sabato 29 agosto 2026

Cavallo di Fuoco - Asia Centrale: Socialismo o Barbarie nel nuovo Grande Gioco.



Asia Centrale: Socialismo o Barbarie nel nuovo Grande Gioco
Giovanni Petriccioli

Autore: Giovanni Petriccioli

Laureato a Mosca presso la MGU / Università russa dell'amicizia tra i popoli "Patrice Lumumba" in Scienze Politiche Internazionali



 Geopolitica e Relazioni Internazionali

Di fronte al collasso ecologico, ai traumi storici della privatizzazione e alle manovre di destabilizzazione dell’imperialismo USA svelate dai documenti declassificati, la mappa post-sovietica rischia l’esplosione.

Solo la pianificazione socialista e la solidarietà tra i popoli possono fermare la barbarie imminente.

Mentre i riflettori dei media borghesi rimangono fissati sui fronti caldi d’Europa e del Medio Oriente, i nodi delle contraddizioni capitalistiche mondiali si stanno stringendo attorno al collo dell’Asia Centrale.

Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan-territori per decenni sottratti alla logica del profitto e strappati alla miseria feudale dall’industrializzazione sovietica-si trovano oggi al centro di una tempesta perfetta. Una tempesta in cui si fondono il dramma del cambiamento climatico globale, la rapina delle risorse e il cinico “Grande Gioco” delle oligarchie imperialiste. La controrivoluzione del 1991 e la distruzione del sistema integrato.

Per comprendere l’attuale declino dell’Asia Centrale, è necessario respingere la narrazione liberale e analizzare la radice storica del disastro: la dissoluzione criminale dell’Unione Sovietica nel 1991. Il crollo del primo Stato socialista del mondo non è stato un “processo di liberazione nazionale”, ma una catastrofe sociale ed economica guidata dalle frazioni più opportuniste della vecchia burocrazia statale, convertite istantaneamente al capitalismo.

In epoca sovietica, le cinque repubbliche operavano all’interno di un sistema economico rigorosamente integrato e pianificato dal Gosplan. L’Asia Centrale era governata dal sistema idrico ed energetico unificato: le repubbliche a monte (Kirghizistan e Tagikistan) cedevano acqua in estate alle repubbliche a valle (Uzbekistan, Kazakistan e Turkmenistan) per l’irrigazione delle colture; in cambio, durante l’inverno, ricevevano gas, carbone ed elettricità.

Questo meccanismo di mutuo soccorso e pianificazione scientifica è stato letteralmente polverizzato dal mercato. Con l’avvento del capitalismo e la nascita degli Stati indipendenti, le nuove borghesie nazionali hanno trasformato le risorse collettive in proprietà privata e merci di scambio. Il Kirghizistan e il Tagikistan, privati delle forniture energetiche dei vicini, hanno iniziato a trattenere l’acqua in inverno per produrre energia idroelettrica, privando i campi a valle della risorsa vitale durante la stagione agricola estiva.

La “balcanizzazione” dell’Asia Centrale ha trasformato confini che un tempo erano puramente amministrativi e fraterni in linee di trincea militarizzate. Il Protocollo di Alma-Ata (1991): Il 21 dicembre 1991, con la firma del Protocollo di Alma-Ata, le borghesie compratrici delle repubbliche sovietiche non si limitarono a sancire la liquidazione formale dell’URSS, ma avviarono una gigantesca operazione di spartizione e liquidazione del potenziale militare ed energetico accumulato dai lavoratori sovietici.

Il punto più critico riguardava l’arsenale nucleare. Il Kazakistan si trovò improvvisamente a essere la quarta potenza nucleare mondiale, ereditando ben 1.410 testate atomiche strategiche, il sito di test di Semipalatinsk e il cosmodromo di Baikonur. Dal punto di vista della dottrina imperialista occidentale e russa, la presenza di un arsenale di tali proporzioni in mano a una nuova repubblica asiatica non controllata direttamente era intollerabile.

Attraverso il Protocollo di Alma-Ata e i successivi accordi del 1992 (come il Protocollo di Lisbona), la neonata oligarchia kazaka guidata da Nursultan Nazarbaev cedette completamente alle pressioni dell’imperialismo statunitense e della Federazione Russa di Boris El’cin. In cambio di aiuti finanziari occidentali e garanzie di sicurezza borghesi, il Kazakistan accettò lo smantellamento totale del suo arsenale e il trasferimento di tutte le testate nucleari in Russia entro il 1995.Questa mossa disarmò lo spazio post-sovietico periferico, consolidando il monopolio militare della nuova Russia capitalista e garantendo alle multinazionali occidentali un accesso sicuro ai vasti giacimenti di uranio kazaki (il Paese detiene circa il 40% delle riserve mondiali). Un potenziale di deterrenza e sovranità energetica socialista venne così trasformato in una pura merce di esportazione per il mercato globale, mentre l’Armata Rossa veniva frammentata in eserciti nazionali pronti a essere usati per la repressione del proletariato interno.

La Guerra Civile Tagika (1992-1997): la reazione neofeudale contro le forze popolari.La guerra civile che insanguinò il Tagikistan tra il 1992 e il 1997 rappresenta il primo, tragico esempio di “balcanizzazione” e scontro di classe nell’Asia Centrale post-sovietica. Lungi dall’essere un mero conflitto etno-religioso, la guerra fu la conseguenza diretta della restaurazione capitalista, che distrusse l’equilibrio sociale e fece riemergerle le forme più retrograde di neofeudalesimo e tribalismo regionali, storicamente represse dal potere sovietico. Il conflitto vide contrapposte due fazioni principali: Il Fronte Popolare (filo-governativo): espressione della vecchia burocrazia riconvertita al capitalismo e legata alle élite regionali di Khujand e Kulob. Questa fazione, sostenuta militarmente dalla Russia e dal Kazakistan, mirava a consolidare un regime oligarchico estrattivista e a mantenere il controllo sulle scarse risorse economiche dello Stato (in primis la fabbrica di alluminio di Tursunzoda).L’Opposizione Tagika Unita (UTO): un blocco eterogeneo che univa nazionalisti democratico-borghesi, forze islamiste del Partito della Rinascita Islamica e ampi strati di forze popolari, contadini poveri e intellettuali delle regioni svantaggiate del Gharm e del Gorno-Badachšan. In termini marxisti, la guerra fu lo scontro tra la nascente borghesia mafioso-compratrice (che utilizzava lo sciovinismo e il clientelismo regionali per spartirsi i beni pubblici) e una massa proletaria e contadina sradicata dal crollo del welfare sovietico. Le masse popolari, prive di una direzione d’avanguardia autenticamente comunista e rivoluzionaria, finirono per essere strumentalizzate dalle componenti islamiche e nazionaliste dell’opposizione. La pace del 1997, mediata da Mosca, non fu che un compromesso tra élite per la spartizione del potere, che aprì la strada alla dittatura trentennale di Emomali Rahmon e alla totale sottomissione del proletariato tagiko, ridotto oggi alla miseria e costretto all’emigrazione di massa.La privatizzazione della natura: la frattura metabolica del capitale .La crisi ecologica odierna nasce direttamente da questa frammentazione capitalistica. Il surriscaldamento del pianeta, accelerato dall’anarchia produttiva delle multinazionali, sta sciogliendo i ghiacciai del Tian Shan a ritmi spaventosi, riducendo i fiumi Amu Darya e Syr Darya a canali di fango. Questo disastro ecologico non è una fatalità astratta, ma la conferma empirica di quanto Karl Marx denunciava ne Il Capitale sulla natura distruttiva del modo di produzione borghese:

“Ogni progresso dell’agricoltura capitalistica è un progresso non solo nell’arte di rapinare l’operaio, ma nell’arte di rapinare il suolo […]. La produzione capitalistica sviluppa quindi la tecnologia e la combinazione del processo di produzione sociale solo minando al contempo le fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e l’operaio.”

La privatizzazione e l’abbandono delle infrastrutture idriche sovietiche hanno creato una profonda “frattura metabolica” tra l’uomo e la natura. Oggi domina l’anarchia. I governi nazionalisti utilizzano l’acqua come arma geopolitica di ricatto. Gli scontri armati sanguinosi avvenuti nel 2021 e nel 2022 lungo il confine instabile tra Kirghizistan e Tagikistan (attorno all’avamposto idrico di Golovnoy) non sono “conflitti etnici ancestrali”, ma la brutale conseguenza della scarsità indotta dal profitto e dalla competizione inter-capitalistica.A complicare drammaticamente il quadro si aggiunge l’iniziativa del regime teocratico dei Talebani in Afghanistan. La costruzione del canale Qosh Tepa minaccia di sottrarre fino a un terzo delle acque dell’Amu Darya, condannando alla siccità milioni di proletari in Uzbekistan e Turkmenistan. Si avvera l’ammonimento di Friedrich Engels ne La dialettica della natura:”Non illudiamoci troppo per le nostre vittorie umane sulla natura. Per ogni tale vittoria, la natura si vendica su di noi.

Ciascuna di queste vittorie ha, in prima istanza, le conseguenze su cui speravamo, ma in seconda e terza istanza ha effetti diversi, imprevisti, che troppo spesso annullano le prime.”Il sabotaggio dei giganti energetici: il caso emblematico della diga di RogunLa bancarotta pianificatoria del capitalismo centroasiatico si manifesta con chiarezza geometrica nel destino dei grandi progetti infrastrutturali sovietici, brutalmente interrotti o privatizzati dopo il 1991.

L’esempio più clamoroso è la diga di Rogun, in Tagikistan, sul fiume Vakhsh.Progettata dal Gosplan negli anni ’70 e iniziata nel 1976, la diga di Rogun era concepita come un’opera monumentale della transizione socialista: una diga in terra e roccia alta 335 metri (la più alta del mondo), progettata per alimentare una centrale idroelettrica da 3.600 MW. Nell’ottica della pianificazione unificata sovietica, Rogun non doveva servire solo al Tagikistan, ma doveva regolare i flussi d’acqua per garantire l’irrigazione dei campi di cotone estivi in Uzbekistan e Turkmenistan, fornendo al contempo energia pulita a tutta la regione.

Con il crollo dell’URSS nel 1991, il progetto subì un triplice shock:Il blocco dei finanziamenti centrali: nel 1993, una alluvione catastrofica distrusse la barriera provvisoria già costruita, nell’indifferenza dei nuovi governi borghesi impossibilitati a finanziare la ricostruzione.Il ricatto geopolitico: l’Uzbekistan capitalista di Islam Karimov si oppose ferocemente al completamento dell’opera per quasi due decenni, temendo che il governo tagiko potesse usare la diga come arma geopolitica per tagliare i flussi idrici nei periodi di siccità. Karimov arrivò a minacciare la guerra aperta, dimostrando come la proprietà privata distrugga la cooperazione tra i popoli

.La penetrazione del capitale straniero: incapace di completare l’opera con le proprie forze, il Tagikistan ha dovuto privatizzare parzialmente il progetto e indebitarsi con istituzioni finanziarie internazionali e multinazionali occidentali (tra cui l’italiana WeBuild, che si è aggiudicata i contratti di costruzione).La diga di Rogun, oggi solo parzialmente attiva, è l’emblema di un’infrastruttura nata per l’emancipazione collettiva del proletariato eurasiatico e trasformata dal capitalismo in una fonte di debito sovrano, tensioni geopolitiche regionali e speculazione finanziaria.Il saccheggio neocoloniale: gas, petrolio, uranio e la rete dei corridoi energeticiSotto la scorza dei confini nazionali fittizi batte il cuore dell’economia estrattivista.

La restaurazione capitalista ha ridotto l’Asia Centrale a un immenso serbatoio di materie prime per i monopoli transnazionali. Il Kazakistan, oltre al monopolio globale dell’uranio, possiede i giganteschi giacimenti petroliferi di Kashagan e Tengiz; il Turkmenistan galleggia su una delle più grandi riserve di gas naturale del pianeta (Galkynysh); l’Uzbekistan è tra i primi produttori mondiali di oro e idrocarburi.Il controllo di queste risorse e, soprattutto, delle rotte per il loro trasporto (oleodotti e gasdotti) è il nucleo materiale del moderno conflitto inter-imperialista. Per trent’anni, l’architettura logistica della regione è stata un terreno di scontro accanito:

L’eredità sovietica e la presa russa: La rete di condutture ereditata dall’URSS forzava il transito degli idrocarburi verso nord, garantendo alla Russia un controllo monopolistico sulle esportazioni (es. il consorzio CPC per il petrolio kazako diretto al Mar Nero).L’avanzata finanziaria cinese: Con la costruzione del mastodontico gasdotto Asia Centrale-Cina (che parte dal Turkmenistan e attraversa Uzbekistan e Kazakistan), Pechino ha spezzato il monopolio di Mosca, assicurandosi un flusso continuo di energia per i propri poli industriali, aggirando i blocchi marittimi imperialisti occidentali.

Le borghesie compratrici locali gestiscono questo saccheggio garantendosi profitti immensi che accumulano nei paradisi fiscali occidentali. Al contempo, la classe operaia locale subisce salari da fame, assenza di tutele e la più feroce repressione statale, come dimostrato storicamente dal sangue dei minatori e petrolieri versato a Zhanaozen nel 2011 e nel gennaio 2022.

L’artiglio di Washington: la penetrazione pre-11 settembre e lo scontro per l’Afghanistan In questo scacchiere, la strategia dell’imperialismo statunitense non è nata all’indomani dell’11 settembre 2001, ma risponde a una pianificazione geopolitica di lungo corso mirata a recidere i legami della regione con Mosca e Pechino. Già durante gli anni ’90, nel pieno della sottomissione neoliberista dello spazio post-sovietico, il Pentagono e la CIA avevano puntato l’Uzbekistan, lo Stato più popoloso e militarmente strategico della regione, confinante direttamente con l’Afghanistan.Washington cercò immediatamente di “piazzarsi” militarmente in territorio uzbeko molto prima dell’inizio ufficiale della guerra in Afghanistan e della caduta delle Torri Gemelle. Attraverso il programma Partnership for Peace della NATO, avviato nel 1994, l’imperialismo USA iniziò a corteggiare aggressivamente il regime uzbeko di Islam Karimov, offrendo milioni di dollari in aiuti militari e addestramento delle forze speciali. L’obiettivo profondo era duplice: accerchiare la Russia da sud e stabilire una testa di ponte permanente per la proiezione di potenza nel cuore dell’Eurasia. Siamo di fronte alla configurazione classica descritta da Vladimir Lenin in L’imperialismo, fase suprema del capitalismo:

“L’imperialismo è l’epoca del capitale finanziario e dei monopoli, che portano ovunque tendenze al dominio e non alla libertà. Il risultato di queste tendenze è la reazione su tutta la linea, qualunque sia il regime politico, e l’estremo inasprimento degli antagonismi anche in questo campo.”

La base di Karshi-Khanabad (K2) e la cacciata degli americani dopo AndijanL’occasione d’oro per formalizzare questa penetrazione coloniale si presentò con l’invasione dell’Afghanistan nel 2001. Il regime di Karimov concesse ufficialmente agli Stati Uniti l’uso della base aerea di Karshi-Khanabad (nota come K2), situata a pochissimi chilometri dal confine afghano. Per diversi anni, K2 divenne un gigantesco hub militare imperialista, un fulcro logistico da cui decollavano i caccia statunitensi e si coordinavano le operazioni della guerra asimmetrica in Afghanistan. Tuttavia, la coesistenza tra la borghesia compratrice uzbeka e l’imperialismo americano entrò in una crisi irreversibile quando Washington iniziò a usare i propri collaudati metodi di guerra ibrida all’interno del Paese. Gli Stati Uniti, fedeli alla loro dottrina della destabilizzazione mirata, cercarono di utilizzare le contraddizioni sociali interne per indebolire l’autonomia dello stesso Karimov, fomentando e finanziando — tramite Ong e agenti provocatori — rivolte e sollevazioni armate in alcune aree nevralgiche, in particolare nella strategica e complessa Valle di Fergana. Il punto di rottura definitivo si consumò nel maggio 2005 con il massacro di Andijan. Di fronte a una rivolta fomentata dall’esterno e infiltrata da elementi radicali, il regime di Karimov rispose con la massima spietatezza, sedando i disordini nel sangue. La conseguente finta “indignazione morale” dei media occidentali e le pressioni di Washington per un’inchiesta internazionale svelarono il piano statunitense di utilizzare quegli eventi come grimaldello per una “rivoluzione colorata” che rimpiazzasse Karimov con un fantoccio ancor più servile. La reazione del presidente uzbeko fu immediata e drastica: comprendendo che la presenza militare americana rappresentava una minaccia mortale per la stessa sopravvivenza dello Stato uzbeko, Karimov ordinò lo sgombero immediato e totale degli americani da Karshi-Khanabad. Entro la fine del 2005, il Pentagono fu costretto a smantellare i propri apparati da K2 e a sloggiare, subendo una clamorosa sconfitta geopolitica che spinse temporaneamente Tashkent a riallinearsi militarmente con Mosca e Pechino attraverso l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO).Focus Manas: i documenti declassificati del Pentagono e la “guerra segreta” in KirghizistanIl ripiegamento forzato dall’Uzbekistan spinse il Pentagono a concentrare la propria proiezione di potenza sulla base aerea di Manas (Ganci Air Base), in Kirghizistan, attiva dal 2001 al 2014 presso l’aeroporto internazionale di Bishkek. Se la retorica ufficiale dipingeva Manas come un mero “centro di transito passeggeri e rifornimento” per la missione in Afghanistan, i documenti e i rapporti parlamentari statunitensi successivamente declassificati hanno svelato una realtà radicalmente diversa, fatta di corruzione sistemica, spionaggio e sottomissione coloniale. La geopolitica della corruzione e del petrolio: I documenti declassificati delle commissioni d’inchiesta del Congresso USA hanno provato che il Pentagono e l’agenzia d’acquisto DLA-Energy convogliarono deliberatamente oltre 100 milioni di dollari in subappalti per il carburante direttamente alle società monopolistiche di proprietà della famiglia del presidente kirghiso Askar Akaev, e successivamente del suo successore Kurmanbek Bakiyev. Questa immensa iniezione di denaro — pari a circa il 5% dell’intero PIL kirghiso dell’epoca — serviva letteralmente a “comprare” la complicità delle oligarchie locali e a mantenere l’avamposto militare a dispetto della massiccia opposizione popolare.La centrale di spionaggio e guerra elettronica: I dossier militari declassificati e le denunce dell’intelligence eurasiatica hanno confermato che all’interno di Manas sorgeva un edificio fortificato e privo di finestre, gestito direttamente dai servizi di sicurezza USA. Lungi dal servire alla logistica afghana, questa struttura era una centrale d’ascolto avanzata della NSA dotata di sistemi di intercettazione elettronica, utilizzata per spiare le comunicazioni militari della Federazione Russa nella vicina base aerea di Kant e per monitorare i siti missilistici e nucleari nella regione cinese del Xinjiang. L’immunità coloniale e il sangue proletario: Gli accordi bilaterali declassificati del 2001 rivelano che il Pentagono impose clausole di totale immunità giurisdizionale per il proprio personale, sottraendo i soldati USA alla legge kirghisa. L’applicazione brutale di questo status coloniale si manifestò nel dicembre 2006, quando una sentinella statunitense uccise a sangue freddo, con due colpi al petto, Alexander Ivanov, un cittadino kirghiso di etnia russa che lavorava come autista per i rifornimenti della base. Nonostante le proeste di piazza e le richieste formali del parlamento di Bishkek, il Pentagono impose il segreto militare, evacuò l’assassino negli Stati Uniti e gli garantì la totale impunità, dimostrando il disprezzo sovrano dell’imperialismo verso le vite del proletariato locale. Manas divenne così il perno di un ricatto continuo. Quando nel 2009 il governo kirghiso, sotto la spinta di massicci prestiti russi, annunciò la chiusura della base, i documenti declassificati mostrano la frenetica attività sotterranea del Dipartimento di Stato, che arrivò a triplicare il canone d’affitto (portandolo a 60-66 milioni di dollari annui più centinaia di milioni in contratti collaterali) pur di non perdere la propria antenna di spionaggio nel ventre dell’Eurasia. Solo l’inasprimento delle contraddizioni e il definitivo cambio di equilibri regionali imposero lo sgombero totale delle forze statunitensi nel giugno 2014.

Atlante del Caos: Cronologia dei colpi di Stato e delle insurrezioni proletarie (2005-2022).

Per decodificare l’instabilità permanente dell’area, si propone una mappatura storica materialista delle principali rotture istituzionali e insurrezioni dell’ultimo ventennio, deformate dai media occidentali sotto l’etichetta di “transizioni democratiche”. Marzo 2005 – Kirghizistan: La “Rivoluzione dei Tulipani”: Primo prototipo di colpo di Stato neocoloniale guidato dalle frazioni borghesi escluse dalla spartizione delle rendite. Di fronte all’accentramento del potere del presidente Askar Akaev, l’opposizione — ampiamente foraggiata dalle Ong occidentali e dal National Endowment for Democracy (NED) — cavalca il malcontento popolare per le frodi elettorali. Akaev è costretto a fuggire in Russia. Al suo posto si insedia Kurmanbek Bakiyev, il quale, lungi dal democratizzare lo Stato, avvia un regime ancor più corrotto e privatizzatore, stringendo contratti milionari clandestini con il Pentagono per la gestione energetica della base di Manas. Maggio 2005 – Uzbekistan: L’Insurrezione di Andijan e la reazione di classe: Pochi mesi dopo il golpe kirghiso, la strategia della destabilizzazione si sposta nella Valle di Fergana. Gruppi armati e formazioni radicali tentano di sollevare la popolazione di Andijan contro la dittatura di Islam Karimov. La risposta dello Stato capitalista uzbeko è feroce: l’esercito spara sulle masse uzbeke riunite in piazza, provocando centinaia di morti. Questo tragico evento segnerà la rottura temporanea tra Karimov e gli USA, accusati di aver orchestrato i disordini per promuovere un cambio di regime. Aprile 2010 – Kirghizistan: Il crollo di Bakiyev e la rivolta della fame: La bancarotta sociale del modello neoliberista imposto dal clan Bakiyev provoca una fiammata rivoluzionaria spontanea delle masse operaie e contadine. L’aumento astronomico delle tariffe elettriche e del riscaldamento innesca proteste di massa a Bishkek e Talas. Nonostante la polizia spari sui dimostranti uccidendo oltre 80 proletari, le masse assaltano i palazzi del potere. Bakiyev fugge in Bielorussia. Il colpo di Stato popolare viene riassorbito da un governo provvisorio guidato dall’oligarchia socialdemocratica borghese (Roza Otunbaeva), che mantiene intatti i vincoli di sottomissione al capitale finanziario internazionale. Dicembre 2011 – Kazakistan: Il Massacro di Zhanaozen: Nel cuore dei giacimenti petroliferi occidentali, i lavoratori della OzenMunayGas avviano uno sciopero a oltranza di oltre sette mesi per chiedere aumenti salariali e il diritto alla sindacalizzazione indipendente. Il 16 dicembre, giorno dell’indipendenza borghese, la polizia del dittatore Nursultan Nazarbaev apre il fuoco contro i lavoratori in sciopero, uccidendo ufficialmente 16 operai (stime indipendenti parlano di oltre 70 morti). Zhanaozen diventa il simbolo storico del volto spietato della borghesia compratrice kazaka al servizio dei monopoli petroliferi occidentali (Chevron, ExxonMobil). Ottobre 2020 – Kirghizistan: La terza caduta parlamentare: Le frodi elettorali orchestrate dai partiti oligarchici vicini al presidente Sooronbay Jeenbekov scatenano l’ennesima insurrezione di piazza a Bishkek. Le masse assaltano il parlamento e liberano dalle carceri diversi prigionieri politici, tra cui Sadyr Japarov. Nel caos istituzionale, Japarov – un leader populista nazionalista – riesce a capitalizzare la rabbia delle periferie impoverite, autoproclamandosi primo ministro e poi presidente, accentrando i poteri tramite una riforma costituzionale autoritaria e iper-presidenziale. Gennaio 2022 – Kazakistan: L’Insurrezione del Gennaio di Sangue: La contraddizione fondamentale tra capitale e lavoro esplode nel modo più violento della storia post-sovietica. L’abolizione dei sussidi statali sul gas liquefatto provoca il raddoppio istantaneo del prezzo del carburante, scatenando lo sciopero generale dei petrolieri di Zhanaozen, che si estende immediatamente in tutto il Paese trasformandosi in un’insurrezione armata proletaria. Ad Almaty le masse assaltano i municipi e cacciano i comitati d’affari del clan Nazarbaev. Di fronte al collasso delle forze di polizia, il nuovo presidente Kassym-Jomart Tokayev ordina di “sparare per uccidere senza preavviso”. La rivolta operaia viene annegata nel sangue: oltre 230 morti e migliaia di arresti ripristinano l’ordine capitalistico euroasiatico. La desertificazione e il dramma dell’esercito industriale di riserva. La conseguenza ultima di trent’anni di restaurazione capitalista, estrattivismo neoliberista e guerre di posizione imperialiste è il disastro sociale.

L’Uzbekistan e il Turkmenistan affrontano livelli di stress idrico insostenibili; il disastro ecologico del Lago d’Aral, accelerato dalla mancata gestione coordinata post-sovietica, ha trasformato intere regioni agricole in deserti tossici di sale e pesticidi. Senza acqua e senza terra, milioni di contadini poveri vengono privati dei loro mezzi di sussistenza, trasformandosi in una massa di profughi climatici. Questo proletariato sradicato è costretto a emigrare in massa, andando a ingrossare le fila di quello che Marx definiva l’esercito industriale di riserva su scala internazionale. Ammassati nei cantieri della Russia o sfruttati nelle catene logistiche dell’Europa, questi milioni di migranti centroasiatici sono esposti al super sfruttamento, al razzismo di Stato e alla violenza xenofoba, scientificamente alimentata dai governi capitalisti per dividere la classe lavoratrice e impedire la presa di coscienza rivoluzionaria.

Conclusioni: Il ruolo della Russia, della Cina e dei BRICS nel prisma marxista-leninista Di fronte all’aggressività storica dell’imperialismo Euro-Atlantico guidato da Washington, le strutture geopolitiche ed economiche della regione si stanno riorganizzando attorno all’asse euroasiatico. Un’analisi scientifica e di classe deve saper discernere i diversi ruoli macroeconomici e politici esercitati dalla Federazione Russa, dalla Cina e dal blocco dei BRICS, integrando le riflessioni teoriche dei partiti comunisti dell’area.1. La posizione del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF) e il ruolo di Mosca. Nel valutare l’azione della Russia in Asia Centrale, è essenziale rigettare le categorie della propaganda occidentale che liquidano Mosca come una potenza “imperialista” tout court. Come storicamente evidenziato nelle tesi del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF), la Russia contemporanea non risponde alla definizione scientifica leninista di impero monopolistico finanziario globale: non vive di massiccia esportazione di capitali speculativi volti a strangolare il Sud del mondo, né controlla i flussi del grande capitale finanziario transnazionale. Al contrario, l’azione geopolitica russa — articolata attraverso lo strumento di sicurezza collettiva del CSTO — assume un carattere prevalentemente difensivo e di stabilizzazione strategica contro l’accerchiamento della NATO e i tentativi di penetrazione militare degli USA (come avvenuto storicamente a Karshi-Khanabad e Manas). L’intervento militare russo in Kazakistan nel gennaio 2022, pur avendo l’oggettivo effetto di preservare lo status quo istituzionale di una repubblica capitalista vicina di fronte al rischio di caos asimmetrico e infiltrazioni eversive guidate dall’esterno, si inserisce in questa dottrina di stabilità continentale. Al contempo, la Federazione Russa rappresenta un polmone economico vitale per la sopravvivenza stessa del proletariato centroasiatico, accogliendo e assorbendo milioni di lavoratori migranti stagionali le cui rimesse tengono in piedi le economie domestiche di Tagikistan e Kirghizistan.2. L’egemonia economico-finanziaria della CinaLa Repubblica Popolare Cinese opera nella regione attraverso i binari puramente macroeconomici della Belt and Road Initiative (BRI). Rispetto alle storiche occupazioni militari statunitensi, l’approccio di Pechino è basato sulle infrastrutture e sull’investimento strategico. Tuttavia, sotto il profilo economico, il capitale finanziario cinese agisce come un immenso fattore egemonico: Pechino ha progressivamente acquisito il ruolo di principale creditore di Stati come il Kirghizistan e il Tagikistan. Questa imponente accumulazione di leverage finanziario si traduce nel controllo di concessioni minerarie strategiche (oro, uranio, terre rare) e idroelettriche. Pur ponendosi come alternativa ai diktat del Fondo Monetario Internazionale, lo sviluppo guidato dai contratti commerciali cinesi tende a vincolare la regione a una funzione di corridoio logistico e fornitore di materie prime per i poli industriali cinesi.3. I BRICS e i limiti della cooperazione inter-capitalistica. L’integrazione crescente delle repubbliche centroasiatiche (con il Kazakistan in prima linea) nelle strutture dei BRICS e della Nuova Banca di Sviluppo (NDB) certifica lo spostamento del baricentro economico mondiale verso l’Eurasia. I BRICS costituiscono un blocco antimilitarista e antiegemone che contrasta il monopolio del dollaro e le sanzioni unilaterali occidentali, offrendo uno scudo economico contro lo strangolamento finanziario di Washington. Nondimeno, in chiave materialista, l’architettura dei BRICS rimane un coordinamento tra Stati a sistema capitalistico o a economia mista: essa non è un’alleanza rivoluzionaria o di transizione socialista. All’interno di questa cornice, i rapporti di produzione interni non vengono intaccati. La proprietà privata delle risorse idriche ed energetiche, la gestione oligarchica delle fabbriche privatizzate e lo sfruttamento del lavoro rimangono inalterati. I BRICS offrono indipendenza geopolitica dall’Occidente, ma l’emancipazione sociale della classe lavoratrice rimane un compito storico interamente delegato alle forze rivoluzionarie interne. La storia degli ultimi trent’anni in Asia Centrale dimostra la tragica attualità della tesi di Rosa Luxemburg: Socialismo o barbarie. Nessun trattato commerciale borghese o coordinamento multipolare potrà, da solo, risolvere le contraddizioni sistemiche e la crisi ecologica della regione se non si spezza la legge del plusvalore.

L’unica via d’uscita duratura per i popoli dell’Asia Centrale risiede nel rovesciamento delle oligarchie compratrici locali e nella rinascita di un forte movimento comunista e internazionalista regionale. La classe operaia eurasiatica deve rimette al centro la proprietà collettiva della terra, dell’acqua e delle risorse strategiche. Solo la ricostituzione di una gestione pianificata, scientifica e fraterna delle risorse idriche ed energetiche — modellate sui bisogni storici dei lavoratori e non sul profitto — può salvare l’Asia Centrale dalla catastrofe ecologica e dalle guerre fraterne.

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