
Autore: Nanni Marcenaro
Studioso di questioni filosofiche; saggista; segretario PCUP di Genova
ILVA, oltre Taranto: la crisi dei distretti di Novi Ligure e Genova Cornigliano, la via win-win e la “civiltà ecologica” cinese.
Possiamo negare che in questi ultimi, non esageriamo, vent’anni, dal famoso, o famigerato, “accordo di programma” del 2005, i governi, amministrazioni comunali, direzioni aziendali che si sono succedute alla guida, o alla gestione straordinaria, dell’ex-Italsider, l’unico polo siderurgico italiano che lavora su una produzione di acciaio a ciclo completo, sembrano avere fatto a gara per fregiarsi del titolo di più inetto, incapace, ingannevole, e procrastinatore?
Se sullo stabilimento di Taranto incombe la sentenza emessa poche settimane fa dal Tribunale di Milano, che impone la chiusura dell’area a caldo, e lo spegnimento dell’altoforno e della cokeria, prospettando una disastrosa interruzione definitiva delle attività produttive, gli impianti di lavorazione secondaria, tra cui quelli di Novi Ligure e di Genova Cornigliano non se la passano affatto meglio.
Quest’ultimo in particolare sembra ormai vivere una fase di declino che pare inarrestabile, con un progressivo ridimensionamento della forza-lavoro, che in questi due decenni è calata da circa 2,000 addetti ai 900 attuali, risultato innanzitutto degli accordi presi proprio nel 2005, quando le parti sociali non pretesero un mantenimento del numero di addetti nel tempo, ma si accontentarono soltanto di farsi garantire la “continuità occupazionale” di coloro che già erano assunti.
Con la sentenza di Milano e la recente manifestazione d’interesse pervenuta al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (sic) da parte di una cordata di quattordici imprese italiane del settore elettro-siderurgico per le sole aree cosiddette “a freddo” dell’azienda, la prospettiva che si apre per lo stabilimento di Genova –ma lo stesso vale per gli altri siti produttivi– non è delle migliori, ormai messo all’angolo dalla sempre più prepotente tendenza espansiva delle attività portuali: i terminalisti hanno già fatto sapere di essere interessati allo sfruttamento delle banchine una volta utilizzate dall’acciaieria e oggi desolatamente abbandonate a se stesse.
Tenuta in considerazione l’ancora vigente offerta degli indiani di Jindal, che afferma di volere comunque rilevare anche le aree “a caldo” dello stabilimento tarantino, la cui consistenza è tutta da verificare, qualora l’intemerata degli industriali italiani vada a buon fine, l’impianto genovese vedrà una conversione al servizio di lavorazione dell’acciaio prodotto dalle imprese private, le quali hanno posto al governo anche una serie di “condizioni abilitanti” perché l’offerta possa dirsi valida.
Queste condizioni non sono state rese note pubblicamente, ma, secondo le indiscrezioni giornalistiche, si tratta di clausole onerose a carico dello Stato, a tutto vantaggio del profitto dei capitalisti, necessarie per assicurare la “sostenibilità” dell’ingresso della filiera dell’elettro-siderurgia nella gestione degli impianti a freddo, tra cui un impegno alla decarbonizzazione, con l’impiego del ferro preridotto (DRI, Direct Reduced Iron) come materia prima essenziale, in aggiunta al rottame, e un accesso libero e completo alle banchine portuali connesse agli impianti.
La manovra degli industriali appare chiara: da una parte avere a disposizione gli spazi necessari a favorire un crescente afflusso del DRI –che migliora la qualità del prodotto finale, rendendolo adatto anche ad usi per i quali l’acciaio da ciclo integrato era insostituibile– ai siti di lavorazione, e in questo modo diminuire gradualmente la percentuale di acciaio prodotto dal riciclo dei rottami, che nel settore in Italia conta ancora per circa il 70-80% della materia prima, e in questo modo, utilizzando i propri stabilimenti per sostituire nella produzione degli acciai di alta qualità il prodotto ancora oggi fornito dall’acciaieria di Taranto.
Inoltre, poiché, secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, nell’offerta avanzata da Federacciai, si prevede un investimento di 11 miliardi di euro, di cui ben 10 a carico dello Stato, appare chiaro che, dall’altra parte, gli imprenditori dell’acciaio, da Arvedi a Marcegaglia, intendono accollare al pubblico, e cioè a spese di noi tutti, la costruzione dell’impianto fondamentale per i loro affari, ed ossia appunto uno stabilimento DRI, il cui costo può arrivare a ben € 5 miliardi per una sola unità, e che in Italia oggi non esiste, facendo balenare in cambio che tutto sommato questo comporterebbe una decarbonizzazione e un passo nella direzione della sostenibilità.
Ma la sostenibilità delle loro imprese però, al servizio delle quali lo Stato sostanzialmente chiuderebbe la propria attività siderurgica, lasciando loro l’intero settore, e ottenendo la materia prima fondamentale, il metallo, a prezzi molto più vantaggiosi di quelli di mercato, con in aggiunta la prospettiva di una riduzione ulteriore degli occupati, sia nella fabbrica che nell’indotto.
Non è da escludersi pertanto che per lo stabilimento di Genova, accerchiato dalle attività portuali, commerciali e di trasporto passeggeri, soggetto alle pressioni politiche ed economiche che provengono dall’attore economico dominante nella regione, la Mediterranean Shipping Company (MSC) della famiglia Aponte, forte di una relazione stretta e personale con il presidente della Regione Marco Bucci, che spinge, discretamente, per una cessione pressoché completa di tutti gli spazi utilizzabili ai propri traffici, corra seriamente il rischio di una chiusura definitiva, per “razionalizzare” la produzione, in questo modo lasciando spazio all’allargamento del terminal container e conseguentemente del porto turistico.
L’Italia in questo modo perderebbe l’autonomia del ciclo completo del comparto siderurgico, fino all’eventuale costruzione di uno stabilimento DRI, abbandonando comunque l’intero settore industriale alle aziende private, e facendo sostenere allo Stato tutti i costi di bonifica e smaltimento dei vecchi siti industriali ad altoforno.
L’operazione proposta da Federacciai così sebbene possa prevedere un segmento industriale siderurgico in Italia, poiché la procedura che usa il ferro preridotto può sostituire il ciclo integrato nella sua interezza, da una parte toglierebbe dal controllo dello Stato un’attività industriale evidentemente strategica, che muove enormi masse di materiali e capitali, e il cui prodotto è onnipresente nei manufatti odierni e costantemente richiesto dall’industria manifatturiera, ma dall’altra parte finché un impianto DRI non fosse costruito, con tempi ovviamente tutti da valutare, legherebbe comunque la produzione di acciaio all’importazione del semilavorato (i.e. il ferro preridotto come materia prima per l’acciaio prodotto nel forno elettrico ad arco).
In una situazione del genere, è evidente almeno questo: dovendo operare nel contesto del mercato internazionale e delle relazioni geopolitiche, l’abbandono del settore siderurgico da parte dello Stato non può che segnare un sempre maggiore assoggettamento dell’industria italiana agli interessi di soggetti stranieri dominanti in tale settore, e in quello dell’approvvigionamento delle materie prime, in una dinamica che è evidentemente l’espressione del maturare della tendenza sempre più apparente alla riduzione dell’Italia ad uno Stato neocoloniale.
Sebbene infatti, storicamente, lo Stato neocoloniale tende ad essere un fornitore di materie prime, non lavorate o semi-lavorate, e quindi strutturalmente non integra nel suo tessuto economico un settore produttivo in senso stretto industriale, ciò che conta nel caso di un paese come l’Italia, economicamente “sviluppato”, come si dice, non è la disponibilità di materie prime, che non sono presenti, quanto piuttosto la massa dei risparmi custoditi nel paese, non solo nella forma di depositi bancari, investimenti finanziari e obbligazionari, ma anche, e forse soprattutto, in quanto patrimonio immobiliare.
L’estrazione di questi risparmi deve evidentemente avvenire sottraendo risorse allo Stato e riducendone lo spazio di manovra economico, costringendolo a proseguire sulla linea, da anni intrapresa, di tagli alla spesa pubblica, e ad una crescente privatizzazione dei servizi essenziali. Controllare l’industria siderurgica nazionale avrebbe dunque effetti ben chiari rispetto alla tendenza che i potentati finanziari sovranazionali, ma innanzitutto con base negli Stati Uniti, vogliono imporre al nostro paese, da una parte fornendo abbondante liquidità per rifinanziare e promuovere le istituzioni dello stato sociale ormai semidistrutte, puntando su innovazione, ricerca, e formazione, e dall’altra parte aprendo una prospettiva che vada oltre all’orizzonte dell’economia dollarocentrica, nella quale si intravvedono distintamente le prime crepe.
Nel mondo ogni anno si producono circa 1,9 miliardi di tonnellate di acciaio, delle quali circa il 55% nella sola Repubblica Popolare della Cina. In Italia si producono circa 23 milioni di tonnellate, in larga maggioranza, al momento presente da rottami, cioè più o meno il 1,2% della produzione totale, costituendo comunque ben l’undicesimo produttore mondiale, e ciononostante non soddisfa ancora l’intero fabbisogno interno. Solo la nazionalizzazione dell’azienda principale nel paese, e la direzione dell’intero settore da parte dello Stato, che acquisti grandi quantità di materie prime a prezzi concordati secondo relazioni di mutuo beneficio tra venditore e compratore, possono permettere la “sostenibilità” del settore in Italia, senza incorrere nel rischio dell’assorbimento dell’intera industria siderurgica nazionale da parte di conglomerati o corporazioni che, rispetto alle aziende private italiane, non possono che essere dominanti sul mercato.
Il ruolo dello Stato è centrale, perché, p.es. nonostante il fatto che sia irrealistico ritenere che la Repubblica Popolare della Cina, ossia le aziende del suo settore siderurgico, possano essere interessate ad investire in Italia, al momento presente, poiché, per quanto avendo promosso grandi innovazioni ed efficienza, in Cina si produce acciaio soltanto con il ciclo integrato (i.e. cokeria e altoforno) –essendo il grande paese asiatico anche il maggior produttore mondiale di carbone– l’attenzione che il Partito Comunista della Cina sta dedicando in modo sempre più convinto ed esteso alla decarbonizzazione e alla promozione e costruzione di una “civiltà ecologica”, a differenza dei paesi occidentali capitalisti, può trasformarsi in un interesse, almeno congiunturale all’inizio, verso la cooperazione, di mutuo beneficio, nella costruzione e sviluppo di una infrastruttura significativa che permetta di produrre in Italia l’intero fabbisogno di ferro preridotto, richiesto per soddisfare i consumi annuali di acciaio nazionali, all’incirca 26-28 milioni di tonnellate.
Non si vede, per esempio, per quale ragione mai non si dovrebbe costruire un nuovo forno elettrico ad arco proprio nel sito genovese, siccome l’elettro-siderurgia non comporta la lavorazione del carbone in nessuna sua fase, laddove il ferro preridotto può essere ottenuto per insufflazione di idrogeno, o gas metano (i.e non anidride carbonica), con un notevole abbattimento delle emissioni, mentre l’impianto è alimentato ad energia elettrica: una congiunzione positiva, laddove si mettano in campo tutte le modalità delle più moderne tecnologie fotovoltaica, in cui la Cina è dominante su tutta la filiera, per produrre l’elettricità.
La contrarietà che le comunità locali hanno espresso anche verso l’ipotesi di un forno elettrico ad arco, per ragioni di salute o ambientali, sembrano dunque dovute ad una insufficiente o sviante informazione a riguardo della tecnologia coinvolta.
È del tutto spontaneo orientarsi nella direzione del più ampio orizzonte della nascente economia multipolare: per trovare buone condizioni di investimento; creare una dinamica virtuosa della formazione e dell’innovazione tecnologica; aumentare la produzione totale di acciaio; e nelle relazioni internazionali della nuova Via della Seta prendere parte in modo costruttivo e paritario al processo di sviluppo e modernizzazione dei paesi del Sud del mondo, imprimendo così una sterzata vigorosa alle nostre relazioni con questi paesi, che da troppo tempo l’Europa, e gli Stati Uniti, costringono, per mezzo del neocolonialismo, al sottosviluppo.
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