivisione. Nel disegno liberale delle istituzioni le decisioni si svolgono in sfere specializzate, con linguaggi specializzati e tra addetti specializzati. La legittimazione avviene per delega e secondo una complessa divisione del lavoro. Chiaramente, non tutto può sempre essere discusso indefinitivamente da tutti, sarebbe la paralisi, ma ogni decisione sui beni pubblici deve passare per la corretta informazione, e coinvolgimento, nel contesto di una programmazione condivisa. Il modello neoliberale prevede invece delega e mercato.
Il mercato non è cieco, funziona accumulando rendite e premiando il capitale, grande e piccolo. La rendita, nel contesto della città e del territorio capitalistici, è il principio di valorizzazione di tutto.
Anche per questo, ogni trasformazione territoriale crea immediatamente un conflitto che non è tanto, o solo, tra sviluppo e conservazione, ma tra la logica della valorizzazione (dell’accumulazione della rendita) e la logica dell’interesse pubblico.
Il punto centrale è che questa, la rendita (il “diventare ricchi nel sonno”), non produce nulla: ridistribuisce valore dai molti ai pochi, estraendolo dall’insieme della società. I casi degli ultimi decenni (le grandi operazioni di recupero per “tasselli” nelle aree a basso valore, tutti i progetti degli stadi affidati ai privati, i fenomeni di ‘rigenerazione urbana’ come copertura retorica della messa a rendita delle aree semicentrali) mostrano il medesimo meccanismo: la localizzazione dell’iniziativa massimizza il differenziale di valore, lo traduce in rendita, e mette in tal modo la città e il territorio a disposizione del progetto. È semplice, e basta verificare la dinamica di crescita storica di ogni area urbana, da Roma a Londra: ogni investimento di capitale in un luogo addensa valori fondiari ed urbani intorno a sé, nel farlo determina spostamento di persone, attività e svuota altre aree. Sono quelle che vengono, successivamente, interessate da altre operazioni di “sviluppo”, in quanto il terreno costa di meno, e maggiore è il differenziale di valore che al termine si ottiene. Lo stesso avviene con gli altri progetti infrastrutturali ed energetici, o per i grandi centri commerciali, le lottizzazioni turistiche, le grandi fabbriche. Questa regola può essere contrastata solo in un modo: con la pianificazione.
Ciò che dovrebbe avvenire, ma non avviene, è che ogni trasformazione restituisca al territorio il valore che estrae come rendita. Il principio da seguire è semplice: il valore creato da un atto pubblico, come una destinazione urbanistica o un’autorizzazione, deve ritornare al pubblico per la parte che è produzione comune e non lavoro individuale.
2. Sulla fragilità del territorio
Il dissesto idrogeologico, il rischio sismico e vulcanico, l’erosione costiera, gli effetti del cambiamento del clima non sono fatalità naturali che colpiscono un territorio innocente: sono spesso il lato passivo della rendita. In assenza di regole forti il capitale, grande (lottizzazioni residenziali, turistiche, commerciali) e piccolo (le case abusive) costruisce nei terreni liberi e marginali, rischiosi e di poco valore, perché in questo modo la rendita è massima. Un terreno paludoso, franoso, sismico, esondabile è preferito dal capitale grande e piccolo perché dopo l’intervento vale di più e costa meno, ovvero crea una rendita maggiore. Si costruisce dove non si deve perché la rendita comanda le localizzazioni. Si realizzano gli investimenti (ad esempio, turistici) e si costruiscono le case dove il terreno costa poco, perché il piano le dichiara non edificabili, a causa del rischio.
Abbiamo così intere città sulle sponde di vulcani famosi per aver ucciso migliaia di persone, ma in epoca remota, sulle sponde di fiumi pronti ad esondare, in aree note per essere franose, o su faglie tettoniche attive, e poi si verificano disastri, emergenze, che la collettività è chiamata a sanare.
A valle di questa distorsione serve anche la messa in sicurezza del territorio come grande opera pubblica diffusa e una politica permanente di manutenzione. Questa è anche la vera politica di piena occupazione territoriale, in quanto produce lavoro qualificato, non delocalizzabile, distribuito dove serve.
3. Sul diritto alla casa
L’articolo 3 della Costituzione assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli materiali al pieno sviluppo della persona. Il più clamoroso di questi ostacoli è l’assenza di un’adeguata disponibilità abitativa. Le politiche neoliberali hanno solo allargato il mare del disagio abitativo: edilizia pubblica definanziata, social housing che esclude programmaticamente i poveri, soluzioni emergenziali e punitive per i “superflui”.
Bisogna invertire completamente questa logica. Serve una massiccia e costante offerta pubblica diretta, su base annuale. Serve il riscatto e la rifunzionalizzazione del patrimonio esistente, sfitto e degradato. Sono indispensabili alloggi sociali diffusi nella città, di tutte le taglie, in tutti i quartieri. È indispensabile regolare e calmierare il mercato della locazione.
In ogni caso bisogna istituire, in tutte le transazioni immobiliari, di qualsiasi dimensione e prezzo, un diritto di prelazione pubblica.
Bisogna che tutti gli immobili acquisiti al patrimonio perché abusivi, qualora le condizioni di sicurezza lo consentano, siano destinati prioritariamente a programmi di edilizia sociale, in alternativa ad attrezzature pubbliche, orti urbani, parcheggi pubblici, spazi comuni. La vendita, che normalmente torna ai vecchi proprietari, va esclusa in ogni caso.
La casa è l’infrastruttura materiale di ogni possibile inclusione: di cittadini come di immigrati. Senza casa, ogni discorso su inserimento e coesione resta formula astratta e ipocrita. La direzione complessiva della risposta alla dualizzazione urbana è sicurezza e capacitazione, non sicurezza e controllo. (Per “capacitazione” si intende la rosa delle opportunità reali di partecipare alla vita comune e di realizzarsi.) Bisogna operare con la massima determinazione contro sterili derive securitarie, da una parte, e contro la versione tecnocratica delle smart cities, dall’altra. Considerando tutto ciò, occorre rimettere le mani sulla macchina valorizzante. Ciò significa riorientare le forze socializzanti incorporate nell’urbano verso forme di inclusione capacitante non guidata dal mercato, ed usare a tal fine il capitale pubblico per uscire dal dominio assoluto della logica della valorizzazione.
La questione della casa è quindi una questione sociale, è la medesima questione dell’inclusione sociale e del lavoro. Il capitale pubblico deve essere impiegato, e quello privato mobilitato, per riscattare e rifunzionalizzare l’edilizia esistente, in modo diffuso, evitando concentrazioni e polarizzazioni (ma favorendo, al contrario, l’integrazione e la messa in contatto di classi e ceti), operando indirettamente sui valori immobiliari e la dinamica delle rendite attraverso i fitti.
La tecnologia può essere occasione, intervenendo attraverso la creazione di piattaforme pubbliche, inizialmente connesse con il progetto di inclusione e di attivazione dell’abitare, ma successivamente aperte a tutti. Queste piattaforme dovrebbero essere ‘comunitarie’, ovvero territoriali, ed essere la base sulla quale si condivide, nella rete delle case sociali e in quella generale, l’accesso all’energia, la condivisione dei consumi, l’acquisto in comune e la messa a disposizione reciproca di servizi su una rete di scambio volontaria.
L’obiettivo generale deve essere di contrastare la separazione della società urbana e del suo insediamento in aree connesse, sconnesse o marginali, isole di valore e “bacini dell’ira” (es. banlieue). Separazioni tra aree nelle quali si concentrano i capitali, i ‘salotti’ delle città, le aree turistiche, e quelli dai quali fuggono, le periferie. Abbandonando all’ira, coltivata, sfruttata, sorvegliata, chi ci vive. Il motore di questo processo, che si determina per suo proprio moto, è la formazione della rendita. Qui torna la pianificazione del territorio come barriera contro la speculazione che rallentando gli usi “caldi” ed inefficienti del denaro, incentiva al contempo quelli più produttivi per la società.
4. Sulle reti energetiche e la programmazione pubblica
La lezione negativa degli ultimi trent’anni è che la localizzazione su iniziativa dell’operatore privato, dagli stadi agli impianti, dai centri commerciali ai centri turistici, rovescia e vanifica ogni pianificazione pubblica. Sistematicamente il pubblico ratifica ciò il capitale ha già scelto.
Deve accadere l’esatto contrario: la programmazione deve precedere e informare le scelte, non inseguirle. Il modello neoliberale va integralmente superato e sostituito con il ritorno della programmazione pubblica. Ogni investimento necessario è possibile solo se adeguatamente previsto e programmato.
La transizione energetica e tecnica (rinnovabili, data-center, IA, e i suoi abilitatori, le smart cities) rende evidente che il vero Piano regolatore del territorio contemporaneo sono le reti. 316 Gigawatt di richieste di connessione alla rete, e quindi capacità di produzione potenziale, di cui duecento concentrati in tre regioni italiane, sono i figli legittimi delle reti di trasmissione. Ovvero del loro disordine. Si tratta, infatti, di tre volte l’obiettivo al 2030 di nuovi impianti da rinnovabili e una volta e mezzo quello al 2050. Tutti promossi ora.
Oggi chi programma la rete (quella elettrica, della mobilità, dei dati) programma il territorio, attira gli investimenti, rende possibile la crescita. E qui la logica liberista ha fatto i maggiori danni. La rete segue le richieste degli operatori invece di dirigerle. Dove la rete era già forte, ad esempio vicino alle ex centrali nucleari, o a grandi centrali da fossili in parte spente, la piena libertà per chiunque di presentare qualunque richiesta di connessione (una S.r.l.s. con tremila euro di capitale, per la legge vigente, può chiedere una connessione per 100 MW, ovvero proporre investimenti da 80 milioni di euro) ha determinato un meccanismo ad inseguimento: dove i terreni costavano di meno e la rete era capiente si è attivata una corsa a chiedere la connessione. In tal modo, poiché la rete è obbligata dalla legge ad accogliere tutti, accade l’inevitabile. Più impianti nominalmente arrivavano, più la rete si potenzia, più ne vengono: reti chiamano impianti, che creano stazioni, che attirano impianti nuovi, che aumentano le stazioni, e via dicendo. In questo modo si sono generati ingorghi di pura carta in parte della Sardegna, nella Tuscia laziale, in parte della Toscana, dell’Emilia-Romagna, della Puglia, della Sicilia, etc. Tutta questa carta non sarà mai impianto reale, ma crea aspettative, altera i mercati fondiari, attira mediatori.
Concretamente, un’azienda normalmente neocostituita fa un progetto di massima, appena un abbozzo, e chiede al gestore di essere connesso alla rete, inviando duemilacinquecento euro. È la cosiddetta STMG (Soluzione Tecnica Minima Generale). Quando Terna, o Enel, danno la connessione, come sono costretti dalla legge a fare, devono riprogettare la rete per accogliere la potenza, anche se l’impianto non c’è e potrebbe non esserci mai. La rete si potenzia per pura carta. I progetti sono realizzati normalmente in una proporzione di uno a cinque, anche meno. Ma la rete potenziata può accogliere altra energia, potenzialmente. Allora arrivano altri progetti. La piramide di carta sale verso il cielo.
Tutto questo deve cessare. Si deve passare alla pianificazione sotto controllo pubblico e davanti ai cittadini e le istituzioni.
Bisogna agire in modo radicale. Questo potrebbe essere un pacchetto:
a. Va fermata la speculazione sui suoli, ovvero l’appropriazione della rendita da parte dei molti intermediari, grandi e piccoli. Ogni investimento deve restituire il valore che trae dal territorio:
i. Una quota di capitale deve essere acquisita da Cassa Depositi e Prestiti, ovvero dallo Stato. Lo Stato deve avere un ruolo nella transizione.
ii. Come accade alle aree industriali regolate, per interrompere la speculazione, un ente pubblico di scala provinciale deve avere il diritto di prelazione per acquisire il terreno a prezzo controllato e metterlo a disposizione con regole certe.
ii. Ogni grande impianto che si insedia per produrre energia deve offrire parte delle quote del suo capitale in crowdfunding. Ai cittadini devono arrivare gli utili.
iii. A chi non aderisce deve essere comunque offerta l’energia a prezzo scontato. Un Contratto Territoriale di fornitura con una garanzia pubblica a protezione delle due parti, al quale ogni impianto in un territorio sia tenuto ad aderire. Solo in queste condizioni il capitale privato va a vantaggio di tutti.
b, Il territorio che produce più energia di quanto consuma la deve pagare di meno. In Sardegna, in Sicilia, in Puglia, nel Lazio si deve formare il prezzo dell’energia per la Sardegna, la Sicilia, la Puglia, il Lazio. Va completato subito il percorso programmato verso il prezzo zonale al consumo. Oggi paghiamo la stessa bolletta in tutta Italia, chi vende l’energia ottiene prezzi diversi nelle diverse regioni. È una riforma a metà da completare. Una regione come la Tuscia laziale, o la provincia di Foggia, che ospitano molti più impianti eolici e fotovoltaici della media nazionale devono pagare meno l’energia. Basta che il prezzo si formi nella Tuscia laziale o nella provincia di Foggia. Energia meno cara porterà anche più lavoro. Più basso è il costo dell’energia più ricchezza è disponibile per i cittadini, le imprese, le associazioni.
c. Bisogna sostenere l’elettrificazione diffusa, le Comunità Energetiche, gli acquisti cooperativi di energia, l’autoconsumo, le Centrali virtuali territoriali. Il sole ed il vento, e l’acqua devono essere occasioni per invertire il circolo della crescita ineguale del mezzogiorno e delle aree interne, montane, di tutto il paese: Nord, Centro, Sud e isole.
Il paese ha bisogno di investimenti seri, industriali, diretti alla modernizzazione. Ma:
1. Non ha bisogno di museificare tutto, il mondo cambia.
2. Non ha bisogno neppure di mediatori, procacciatori e di tutti coloro che estraggono valore prendendo un suolo povero, a poco prezzo, e con una concessione pubblica lo trasformano in un sito produttivo ad alto valore.
3, Non ha bisogno di concessionari ai quali viene data licenza di decidere cosa verrà realizzato senza rendere conto a nessuno.
4, Non ha bisogno del modello di scelta localizzativa decentrata in cui chiunque decide tranne i cittadini.
5, Non ha bisogno di chi specula sulla rendita fondiaria.
E qui si torna al punto 1. Mettendo al centro la questione della rendita si capisce che la pianificazione non è una questione estetica, non è questione di proteggere monumenti: è l’unico presidio possibile contro la speculazione. Dei grandi come dei piccoli. Ed è il solo modo perché il territorio produca e lavori anche per l’interesse collettivo. In altre parole, bisogna rallentare gli usi “caldi” e inefficienti del denaro e incentivare quelli “pazienti” e produttivi, spingendo indirettamente innovazione e occupazione di qualità.
5. Sul ruolo del territorio nello scontro multipolare.
Il territorio è anche il luogo nel quale si scarica lo scontro tra poli mondiali: si traduce in potenziamento dei porti, creazione di nuovi assi logistici, potenziamento delle reti elettriche, dei gasdotti, costruzione di sempre nuovi e più grandi data-center, spostamento di rotte e corridoi energetici. Se vogliamo un paese che fondi il proprio futuro sulla crescita della domanda interna, invece che sulle esportazioni guidate da sempre meno multinazionali, sul valore restituito ai cittadini (con salari in crescita; lotta al caro affitti; incremento dell’offerta di lavoro; riduzione del suo orario a parità di salario; erogazione di servizi e beni universali, sanità, mobilità, interconnessione) si deve partire riequilibrando il proprio territorio.
Bisogna produrre come paese un grande piano di conversione del sistema economico che parta dalle domande: “per chi?” e “perché?”.
In questo senso il Mezzogiorno, come le aree interne di tutto il paese, non è un ritardo da colmare ma è il luogo nel quale si decide il modello: si punta sulla trazione esterna o sullo sviluppo a partire dalle proprie caratteristiche e valori. Del Mezzogiorno si parla sempre come di un ritardo: terra “indietro”, che deve “recuperare”, “agganciare il treno”. Lo abbiamo sentito in ogni registro, anche per le aree montane delle Alpi, degli Appennini, per le piane periferiche venete, o emiliane. Non è mai stato vero.
La ragione delle aree ‘vuote’ è che ci sono quelle ‘piene’. I paesi più forti drenano surplus potenziale da quelli più deboli e in questo modo determinano contemporaneamente il proprio sviluppo e il sottosviluppo degli altri. Sviluppo e sottosviluppo non sono due stadi della stessa strada: sono prodotti simultanei e relativi di un unico sistema integrato. Il Sud non è rimasto indietro; è stato messo al lavoro per far correre altri. Non è accidentale che la formula “sviluppo del sottosviluppo”, coniata per il Sudamerica, trovasse come esempio esattamente il mezzogiorno italiano. La questione non è la modernizzazione mancata: è la posizione assegnata dentro una gerarchia. Anche qui serve pianificazione pubblica.
C'è chi organizza il trasferimento delle eccedenze (di capitali, merci, forza lavoro) trattenendo per sé parte del surplus estratto dai processi di produzione. È rubato a chi quel surplus lo ha prodotto. Questa asimmetria nella mobilità è la struttura elementare del dominio capitalistico contemporaneo: da una parte attori globali capaci di spostare capitale e tecnologia da un posto all'altro, di sfruttare i differenziali geografici, o meglio di crearli; dall'altra territori che vedono fuoriuscire il valore che hanno creato. Ogni discussione su “attrattività”, “competitività”, “capitale umano” che non parta da qui è un diversivo. La questione non è rendere le periferie più attraenti per chi estrae. La questione è chi trattiene il surplus, e dove si accumula; chi gestisce la rendita; per chi lavora.
La periferia non è dall'altra parte del mondo. Le “colonie interne” sono le aree di sfruttamento intercluse dentro i centri: il mezzogiorno d'Italia, il sud degli Stati Uniti, l'Irlanda di ieri, le aree deboli nel cuneese, nel veneto rurale, nelle aree montane a Nord come a Sud — le campagne, le aree interne, i quartieri espulsi di oggi. Aree costrette in un rapporto ineguale che porta contributi a quelle sviluppate, spostando lì il surplus economico, mentre i centri dominanti sfruttano dissimmetrie organizzative e di mercato.
Il colonialismo non è finito: ha cambiato scala e si è fatto poroso, ha disegnato un mondo a pelle di leopardo dove tanti centri interconnessi sfruttano insieme periferie distribuite, a volte vicinissime, a volte interne. Chi cerca la frontiera del conflitto guardi la mappa dei treni soppressi, degli ospedali chiusi, delle scuole accorpate. La frontiera passa di lì.
Passa per le aree della conurbazione di Milano, le enclave a Napoli, di Roma, di ogni centro. Tutte aree che sono periferia, anche quando sono al centro.
Il punto politico è che il libero gioco delle forze di mercato non riequilibra: incrementa le ineguaglianze, favorendo la concentrazione delle risorse nelle località forti. Le “economie di agglomerazione” producono sempre effetti di riflusso su quelle di provenienza. È la causazione circolare e cumulativa: chi ha, attrae; chi perde, cede anche quello che ha.
Aspettare che il mercato riporti la vita dove l'ha tolta è come aspettare che il fiume risalga la montagna. La questione non è correggere ai margini un processo lasciato libero: è interrompere il circolo, con la sola forza che può farlo, quella pubblica e politica.
III. Le tesi di Agorà sulla questione territoriale.
1. Bisogna procedere ad una modifica del Titolo V della Costituzione. Quell’intervento costituzionale è stato parte di un disegno neoliberale di decentramento competitivo figlio di una fase morta. È necessario ricostituire il ruolo strategico dello Stato, con il vecchio Titolo V del 1948. Bisogna ridisegnare in modo chiaro competenze e procedure, principi ed obiettivi nazionali, scelte ed applicazioni sul territorio. Gli indirizzi e le regole si decidono come paese, ai territori devono andare i benefici e l’attuazione. Programmazione strategica di indirizzo e radicamento delle scelte pratiche dove i cittadini possono vederle e misurarle.
2. Deve aver luogo una ripresa della programmazione, urbanistica e delle reti (energia, viabilità, porti). Serve una nuova legge urbanistica nazionale che consenta al valore estratto dal territorio di essere condiviso. Non serve un museo per pochi, ma una casa per tutti. Ogni incremento di valore deve essere condiviso.
La pianificazione delle reti non può essere affidata ai soli tecnici, né solo ai concessionari (nell’energia Enel e Terna, nel gas Eni e Snam, nelle strade Autostrade per l’Italia, etc.) che decidono da soli, senza sentire cittadini, comuni, province e regioni, spesso senza sentire neppure lo Stato. Localizzare un investimento per primo significa appropriarsene. La differenza di valore del suolo, generato da una concessione pubblica, è un prodotto della società tutta e deve tornare alla società.
3. La casa deve essere finalmente un vero diritto. Bisogna promuovere riscatti pubblici, prelazione generalizzata in occasione di ogni compravendita, piani casa stabili e permanenti, non straordinari. Troppo spesso i valori delle case, ed i loro affitti, sono determinati da chi la città la usa (dai turisti, dalle grandi società immobiliari che cartolarizzano vani) e non da chi la vive.. Le città ed il territorio diventa uno spazio che non esprime una società insediata, quanto interessi anonimi espressi dalla matematica finanziaria. Obiettivo della programmazione deve essere anche la vivibilità (qualità, funzionalità e bellezza) delle città, la regolazione dei processi di trasformazione, la condivisione di energia, servizi e lavoro.
4. Il territorio deve essere la base per l’offerta di lavoro. Nessuno deve essere costretto ad abbandonare la propria casa perché la propria terra è stata deprivata di ogni risorsa e opportunità. A questo fine devono essere cooptate la manutenzione territoriale, gli investimenti, la qualità dei servizi e delle reti. La macchina autovalorizzante della rendita determina l’espulsione dei meno forti, dei più giovani, dei meno radicati, e la loro concentrazione nei luoghi residuali. In Italia e altrove. È questo che va fermato.
5. Servono riforme per l’energia: valore ai territori, bollette più basse con impianti, controllo pubblico degli investimenti. I grandi impianti sono più efficienti, ma non devono essere solo per pochi. Ogni grande impianto di produzione, accumulo di energia, deve rispondere al principio che mentre la programmazione va centralizzata, i benefici devono essere decentrati. È necessario che la proprietà sia almeno in parte condivisa con il territorio e con la parete pubblica, l’energia sia disponibile al consumo locale, la bolletta scenda.
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