Le ambasciate degli Stati Uniti in mezzo Medio Oriente hanno diffuso oggi, sabato 1° agosto, un avviso di sicurezza pressoché identico, pubblicato in contemporanea sui rispettivi siti e sui canali social: i cittadini americani residenti nella regione «dovrebbero valutare la possibilità di andarsene, o essere pronti a farlo in caso di escalation». Il messaggio è partito dal Cairo e si è propagato verso est: Amman, Gerusalemme, Baghdad, Muscat, Beirut. Chi si trova fuori dall’area, avverte il testo, deve «riconsiderare seriamente» qualsiasi viaggio da e per il Medio Oriente.
La motivazione ufficiale è scritta nero su bianco: «Il contesto di sicurezza rimane complesso, con il potenziale di un’escalation imprevista». E poi il passaggio politicamente più pesante: «Il regime iraniano è imprevedibile», si legge, come dimostrerebbero le decisioni di colpire aree della regione «senza preavviso né provocazioni» e di estendere gli attacchi a territori fino a ieri risparmiati, l’Egitto in testa.
Cosa dice esattamente l’avviso
L’avviso non è generico. In Giordania agli americani è stato raccomandato di stare alla larga dalle basi militari statunitensi nel Paese, bersaglio nei giorni scorsi di lanci missilistici iraniani. In Israele l’indicazione è di individuare il rifugio antiaereo più vicino alla propria abitazione. A Beirut l’ambasciata ha ricordato di trovarsi ancora in regime di «partenza ordinata»: il personale governativo non essenziale è già stato fatto uscire dal Libano.
Si segnalano cancellazioni di voli, chiusure intermittenti dello spazio aereo, rotte sospese da diversi vettori. E un ulteriore avvertimento che allarga il perimetro ben oltre la regione: l’Iran e i gruppi a esso vicini potrebbero colpire interessi statunitensi «all’estero», comprese imprese e istituzioni associate agli Stati Uniti in qualsiasi parte del mondo. Le sedi diplomatiche, precisano, restano aperte per il rilascio ordinario dei visti. Un dettaglio burocratico che suona quasi surreale accanto al resto.
Il contesto: cinque mesi di guerra aperta
Il conflitto è deflagrato il 28 febbraio scorso, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi contro l’Iran. Teheran ha risposto con missili e droni su tutta la regione. Dopo una breve pausa, negli ultimi giorni gli scambi di fuoco notturni sono ripresi, salvo una tregua di fatto nella notte tra venerdì e sabato.
La geografia della guerra si è nel frattempo dilatata. Mercoledì un drone ha colpito una nave cisterna statunitense ormeggiata in un porto egiziano, provocando un incendio: il Cairo ha aperto un’inchiesta senza attribuire ancora la responsabilità. Il Kuwait ha dichiarato di aver intercettato sabato droni iraniani diretti verso un’infrastruttura governativa. Nei pressi dello Stretto di Hormuz una petroliera è stata centrata da un proiettile di provenienza non identificata. Teheran accusa Washington di «escalation delle tensioni» e ha messo in guardia chiunque accetti di fare da «scudo difensivo» agli americani: un avvertimento diretto alle monarchie del Golfo che ospitano basi statunitensi. E soprattutto, l’Arabia Saudita è definitivamente entrata in guerra.
Perché un avviso consolare è un indicatore strategico
Qui sta il punto che i notiziari tendono a liquidare in tre righe. Un avviso consolare non è un bollettino meteo. È l’unico segnale pubblico che un governo emette quando, sulla base di informazioni che non renderà note, ritiene che il rischio per i propri cittadini stia per cambiare di grado. Nella storia recente, gli inviti delle cancellerie — americane e russe — a lasciare un determinato territorio hanno preceduto di giorni, talvolta di ore, un salto di intensità dei combattimenti. Non è profezia: è che chi bombarda, o chi si aspetta di essere bombardato, mette per prima cosa al riparo i propri civili.
La simultaneità è l’elemento più eloquente. Un messaggio identico diffuso nello stesso momento da capitali con situazioni di sicurezza radicalmente diverse — Baghdad non è Muscat, Amman non è Gerusalemme — non nasce dalle valutazioni locali dei singoli capi missione, ma da Washington. È una decisione unica, presa al centro, e calata su tutta la rete diplomatica.
A rafforzare la lettura ci sono le indiscrezioni circolate nelle ultime ore sulla stampa statunitense, secondo cui il presidente Donald Trump avrebbe ordinato un nuovo, pesante attacco proprio per questo fine settimana. Notizia non confermata da fonti ufficiali, da maneggiare con il condizionale. Ma che, incrociata con l’avviso consolare, disegna una sequenza logica difficile da ignorare.
Cosa aspettarsi
Nessuno può quantificare con precisione la probabilità di un precipitare degli eventi. Ma la combinazione di elementi — allargamento dei bersagli oltre i confini tradizionali del conflitto, coinvolgimento di Egitto e Kuwait, attacchi al traffico mercantile vicino a Hormuz, personale diplomatico non essenziale già evacuato dal Libano, avviso simultaneo a tutti i cittadini americani della regione — non descrive una fase di stabilizzazione. Descrive un sistema che si prepara a incassare un colpo o a darlo.
E mentre in Italia la politica estera resta un argomento buono per il tempo che avanza dopo la cronaca locale, converrebbe ricordare che Hormuz è il collo di bottiglia da cui passa una quota decisiva del greggio mondiale. Se quel tratto di mare si chiude, il conto non arriva soltanto ai cittadini americani invitati a fare le valigie. Arriva anche alle nostre bollette, ai nostri distributori, alle nostre imprese. Le ambasciate avvertono i loro cittadini coinvolti nelle aree interessate, ma chi avverte noi che vorremmo stare tranquilli a casa nostra, o perlomeno sapere di che morte dobbiamo morire?---
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