mercoledì 19 agosto 2026

Byoblu - Iran pronto a colpire le basi Usa in Europa ???....I FATTI TRA PROPAGANDA E RISCHI REALI .

 

Esteri — Byoblu
U. M. : Mi sembrano parole portate dal vento  guerrafondaio. Scrivere  di "certe previsioni" o "speranze tragiche"...????.... citando sconosciute due persone vicine al governo di Teheran....
....Il Financial Times: Teheran ha già studiato obiettivi in Bulgaria e Cipro. La Nato: «Difenderemo gli alleati». Crosetto: «Nulla è precluso». Ma i missili in territorio UE cambierebbero la scala del conflitto.---
Byoblu·5 ore fa
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L’Iran ha messo sul tavolo l’ipotesi di attaccare obiettivi militari americani in Europa, se Donald Trump rilancia la guerra. Lo riporta il Financial Times, citando due persone vicine al governo di Teheran. Due i nomi fatti: la Bulgaria, che il mese scorso ha aperto la base aerea di Bezmer agli aerei cisterna statunitensi, e Cipro, dove a marzo una base britannica era già stata colpita da un drone.

Una lista di bersagli studiata a tavolino, che porterebbe il conflitto a un livello superiore.

Cosa è successo nelle ultime ore

Il quadro è peggiorato in fretta. La tregua di 60 giorni tra Washington e Teheran è scaduta lunedì e Trump ha già escluso di prolungarla. Martedì ha detto che non ci sono trattative in corso e che non intende riaprirle. Secondo funzionari americani, la Casa Bianca ha cambiato strategia: non più «colpire subito», ma soffocare lentamente l’Iran con sanzioni e blocco navale dei porti.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno sospeso mercoledì ogni scambio commerciale e finanziario con l’Iran, «fino a nuovo avviso». Del resto, sono mesi che si prendono droni e bombe sulla testa, e l’economia di Dubai ne è uscita ormai con le ossa rotte. Proprio il giorno prima Abu Dhabi aveva denunciato il lancio di due missili balistici iraniani verso le proprie acque, finiti in mare senza danni. Teheran ha negato il suo coinvolgimento.

Poi c’è Hormuz, lo stretto da cui passa una fetta enorme del petrolio mondiale. Trump ripete che è aperto e sotto controllo americano. I dati sul traffico navale raccontano un’altra storia. All’inizio della settimana un attacco a una nave da carico ha ucciso una persona. Un portavoce militare iraniano ha promesso di fare «grandi buchi» nello scafo di chi prova a passare. E adesso a Teheran valuterebbero anche di tagliare i cavi sottomarini in fibra ottica nello stretto: internet, banche, comunicazioni. Un colpo che non fa morti ma paralizza mezzo mondo.

La risposta della Nato e quella di Crosetto

La Nato ha risposto che la postura di deterrenza è «solida ed efficace», quest’anno le difese alleate hanno intercettato già quattro volte missili balistici iraniani diretti verso la Turchia, e l’Alleanza «farà tutto il necessario» per difendere i suoi membri.

Insomma, quello che l’Iran minaccia è già successo. Missili iraniani hanno già viaggiato verso i territori della Nato.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto se la prende con il Finanancial Times: «Nulla è precluso, ma se fossi nel FT eviterei di offrire idee e spunti». E ha aggiunto che la tattica iraniana è «portare il caos anche verso luoghi e nazioni che non avevano alcun ruolo nel conflitto».

Appunto. Perché l’Italia un ruolo, volente o nolente, ce l’ha.

Perché l’Italia è nel mirino: la storia che vi racconto da mesi

Il 24 giugno il segretario generale della Nato Mark Rutte disse in tv che «500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia» per l’operazione Epic Fury, la campagna Usa contro l’Iran. Il governo italiano smentì la ricostruzione, parlando di soli voli tecnici e logistici, mai «cinetici», cioè mai offensivi. La Difesa parlò poi di circa 200 voli. La Nato aggiustò il tiro.

Ma la reazione era prevedibile. E forse, da parte di qualcuno, anche voluta. Il giorno dopo il portavoce degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha definito quelle parole «un’ammissione chiara della complicità attiva della Nato in una guerra di aggressione illegale», nominando esplicitamente Italia e Romania e avvertendo che i Paesi coinvolti «devono essere ritenuti responsabili di tutte le conseguenze».

L’11 luglio il quotidiano Hamshahri, di proprietà del comune di Teheran, ha pubblicato un manifesto con i volti dei «criminali» da punire per la morte dell’ayatollah Ali Khamenei: tuta arancione da detenuti, mirino rosso in fronte. Tra quei volti c’era anche quello di Giorgia Meloni, accanto a Trump, Netanyahu, Macron, Merz, Starmer. Titolo: «La vendetta è inevitabile».

È propaganda, certo. Ma la propaganda di chi ha i missili non è mai soltanto carta.

La mappa: dove sono gli obiettivi in Italia

I vettori iraniani hanno una gittata stimata tra i 2.000 e i 3.000 chilometri. Il sud Europa, Italia compresa, rientra in quel cerchio.

Ecco le strutture che qualunque pianificatore militare guarderebbe per prime:

* Aviano (Pordenone): base aerea Usa, cuore dell’aviazione americana in Italia. Ospiterebbe armi nucleari tattiche B61. È il bersaglio simbolicamente più pesante, e proprio per questo il più protetto e il più rischioso da toccare.

* Sigonella (Catania): hub logistico e di sorveglianza nel Mediterraneo, decisivo per le operazioni verso Medio Oriente e Nordafrica. Già al centro dello scontro di marzo, quando Roma negò l’atterraggio ai bombardieri americani.

* Ghedi (Brescia): base italiana con presenza americana, anch’essa legata alla condivisione nucleare.

* Camp Darby (Pisa-Livorno): uno dei più grandi depositi di munizioni Usa fuori dagli Stati Uniti. Poco spettacolare, altissimo valore militare.

* Napoli-Lago Patria e Gaeta: comando Nato per il sud Europa e appoggio alla Sesta Flotta.

* Vicenza (Ederle e Del Din): brigata aviotrasportata americana.

* Niscemi (MUOS) e Decimomannu (Sardegna): comunicazioni satellitari militari e addestramento.

La probabilità di un attacco convenzionale su una di queste strutture, oggi, resta bassa. Molto più realistico è un altro scenario: azioni non attribuibili. Un drone commerciale, un sabotaggio, un attacco informatico, un’operazione di gruppi collegati. Roba che non porta la firma e non fa scattare automaticamente l’articolo 5. Si tratta di guerra ibrida: i tempi delle battaglie campali sono finiti, anche perché al giorno d’oggi si trasformerebbero immediatamente in una apocalisse.

Il vero pericolo: l’Europa trascinata dentro

E arriviamo così al punto. Un missile o un drone iraniano che punta a una base americana in Bulgaria non arriva teletrasportandosi. Attraversa cieli europei. Sorvola Paesi Nato. E nel momento in cui un ordigno cade su territorio dell’Alleanza, la macchina della difesa collettiva si mette in moto.

La strada che porta allora ad un conflitto continentale si fa cortissima. E in salita. La Russia — secondo un documento di un governo europeo citato da fonti americane — starebbe già rifornendo l’Iran di munizioni, componenti per droni ed esplosivi attraverso il Mar Caspio. Mosca non è uno spettatore neutrale: è un attore che a causa della guerra in Medio Oriente ad esempio si ritrova a pagare il petrolio più caro.

Poi c’è la Cina, che da Hormuz fa passare l’energia con cui tiene accese le sue fabbriche. Un blocco prolungato non è un problema iraniano: è un problema di Pechino. E la Cina sta già saldando da tempo il suo braccio militare con quello di Mosca: innanzitutto appaiono come funghi avamposti cinesi lungo tutto il confine est europeo, e poi ci sono programmi di interscambio di addestramento tra soldati russi e cinesi, che oltretutto pattugliano anche insieme i mari settentrionali del pianeta e le zone strategiche intorno all’Alask (ci sarebbero anche piani congiunti per affossare Starlink).

Che attendibilità hanno queste fonti?

Non tutti a Teheran credono a questa fuga di notizie. L’analista Mohammad Marandi, docente all’Università della capitale iraniana, ha commentato con ironia: perché dei dirigenti iraniani dovrebbero confidare i propri piani di guerra a un giornale finanziario di Londra? Secondo lui la storia potrebbe essere stata messa in giro dall’amministrazione americana o da Israele per alzare la pressione sugli europei.

È un’ipotesi legittima. Un altro professore di Teheran, Foad Izadi, va in direzione opposta e conferma il messaggio: se gli Stati Uniti attaccano ancora, «la risposta andrà oltre la regione». E «oltre la regione, più o meno, significa Europa». Aggiungendo che colpire le basi Usa in Italia «potrebbe essere un’opzione», e che la mossa migliore per Paesi come il nostro sarebbe non aiutare nessuno.

Vera minaccia o guerra psicologica, il risultato per noi non cambia di molto. Perché il problema italiano resta identico da settant’anni: sul nostro territorio ci sono basi straniere regolate da accordi bilaterali del 1954 coperti da segreto di Stato. Accordi che non ha letto il Parlamento, e di cui sappiamo poco o niente, se non che ci sono circa 13.000 militari americani e che, quando parte un aereo, il governo italiano lo scopre spesso a cose fatte.

Sarebbe il momento di chiedersi se non convenga finalmente fare, come dice il generale Leonardo Tricarico, «un bel tagliando» a quegli accordi. Prima che ce lo faccia qualcun altro, a modo suo.

Il mondo, dopo la seconda guerra mondiale, non è mai stato così vicino al punto di non ritorno. Nel frattempo, parafrasando quello che cantava Sting durante la guerra fredda, c’è da sperare che Russia, Cina, Iran, Israele, Ucraina, Stati Uniti (e quelli che salto è solo per brevità) “amino i loro figli” come i noi amiamo i nostri. Un pensiero ai figli di nessuno di Gaza, invece, che il mondo non ha dimostrato di amare per niente. Pace alle loro anime innocenti.-----


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