
Berlino vuole rispedire indietro i migranti. Un portavoce del ministero federale dell’Interno lo ha messo nero su bianco ieri, rispondendo a una domanda dell’agenzia Ansa: il sistema di Dublino è “una condizione imprescindibile” per il funzionamento del nuovo sistema europeo comune di asilo, entrato in vigore il 12 giugno, e la Germania “si aspetta pertanto che, a partire da tale data, vengano nuovamente effettuati i trasferimenti verso l’Italia e la Grecia“.
Tradotto dal linguaggio burocratico: chi è sbarcato in Italia, poi è salito su un treno e si è presentato in Baviera o ad Amburgo a chiedere asilo, per Berlino è un problema di Roma. E va riportato a Roma.
Cosa prevede davvero il Patto (e perché Dublino non è morto)
Il principio è vecchio di trent’anni e si chiama regolamento di Dublino: la domanda di asilo la esamina il primo Paese dell’Unione in cui il migrante mette piede. Per l’Italia, con tremila chilometri di coste sul Mediterraneo, è una condanna scritta a tavolino da chi sta al centro del continente e non ha un solo metro di frontiera esterna sul mare.
Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, in vigore da meno di due mesi, ha cambiato molte cose — procedure più rapide, fondi per gli hub di rimpatrio fuori dall’Unione sul modello dell’accordo con l’Albania, un meccanismo di “solidarietà obbligatoria ma flessibile” per cui chi non accoglie paga (si parla di ventimila euro per ogni ricollocamento rifiutato) — ma il cuore di Dublino è rimasto lì dov’era. Il Paese di primo ingresso resta il responsabile. Anzi: le nuove norme di esecuzione rendono i trasferimenti “vincolanti e praticabili per tutti gli Stati membri”. Meno margini di manovra, meno scappatoie.
Il primo caso: una ragazza somala e una lettera del 25 giugno
Il caso simbolo ha un nome. Una cittadina somala di 22 anni, arrivata in Germania il 31 marzo dopo aver attraversato l’Italia, ospitata in un centro di accoglienza in Baviera, dove vivono già la madre e il fratello. Il 25 giugno le è stata consegnata una lettera del ministero dell’Interno tedesco: il prossimo 19 agosto la polizia la verrà a prendere e sarà trasferita in Italia. Motivo: la sua domanda è “di competenza dell’Italia”.
Il dettaglio giuridicamente più interessante è un altro. Berlino aveva chiesto a Roma di riprendersela già a giugno. L’Italia non ha risposto entro il termine previsto. E allora è scattato il silenzio-assenso: richiesta “considerata accettata”. Non serviva un “sì“. Bastava non dire un “no” in tempo.
Il Viminale: “Nessun dublinante da riprendere”
La replica italiana è arrivata per vie informali, come sempre in questi casi. Fonti del ministero dell’Interno sostengono che non c’è “alcun dublinante da riprendere da Berlino”: tutti i casi precedenti al 12 giugno sono azzerati in virtù di un’intesa specifica siglata con alcuni dei principali Paesi europei, Germania compresa. E per chi è arrivato dopo, dicono, è “prematuro” immaginare che si sia già spostato altrove: troppo poco tempo per accertarlo.
C’è poi la contromossa politica, e non è banale: l’Italia eccepirà che qualunque rientro vada “compensato” con i migranti scaricati sulle nostre coste dalle navi delle organizzazioni non governative che battono bandiera di Paesi europei. E la maggior parte di quelle bandiere è tedesca. Vuoi restituirci i tuoi? Prima riprenditi quelli che ci hai portato tu.
Bruxelles, però, ha già fatto capire da che parte sta. In una valutazione del 15 luglio la Commissione ha ricordato che lo Stato ricevente non può rifiutare un trasferimento e deve al massimo proporre una data alternativa. Nelle prime settimane di applicazione delle nuove regole otto Stati membri hanno presentato richieste di presa in carico: dodici trasferimenti verso l’Italia, dodici respinti. E l’Esecutivo europeo ha invitato Roma a “rimuovere con urgenza” gli ostacoli. Il numero complessivo dei casi accumulati in questi anni è impressionante: si parla di decine di migliaia di richieste mai onorate dal 2022 a oggi.
Dopo Ceuta, l’Europa dei muri interni
Non è un fulmine a ciel sereno. È l’onda di ritorno di Ceuta. L’assalto all’enclave spagnola ha fatto saltare il tavolo: l’Italia, insieme ad altri Paesi, ha sospeso Schengen nei confronti della Spagna per i cittadini extracomunitari, e Madrid ha reso pan per focaccia, rendendo la vita difficile agli italiani che entrano in Spagna (come se poi i clandestini prendessero l’aereo). La Germania quella sospensione l’ha avallata. Poi, quarantott’ore dopo, ha annunciato che ci rimanda indietro i migranti.
Nel frattempo Giorgia Meloni firma con la premier danese Mette Frederiksen una dichiarazione congiunta contro “l’immigrazione incontrollata”, giudicata inaccettabile.
Ritorsione o campagna elettorale di Merz?
La lettura più diffusa a Berlino è la seconda. Friedrich Merz è in affanno, l’Alternativa per la Germania cresce nei sondaggi, e il 6 settembre si vota in Sassonia-Anhalt. La linea dura sull’immigrazione serve a togliere voti alla destra: secondo diversi osservatori tedeschi, sta ottenendo l’effetto opposto. Il cancelliere che nel 2015 non ha impedito nulla oggi scarica il conto su Roma e Atene.
Ma come si stabilisce da dove è entrato un clandestino? Il migrante che arriva in Germania senza documenti, dopo aver attraversato mezzo continente, potrebbe essere passato dai Balcani, dalla rotta orientale, dalla Polonia, dalla Grecia, dalla Spagna. Se un anno prima è stato fotosegnalato a Lampedusa, la responsabilità è italiana. Se nessuno l’ha mai schedato, è di nessuno. Il sistema, cioè, punisce chi identifica e premia chi lascia passare senza guardare.
Ed è qui il paradosso che gli italiani pagano ogni giorno, nelle stazioni, nelle periferie, nei quartieri dove la percezione di sicurezza è crollata: l’Italia viene trattata come la sala d’attesa del continente. Prima ti chiedono di accogliere. Poi di trattenere. Infine provano a spedirti a casa anche chi è arrivato da altre strade, con la polizia tedesca che accompagna la gente all’aeroporto e la burocrazia italiana che fa i salti mortali per difendersi.
E puntualmente arrivano i drammi umanitari, con i barconi assassini in mezzo al Mediterraneo. Ma è un dramma che ha responsabilità precise: quelle di chi non crea le condizioni perché tutte queste persone possano trovare una vita dignitosa nella loro terra (ma anzi la depredano continuamente), e quelle di chi sfrutta l’avidità feroce degli scafisti per manganellare politicamente gli stati che non controlla.
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