
A cura di: Redazione di Cavallo di Fuoco
Palestina: contro le menzogne sioniste storiche
mettere in luce il terrorismo di Stato e
l’esportazione della violenza globale di Tel Aviv.
Da “La Marejada”, giornale on line di comunicazione popolare dell’America Latina, 15 agosto 2026
Un’analisi completa delle manipolazioni storiche, antropologiche, linguistiche e legali che sono alla base della creazione del cosiddetto “Stato di Israele”: come è stato inventato un “popolo”, fabbricata una lingua, pianificata freddamente e con precisione burocratica l’espulsione di un milione di persone, la collaborazione con il nazismo, l’omicidio di ebrei per forzarne la migrazione e come questo stesso modello coloniale venga oggi esportato in dittature di tutto il mondo da un’entità che si presenta come “l’unica democrazia in Medio Oriente”, mentre esercita un regime di apartheid e perpetra un genocidio contro il popolo palestinese.
Quest’opera si basa su molteplici fonti, tra cui le ricerche altamente raccomandate dello storico Ilan Pappé (La pulizia etnica della Palestina; Il mondo secondo Israele); Shlomo Sand (L’invenzione del popolo ebraico; L’invenzione della terra d’Israele); Norman Finkelstein (L’industria dell’Olocausto); e Paul Wexler (Le origini non ebraiche degli ebrei sefarditi). Avi Shlaim (Il muro di ferro); e un’analisi del ricercatore Christian Nader e del media “Chronicles of the Levant”.C’è una frase che riassume in modo brutale e preciso la natura del progetto sionista: “Non c’era terra senza popolo; c’era un popolo che si decise ad essere unico”. L’inversione del motto fondativo – “una terra senza popolo per un popolo senza terra” – non è un gioco retorico. È la descrizione di una deliberata operazione storica iniziata con la falsificazione dell’identità, proseguita con la fabbricazione di una lingua, orchestrata con la distruzione sistematica di una società autoctona e che oggi si perpetua sotto forma di regime di apartheid sostenuto dalle potenze imperialiste occidentali. Ciò che segue non è propaganda: è storia documentata da ricercatori israeliani, linguisti, archeologi, giuristi internazionali e dagli archivi militari dello Stato di Israele. Smascherarla è un atto di onestà intellettuale che la macchina del silenzio – armata dell’accusa di “antisemitismo” – ha cercato di impedire per decenni. Qui presentiamo un elenco di confutazioni e chiarimenti storici contro le false narrazioni che sono alla base della creazione dell’entità sionista “Stato di Israele”.
- Il primo inganno: la Palestina non era “vuota”
Il presupposto coloniale più elementare del sionismo è stata l’affermazione che la Palestina fosse una terra deserta e vuota, o abitata da nomadi privi di organizzazione sociale. Questa era una menzogna. Nel 1880, prima dell’inizio della prima ondata organizzata di migrazione sionista, la Palestina contava circa mezzo milione di abitanti: agricoltori, artigiani, commercianti e residenti di città secolari come Haifa, Nablus, Giaffa, Acri, Ramla e Gerusalemme. Il territorio era suddiviso in villaggi con i propri sistemi di proprietà collettiva – la musha’a – reti di irrigazione, uliveti secolari e tradizioni culturali che risalivano a millenni prima. Era, come descrivono gli stessi documenti dell’Impero Ottomano, una società in rapida modernizzazione agricola e urbana.
L’immagine del “deserto” assolveva a una precisa funzione coloniale: se non c’era nessuno, non c’era crimine. Se non c’era società, non c’era espropriazione. Se non c’era storia, non c’era furto. Per questo il mito doveva essere mantenuto anche contro le prove più evidenti, persino quando gli stessi coloni arrivarono e trovarono villaggi, mercati, strade e campi coltivati. Lo scrittore sionista Israel Zangwill fu uno dei pochi a riconoscerlo apertamente all’inizio del XX secolo: “La Palestina ha una piccola popolazione di arabi e drusi, ma è insufficiente per le esigenze del popolo ebraico”, affermò. La soluzione che scaturì da questa consapevolezza fu quella che Ben-Gurion formulò inequivocabilmente nel 1937 davanti alla Commissione Peel: “Gli arabi devono andarsene. Aspettiamo il momento giusto, come per una guerra”. Il “momento giusto” arrivò nel 1948.
Il cosiddetto “miracolo verde” – la narrazione secondo cui i coloni “hanno fatto fiorire il deserto” – è la versione edulcorata dello stesso mito. Secondo il ricercatore Christian Nader, l’agricoltura palestinese era il fondamento materiale e simbolico della società autoctona ben prima dell’arrivo della prima nave sionista. L’ulivo, in particolare, era la pietra angolare dell’economia contadina: alberi secolari, in alcuni casi millenari, il cui ciclo produttivo richiedeva generazioni di cure accumulate. Ciò che lo Stato di Israele ha fatto – e continua a fare – con questi ulivi è fondamentale per comprendere la sua natura coloniale: li sradica. Dal 1948, centinaia di migliaia di ulivi palestinesi sono state distrutte. Al loro posto, il Fondo Nazionale Ebraico (JNF) ha piantato foreste di pini e cipressi europei sulle rovine dei villaggi demoliti – specie che danneggiano il suolo locale, impoveriscono le falde acquifere e sono estranee all’ecosistema mediterraneo. Lo scopo non era ecologico, ma politico: nascondere le macerie, cancellare le tracce dei villaggi distrutti e rendere difficile per i rifugiati riconoscere la propria terra al loro ritorno. Gli israeliani chiamano queste foreste “foreste della pace”. I palestinesi le chiamano con il loro vero nome: cimiteri della loro storia.
Oggi, i terreni agricoli della Palestina occupata sono lavorati principalmente da manodopera migrante a basso costo – thailandesi, filippini, latinoamericani – mentre i coloni svolgono il ruolo di amministratori e proprietari. L’immagine idilliaca del pioniere che coltiva la terra con le proprie mani è, anche in questo senso, una costruzione di marketing.
- L’invenzione del “popolo ebraico”: la conversione di una religione in un falso popolo
Il sionismo aveva bisogno di un soggetto storico su cui rivendicare un territorio. Se lo costruì. Lo storico israeliano Shlomo Sand, nella sua opera accademica ampiamente documentata, dimostra che il concetto di “popolo ebraico” come nazione biologica continua e unificata non ha fondamento storico: è un’invenzione del XIX secolo, fabbricata sotto l’influenza dei nazionalismi europei dell’epoca, che hanno preso religioni transnazionali e le hanno trasformate in etnie e razze.
Prima del sionismo, l’ebraismo veniva definito – sia dalle comunità ebraiche che dagli stati europei – come una comunità religiosa dispersa in tutto il mondo. Un ebreo polacco, un ebreo etiope e un ebreo yemenita condividono la Torah, ma non la lingua, la cucina, la musica, il patrimonio genetico o la storia politica. Sono diversi l’uno dall’altro quanto un cattolico irlandese, un cattolico brasiliano e un cattolico filippino. Nessuno parla di un “popolo cattolico” con il diritto di rivendicare Roma. Applicare la stessa logica all’ebraismo è, come sottolinea Sand, un’assurdità storica.
Come possiamo dunque spiegare l’esistenza di comunità ebraiche sparse in tutto il mondo? Non con un esodo di massa dalla Palestina – che, come vedremo, non si è mai verificato – ma con il proselitismo. Nei secoli precedenti la nostra era e nei primi secoli della nostra, l’ebraismo fu una religione attivamente missionaria che realizzò conversioni di massa in tutto il bacino del Mediterraneo e oltre. Tra i gruppi convertiti che costituiscono la base genetica e culturale delle moderne comunità ebraiche si annoverano: le tribù dell’Impero dei Cazari, uno stato turco del Caucaso e della Russia meridionale che adottò l’ebraismo tra l’VIII e il X secolo e che, secondo Sand, è l’origine principale degli ebrei ashkenaziti (che rappresentano circa il 90% degli ebrei mondiali); le tribù berbere del Nord Africa che si giudaizzarono nei primi secoli della nostra era e che sono all’origine di importanti comunità del Maghreb; e il regno di Himyar nello Yemen, la cui élite adottò l’ebraismo nel IV secolo. e le conversioni nel regno di Adiabene in Mesopotamia e nel regno di Semien in Etiopia. In tutti questi casi, non ci fu immigrazione dalla Palestina: si trattò di conversioni locali.
L’implicazione è inquietantemente chiara: la maggior parte degli ebrei nel mondo non discende dagli antichi abitanti della Giudea. Sono discendenti di convertiti. I loro antenati non sono mai stati in Palestina. Il “ritorno” proclamato dal sionismo non è un ritorno: è un primo arrivo in terra straniera.
Il ricercatore Nader approfondisce ulteriormente la questione, sottolineando che i veri discendenti biologici e culturali dei popoli che abitavano l’antico Levante – Cananei, Filistei, Ebrei, Aramei – sono, paradossalmente, gli stessi Palestinesi. Essi rappresentano la sintesi storica di tutti i gruppi che hanno attraversato quella terra, che si sono mescolati, che si sono convertiti e che vi sono rimasti. L’archeologia e la genetica moderna – finanziate dallo stesso Stato di Israele e che hanno prodotto risultati politicamente scomodi – puntano sistematicamente in questa direzione.
Il sionismo ha trasformato in razzismo un’identità religiosa, l’ha spacciata come nazione, e questa nazione inventata ha poi rivendicato diritti su terre che appartenevano ad altri. È il classico schema coloniale: prima si fabbrica la giustificazione; poi si procede all’espropriazione.
Alcuni testi da consultare: “L’invenzione del popolo ebraico” di Shlomo Sand (autore anche di “L’invenzione della terra d’Israele”); “La pulizia etnica della Palestina” di Ilan Pappé; e “L’industria dell’Olocausto” di Norman G. Finkekstein.
III. Il mito dell’esilio romano e la “Terra d’Israele” come proprietà
La narrazione secondo cui gli ebrei odierni discendono da una popolazione espulsa in massa dai Romani nel 70 d.C. – quando Tito distrusse il Tempio di Gerusalemme – e che per quasi duemila anni avrebbe mantenuto un’identità nazionale unificata in attesa del momento del loro “ritorno”, è il mito fondante del sionismo politico. Si tratta, in verità e secondo la storiografia critica, di una costruzione priva di fondamento storico o archeologico.
Sand sottolinea che non esiste un singolo testo storico – romano, ebraico o di qualsiasi altra tradizione – che descriva l’espulsione di massa della popolazione della Giudea. Quando i Romani distruggevano le città ribelli, uccidevano, riducevano in schiavitù e deportavano le loro élite militari e politiche, non sfrattavano, tuttavia, intere popolazioni di contadini, il cui ruolo era proprio quello di rimanere, lavorare la terra e pagare le tasse all’Impero. Ciò che accadde dopo il 70 d.C. fu un graduale processo di assimilazione culturale e religiosa: gli abitanti della Giudea si convertirono al cristianesimo e, dopo la conquista araba del VII secolo, all’islam. Questi abitanti rimasero nella terra. I loro discendenti sono i palestinesi.
Il concetto di “Terra d’Israele” come rivendicazione territoriale è un’invenzione ancora più recente. Sand spiega che per secoli, per l’ebraismo rabbinico e talmudico, l’idea di “esilio” era uno stato spirituale – una condizione di separazione da Dio – e non una descrizione geografica della vita al di fuori di un territorio specifico. Il Talmud proibisce esplicitamente il tentativo di tornare in massa nella Terra Promessa con la forza – un divieto noto come i “Tre Giuramenti” – perché un tale ritorno potrebbe avvenire solo con l’arrivo del Messia. I rabbini antisionisti più radicali sottolineano che lo Stato d’Israele è, da questa prospettiva religiosa, blasfemo: un tentativo umano di soppiantare Dio.
Ciò che il sionismo del XIX secolo ha fatto è stato quello di secolarizzare questo desiderio metafisico e trasformarlo in una rivendicazione di proprietà fisica su un territorio abitato da altri. Ha preso la Bibbia – un testo teologico – e l’ha trasformata in un “atto di proprietà” vecchio di oltre duemila anni. Benjamin Netanyahu lo ha affermato esplicitamente all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, mostrando una Bibbia e indicando una mappa. Il diritto internazionale non riconosce i testi religiosi come strumenti di sovranità. Se lo facesse, i nativi americani potrebbero rivendicare la restituzione dell’intero continente semplicemente citando la loro cosmogonia.
- L’ebraico moderno: una lingua artificiale per una nazione inventata.
Alla fine del XIX secolo, il progetto sionista si trovò ad affrontare un problema culturale di proporzioni monumentali: i coloni che arrivavano in Palestina parlavano decine di lingue diverse – yiddish, russo, polacco, ungherese, ladino, arabo, tedesco, rumeno – e non avevano una lingua comune che li unisse come “popolo”. La soluzione fu quella di crearne una.
L’ebraico antico, a partire dal 300 a.C. circa, era una lingua morta nella vita di tutti i giorni: sopravviveva come lingua liturgica e accademica – simile al latino in Europa – ma nessuno la parlava quotidianamente. Eliezer Ben-Yehuda, un intellettuale bielorusso il cui vero nome era Eliezer Perlman, si assunse il compito di “farla rivivere” a partire dal 1881, essendo egli stesso madrelingua russo e yiddish.
Il linguista israeliano Paul Wexler ha dedicato decenni all’analisi della struttura dell’ebraico moderno, e le sue conclusioni sono devastanti per la narrativa sionista: l’ebraico moderno non è geneticamente una lingua semitica. È, secondo le sue parole, una lingua slava – fondamentalmente una variante dello yiddish – che ha subito un processo di “rilessificazione”. Ovvero, le basi grammaticali, sintattiche e fonologiche dello yiddish e delle lingue slave dell’Europa orientale sono state prese e sovrapposte a un vocabolario tratto dalla Bibbia ebraica. Il risultato è quello che Wexler definisce un “Frankenstein linguistico”: una lingua che indossa abiti semitici ma cammina, pensa e costruisce le sue frasi con l’andatura slava dell’Europa orientale.
Le prove sono inequivocabili. L’ebraico antico, come l’arabo classico e l’aramaico, utilizzava suoni gutturali e glottali caratteristici delle lingue semitiche: l’ayin, l’het, il tsade. Ben-Yehuda e i suoi seguaci, che non avevano mai sentito questi suoni nella vita quotidiana, li eliminarono o li attenuarono fino a renderli irriconoscibili. La fonetica dell’ebraico moderno si basava sulla pronuncia sefardita dei testi liturgici – il modo in cui gli ebrei espulsi dalla Spagna nel 1492 avevano adattato l’ebraico scritto al loro sistema fonetico iberico – non perché fosse più autentica, ma perché era la pronuncia più accessibile ai parlanti europei non semitici.
La sintassi dell’ebraico moderno segue gli schemi dello yiddish (la lingua delle comunità ashkenazite dell’Europa centrale e orientale): frasi costruite da sinistra a destra con una struttura soggetto-verbo-oggetto, tipica delle lingue indoeuropee, mentre l’ebraico antico e le altre lingue semitiche hanno strutture radicalmente diverse. Per argomenti non trattati nella Bibbia – scienza, tecnologia, politica moderna, burocrazia, trasporti – si sono dovuti inventare migliaia di neologismi, molti dei quali traslitterazioni di parole europee dall’aspetto ebraico. Persino i leader dell’élite sionista – Ben-Gurion, Weizmann, Jabotinsky – continuavano a parlare yiddish, russo o tedesco in casa e usavano l’ebraico solo in pubblico, come atto politico.
Nel 1922, il governo del Mandato britannico aggiunse l’ebraico moderno come lingua ufficiale della Palestina. A quel tempo, meno del 2,12% della popolazione del territorio lo parlava quotidianamente. Questa imposizione linguistica, al pari dell’imposizione territoriale, fu un atto di forza coloniale, non un riconoscimento delle realtà storiche.
- L’Impero britannico: la vera origine del progetto sionista
La narrazione ufficiale presenta la Gran Bretagna come un arbitro imparziale che tentò di gestire un conflitto preesistente tra arabi ed ebrei in Palestina. Si tratta di una grave distorsione storica. L’Impero britannico fu l’artefice, il promotore, il finanziatore e il protettore militare del progetto coloniale sionista fin dalle sue fasi iniziali.
L’origine di questo rapporto non risiede nel XX secolo, bensì nel XVII: il sionismo non nacque come movimento ebraico, ma come progetto di comunità evangeliche anglicane in Inghilterra. Gruppi di teologi protestanti radicali, noti come “sionisti cristiani “, sostenevano che il ritorno degli ebrei in Palestina fosse un prerequisito per la seconda venuta del Messia e per la conversione definitiva del popolo ebraico al cristianesimo. La loro motivazione non era l’amore per l’ebraismo: era escatologica e, in ultima analisi, giudeofobica, perché in questa narrazione gli ebrei erano uno strumento per un fine cristiano, destinati a convertirsi o a scomparire nel momento culminante della storia. Questa corrente teologica – documentata da autori come John Owen e Thomas Brightman nel XVII secolo, e che giunse ad avere un’influenza diretta su figure come il Primo Ministro Lord Palmerston nel XIX secolo – preparò il terreno ideologico affinché l’Impero britannico vedesse nel sionismo politico un progetto compatibile con i propri interessi imperiali.
La “Dichiarazione Balfour” del novembre 1917 , in cui il governo britannico prometteva al movimento sionista “la creazione di una patria nazionale per il popolo ebraico” in Palestina, è il documento fondante di questo patrocinio coloniale. Fu redatta dal Segretario di Stato Arthur James Balfour e inviata al Barone Walter Rothschild, rappresentante della comunità ebraica sionista in Gran Bretagna. Lo storico Avi Shlaim la definisce inequivocabilmente illegale e immorale: la Gran Bretagna non aveva alcun titolo legale sulla Palestina nel 1917 – era ancora territorio dell’Impero Ottomano con cui era in guerra – e nessun governo ha il diritto, secondo il diritto internazionale, di promettere il territorio di un altro a una terza parte. La Dichiarazione fu successivamente incorporata nello statuto del Mandato britannico per la Palestina, ottenendo una copertura istituzionale che non ne alterò la natura essenziale: una promessa coloniale riguardante una terra straniera.
Sotto il Mandato britannico (1920-1948), il governo coloniale britannico operò come apparato statale del progetto sionista. Facilitò l’arrivo in massa dei coloni, mentre la popolazione autoctona protestava e resisteva. Istituì riforme agrarie che affidarono la maggior parte possibile delle terre pubbliche al Fondo Nazionale Ebraico e ad altre agenzie sioniste. Tra il 1918 e il 1925, nella sola valle di Jezreel, oltre 60.000 contadini palestinesi – i fellahin – furono sfrattati dalle terre che coltivavano da generazioni, dopo che queste erano state acquistate da proprietari terrieri assenteisti, la cui vendita era stata agevolata dal governo coloniale. Addestrarono e armarono milizie sioniste: l’ufficiale Orde Wingate creò le “Compagnie della Notte” con combattenti dell’Haganah, istruendoli in tattiche di incursione, imboscata e punizione collettiva contro i villaggi arabi. Durante la Grande Rivolta Palestinese del 1936-1939, la più grande insurrezione anticoloniale della storia araba del XX secolo, le forze britanniche uccisero, ferirono, imprigionarono o esiliarono almeno il 10% della popolazione maschile palestinese adulta, decapitandone la leadership politica e militare. Quando gli inglesi annunciarono il loro ritiro nel 1947, la società palestinese era, come osserva Pappé, “una nazione senza leader”: i suoi leader politici erano morti o in esilio, le sue milizie sciolte e la sua capacità organizzativa distrutta. Fu in questo momento di estrema vulnerabilità che le forze sioniste lanciarono il Piano Dalet.
Gli inglesi non si limitarono ad abbandonare il territorio, ne agevolarono attivamente il saccheggio . In città come Gerusalemme Ovest, le truppe disarmarono i residenti palestinesi promettendo loro protezione, per poi infrangere tale promessa all’inizio degli attacchi. Prima di andarsene, fornirono ai leader sionisti documenti burocratici, atti di proprietà e fascicoli amministrativi. Disarmarono selettivamente i palestinesi, chiudendo un occhio sul riarmo dell’Haganah.
Il Gran Mufti di Gerusalemme, Amin al-Husseini , disse senza mezzi termini agli stessi inglesi negli anni ’30: “Avete creato questo mostro. Vi chiediamo di fermarlo prima che ci distrugga “. Gli inglesi non fecero nulla.
- L’illegittimità giuridica dello Stato: la Risoluzione 181 non ha creato Israele
La versione ufficiale sostiene che le Nazioni Unite abbiano “creato legalmente” lo Stato di Israele il 29 novembre 1947, attraverso la Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale, che raccomandava la spartizione della Palestina in due Stati. Questa è una delle distorsioni giuridiche più persistenti nel discorso politico contemporaneo.
La Risoluzione 181 era una raccomandazione – non una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza – adottata dall’Assemblea Generale, la quale, secondo la Carta delle Nazioni Unite stessa, non ha il potere di spartire territori o creare Stati. Per essere giuridicamente valida, la spartizione raccomandata richiedeva l’accordo delle parti coinvolte. La maggioranza – i palestinesi arabi, che costituivano circa due terzi della popolazione e possedevano oltre il 93% del territorio – respinse categoricamente il piano. Di fronte a questo rifiuto, il Consiglio di Sicurezza discusse la questione e riconobbe esplicitamente che le Nazioni Unite non avevano l’autorità di imporre la spartizione con la forza. Il piano, legalmente, “morì” in seno al Consiglio di Sicurezza. È importante sottolinearlo: l’Assemblea Generale, con un voto diviso, formulò una raccomandazione e, secondo la Carta delle Nazioni Unite, non ha il potere di compiere atti di spartizione dei confini, tanto meno di creare un nuovo Stato.
La natura sproporzionata della spartizione proposta costituiva di per sé una flagrante violazione dei principi democratici più elementari. Nel 1947, i coloni ebrei possedevano meno del 7% del territorio palestinese e rappresentavano circa un terzo della popolazione, in gran parte a causa della massiccia immigrazione facilitata dal Mandato britannico. La Risoluzione 181 assegnò loro il 56% del territorio, comprese le aree agricole più fertili: la pianura costiera, la valle di Jezreel e il Negev settentrionale. In quasi tutti i distretti dell’area assegnata allo “Stato ebraico”, i palestinesi costituivano la maggioranza. Nel Negev, gli ebrei rappresentavano meno dell’1% della popolazione. Il fatto che le Nazioni Unite abbiano considerato questa spartizione “equa” dice molto di più sulle dinamiche di potere del 1947 che su qualsia principio di giustizia.
Lo stesso David Ben-Gurion (nato in Polonia come David Yosef Grün) fu trasparente con i suoi più stretti collaboratori riguardo al vero significato della Risoluzione. In una lettera privata al figlio Amos nel 1937, ben prima del voto del 1947, scriveva: “Uno Stato ebraico parziale non è la fine, ma l’inizio. La creazione di un tale Stato rappresenterà un potente impulso nei nostri sforzi storici per redimere l’intero Paese “. Dopo il voto del 1947, disse alla leadership sionista che i confini del futuro Stato “sarebbero stati determinati con la forza “. E così fu: le milizie sioniste non si limitarono al 56% assegnato. Finirono per occupare il 78% della Palestina storica.
In altre parole, questa raccomandazione non fu affatto seguita dal neonato “Israele”, che di fatto invase prontamente Giaffa, allora il principale porto della Palestina, tra aprile e maggio del 1948, compiendo, tra le altre azioni militari, azioni che superarono i limiti della raccomandazione stessa, approvata solo pochi mesi prima dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la quale, peraltro, non fu mai accettata dalla parte palestinese.
Lo Stato di Israele fu fondato con una dichiarazione unilaterale il 14 maggio 1948, poche ore prima del ritiro britannico, senza alcun atto legalmente riconosciuto dalle Nazioni Unite, su un territorio che all’epoca veniva conquistato militarmente e dal quale la popolazione autoctona veniva espulsa. La Risoluzione 181 non fu l’atto della sua nascita: fu la copertura propagandistica.
VII. Il Piano Dalet e la pianificazione burocratica della pulizia etnica
La Nakba, la catastrofe palestinese del 1948, non fu il risultato di una guerra caotica in cui i palestinesi si limitarono a “fuggire”. Fu un processo di pulizia etnica pianificato con precisione burocratica nel corso degli anni, eseguito attraverso una catena di comando clandestina e documentato negli stessi archivi militari israeliani. Ilan Pappé lo dimostrò sistematicamente utilizzando quegli archivi, a un costo enorme, sia a livello professionale che personale: dovette lasciare Israele e andare in esilio nel Regno Unito, sotto pressione, anche a seguito di richieste pubbliche di dimissioni.
L’ideologia di fondo era il concetto di “trasferimento” – un eufemismo per espulsione di massa – presente nel pensiero dei fondatori del sionismo fin dai loro primi scritti. Theodor Herzl scrisse nel suo diario nel 1895: “Cercheremo di espellere la popolazione povera attraversando il confine con discrezione”. Ben-Gurion, come abbiamo notato, lo espresse in modo più chiaro nel 1937. Ciò che cambiò tra il 1937 e il 1948 fu che il concetto si evolse da aspirazione a piano operativo.
Lo strumento che rese possibile la pianificazione fu il “dossier del villaggio”: un inventario sistematico che l’intelligence dell’Haganah iniziò a compilare alla fine degli anni ’30 e che, entro il 1947, comprendeva ogni villaggio palestinese. Questi dossier non erano studi accademici, bensì documenti militari. Contenevano mappe topografiche che mostravano i migliori angoli di attacco, l’ubicazione delle fonti d’acqua e dei silos per il grano, il numero di uomini idonei al combattimento, lo stato del loro armamento – quasi sempre inesistente o obsoleto – i nomi dei leader politici, religiosi e comunitari, e gli individui che avevano partecipato alla rivolta del 1936 e che quindi erano nelle “liste nere”. In breve, erano gli archivi di una persecuzione organizzata.
Le decisioni finali sull’attuazione della pulizia etnica furono prese dalla “Consulenza” – Haveadah Hamyeazet – un comitato clandestino di undici uomini presieduto da Ben-Gurion e composto da leader militari come Yigael Yadin, Moshe Dayan, Yigal Allon e Isaac Sadeh, e da “orientalisti” – esperti di affari arabi e capi dei servizi segreti – come Ezra Danin, Yehoshua Palmon e Gad Machnes. Ben-Gurion creò questo gruppo al di fuori delle istituzioni ufficiali proprio perché era consapevole che il destino che aveva immaginato per i palestinesi non poteva essere discusso in forum pubblici né verbalizzato in verbali ufficiali. La Consulenza si riuniva nella “Casa Rossa” di Tel Aviv.
Tra il 31 dicembre 1947 e il 2 gennaio 1948, la Consultazione tenne quello che Pappé definisce il “lungo seminario”, un incontro di più giorni presso la residenza di Ben-Gurion, durante il quale furono prese decisioni che cambiarono il corso della storia mediorientale. Si decise di abbandonare il termine “rappresaglia” e di adottare “offensiva”; di lanciare attacchi preventivi nelle aree rimaste tranquille; di non fare distinzione tra “colpevoli” e “innocenti”, applicando punizioni collettive – distruzione di interi quartieri, omicidio di civili – per generare il terrore necessario a provocare un esodo di massa. Il 10 marzo 1948, la stessa Consultazione finalizzò il Piano Dalet – Piano D – alla Casa Rossa, il documento cardine per la pulizia etnica. Gli ordini erano espliciti: i villaggi dovevano essere “distrutti con il fuoco, demoliti con esplosivi o scavi nelle macerie”, e la loro popolazione doveva essere “espulsa al di fuori dei confini dello Stato”.
I metodi utilizzati per attuare il Piano Dalet furono molteplici e combinati. La guerra psicologica impiegò altoparlanti per diffondere voci secondo cui gli ebrei avrebbero lanciato “gas velenosi” o “armi atomiche”, una terminologia impressa nella memoria collettiva dopo l’Olocausto e il cui terrificante effetto sulla popolazione civile fu meticolosamente calcolato. I massacri pianificati, come quello di Deir Yassin – il 9 aprile 1948, perpetrato dalle milizie dell’Irgun e del Lehi con la complicità dell’Haganah – e quello di Ayn al-Zaytun, non furono solo crimini in sé: furono strumenti di terrore progettati per diffondere la notizia nei villaggi vicini, provocando panico e fughe preventive. A Deir Yassin, più di 100 civili palestinesi – tra cui donne, bambini e anziani – furono assassinati. I sopravvissuti furono fatti sfilare su camion per le strade di Gerusalemme prima di essere rilasciati, affinché potessero raccontare ciò a cui avevano assistito.
A tutto ciò si aggiunse la guerra biologica. Pappé documenta, con prove della Croce Rossa Internazionale, l’avvelenamento dell’acquedotto di Acri con germi del tifo nel maggio del 1948: l’acqua raggiungeva la città dalla sorgente di Kabri attraverso una conduttura non protetta a cui gli agenti dell’Haganah avevano facile accesso e che potevano contaminare. La conseguente epidemia di tifo fu riconosciuta dagli ispettori della Croce Rossa come “avvelenamento esterno”, respingendo la versione israeliana secondo cui era dovuta al sovraffollamento o alle scarse condizioni igieniche. L’epidemia, combinata con i bombardamenti di artiglieria, accelerò la caduta di Acri. Il 27 maggio 1948, le forze egiziane catturarono due uomini vicino a Gaza, David Horin e David Mizrachi, mentre tentavano di contaminare dei pozzi con virus del tifo e della dissenteria. Il generale Yadin riferì l’incidente a Ben-Gurion, che lo annotò nel suo diario. Nessuno dei due fu ufficialmente reclamato dallo stato israeliano. Furono giustiziati. La guerra biologica non è stato un episodio isolato: era prevista nel Piano C, precursore del Piano Dalet , che ordinava esplicitamente la “distruzione dei mezzi di sussistenza palestinesi, compresi pozzi d’acqua e mulini”.
In seguito all’espulsione, l’apparato statale garantì lo spostamento permanente. Venne creata la figura del “Custode dei Beni Assenti”, un meccanismo legale straordinariamente perverso: dichiarava “assenti” coloro che erano stati espulsi con la forza e confiscava e vendeva le loro proprietà – case, terreni, attività commerciali, mobili – ad agenzie ebraiche o a nuovi immigrati. Persino i rifugiati che, dai campi in Libano, Giordania o Siria, potevano vedere le loro case dal confine, erano legalmente considerati “assenti”. Un regime militare fu imposto ai palestinesi rimasti all’interno del nuovo Stato – circa 150.000 persone – fino al 1966. Questo regime limitava i loro movimenti, confiscava le loro terre e subordinava ogni aspetto della loro vita quotidiana all’autorizzazione di un ufficiale militare. I nomi arabi di città, paesi, fiumi, valli e montagne furono cambiati con nomi ebraici biblici – un processo che gli studiosi definiscono “memoricidio” o “storici dio” – cancellando la storia autoctona dalle mappe. Le foreste del JFN furono piantate sulle macerie. I resti dei quartieri e delle case distrutte furono minati in modo che i rifugiati che tentavano di tornare morissero nel tentativo.
Il risultato: più di 530 villaggi distrutti, circa 750.000 persone sfollate e decine di massacri documentati. Si trattò di una delle operazioni di pulizia etnica più efficienti del XX secolo.
La gerarchia razziale interna: anche il sionismo discrimina gli ebrei
Uno degli aspetti meno noti del progetto sionista è la sua radicata struttura razzista interna, che contraddice l’immagine di unità del “popolo ebraico” che proietta al mondo esterno. Lo Stato di Israele, come sottolinea Christian Nader paragonandolo al sistema delle caste indiano, opera secondo una gerarchia razziale eurocentrica che stratifica la stessa popolazione ebraica in base alla sua vicinanza all’identità europea.
Al vertice si trovano gli ebrei ashkenaziti – ebrei di origine centro-orientale europea: polacchi, russi, tedeschi, ungheresi, lituani – che, fin dalla fondazione dello Stato, hanno controllato il potere politico ed economico senza eccezioni. Nader sottolinea come prova eloquente il fatto che, negli oltre 75 anni di storia dello Stato, nessun Primo Ministro israeliano sia mai stato di etnia diversa da quella ashkenazita, una situazione che in qualsiasi Paese occidentale verrebbe indubbiamente classificata come una struttura di sistematico privilegio etnico. La stragrande maggioranza dei ministri condivide lo stesso status. Sono loro ad aver ideato il progetto, a controllarne le istituzioni fondamentali e a definirne l’identità ufficiale.
Un gradino più in basso si trovano i sefarditi, discendenti degli ebrei espulsi dalla Spagna nel 1492, che occupano principalmente posizioni nelle forze di polizia e nei ranghi intermedi della burocrazia statale. Ancora più in basso nella scala sociale ci sono i mizrahi, ebrei di origine araba o orientale: iracheni, marocchini, yemeniti, siriani, egiziani, che il sionismo ha sottoposto a un processo forzato di “de-arabizzazione” che Nader descrive come “odioso”. Il termine stesso “mizrahi”, che significa “orientale”, era un’invenzione sionista volta a cancellare la loro identità di “ebrei arabi “, una categoria ideologicamente inaccettabile per un progetto che si definiva proprio in opposizione al mondo arabo. Molti mizrahi sono stati sottoposti a processi di umiliazione culturale che includevano l’irrorazione con DDT all’arrivo nei porti israeliani – una “disinfezione” – e l’imposizione di nomi ebraici in sostituzione dei loro nomi arabi.
Durante l’attuazione dell’Operazione Dalet, i soldati mizrahi furono schierati nelle posizioni di combattimento più pericolose, in prima linea, mentre la leadership ashkenazita pianificava le operazioni dal proprio quartier generale. La Brigata Qiryati, composta principalmente da ebrei arabi, fu descritta nei rapporti militari ufficiali del giugno 1948 come un’unità di “qualità inferiore”, formata da “analfabeti” senza candidati idonei per le posizioni di ufficiale, e veniva spesso inviata a compiere saccheggi e “missioni meno appetibili” che le brigate d’élite, come il Palmach, evitavano.
Alla base della piramide si trovano gli ebrei etiopi, i Beta Israel o “Falasha”, che subiscono una discriminazione sistematica da parte di tutti i gruppi superiori, sono relegati in periferie urbane impoverite e presentano tassi di suicidio sproporzionatamente elevati. Le donne etiopi sono state sottoposte a sterilizzazioni forzate, un fatto che lo Stato israeliano ha formalmente riconosciuto solo nel 2013, dopo che lo scandalo è diventato innegabile. I convertiti di recente provenienti dall’Asia centrale o dalla Cina occupano il gradino più basso di questa gerarchia.
Il paradosso evidenziato da Nader è tanto crudele quanto storicamente comprensibile: molti settori della popolazione mizrahi, proprio perché utilizzati per la pulizia etnica di altri arabi – i palestinesi – e per la necessità di integrarsi nella gerarchia per sopravvivere, sono diventati alcuni dei più accesi difensori del regime segregazionista che li discrimina. È il classico meccanismo del colonialismo interno: creare una classe media di dominati che hanno qualcosa da perdere se il sistema crolla.
Collaborazione con il nazismo e terrorismo sotto falsa bandiera contro gli ebrei
Due fatti storici documentati, che la narrativa sionista si sforza sistematicamente di silenziare o relativizzare, rivelano la natura profondamente strumentale del progetto: la sua collaborazione con il regime nazista e l’uso del terrorismo contro le comunità ebraiche che non volevano emigrare in Palestina.
L’ Accordo di Haavara (Accordo di trasferimento) fu firmato nell’agosto del 1933 tra l’Organizzazione Sionista Mondiale e il regime nazista guidato da Adolf Hitler, appena sei mesi dopo la presa del potere da parte dei nazisti con il loro colpo di stato. L’accordo facilitò l’emigrazione degli ebrei tedeschi in Palestina insieme ad alcuni dei loro effetti personali, a condizione che i fondi fossero utilizzati per acquistare prodotti di esportazione tedeschi, contribuendo di fatto a rompere il boicottaggio economico internazionale che le comunità ebraiche di tutto il mondo avevano dichiarato contro la Germania nazista. Più di 60.000 ebrei emigrarono in virtù di questo accordo tra il 1933 e il 1939, portando con sé l’equivalente di diverse centinaia di milioni di dollari odierni. Il boicottaggio fu una delle prime reazioni popolari al nazismo; la leadership sionista lo sabotò.
Vladimir Jabotinsky, fondatore del “sionismo revisionista” e padre ideologico del Likud – il partito che ha governato Israele per gran parte della sua storia e che è guidato da Benjamin Miliekowski, alias Netanyahu – era un dichiarato ammiratore di Benito Mussolini. Corrispose con lui, inviò le sue milizie ad addestrarsi nell’Italia fascista e modellò l’estetica e l’organizzazione del suo movimento giovanile – il Betar – sul fascismo europeo. Nel 1934, ufficiali delle SS visitarono gli insediamenti sionisti in Palestina nell’ambito di contatti facilitati dall’Haganah. Per queste visite furono coniate medaglie commemorative, con la svastica da un lato e la Stella di David dall’altro.
Ancor più inquietante è il terrorismo perpetrato contro le comunità ebraiche della diaspora che non desideravano emigrare in Palestina. A Baghdad, tra il 1950 e il 1951, quando la comunità ebraica irachena – una delle più antiche al mondo, con una presenza ininterrotta fin dai tempi babilonesi – aveva in gran parte deciso di non emigrare in Israele e aveva iniziato a ricostruire la propria vita nell’Iraq post-monarchico, gli agenti del Mossad iniziarono a piazzare bombe in sinagoghe, caffè e quartieri ebraici in tutta la città . Gli attacchi uccisero civili ebrei iracheni e generarono il panico necessario affinché la comunità terrorizzata accettasse di rinunciare alla cittadinanza irachena ed emigrare in massa in Israele. L’operazione fu infine riconosciuta dallo stesso Stato israeliano decenni dopo, in seguito alla testimonianza di alcuni dei suoi partecipanti.
L’ Affare Lavon, noto in Israele come “L’Affare”, è un altro esempio lampante. Nel 1954, una rete di intelligence israeliana piazzò bombe in installazioni americane e britanniche al Cairo e ad Alessandria (le due città più grandi dell’Egitto),con l’intenzione di attribuire gli attacchi ai Fratelli Musulmani o al governo di Nasser. Il loro obiettivo era sabotare il ritiro delle truppe britanniche dall’Egitto e danneggiare le relazioni tra il Cairo e l’Occidente. La rete fu catturata prima di raggiungere i suoi scopi. Il conseguente scandalo politico in Israele – chi aveva autorizzato l’operazione? – tenne il governo sotto scacco per anni, ma la vera natura dell’atto – un attacco sotto falsa bandiera progettato per incolpare gli arabi e manipolare la politica internazionale – era ben documentata.
Nel 1940, la stessa Haganah ordinò il sabotaggio della SS Patria, una nave su cui gli inglesi avrebbero dovuto trasportare 1.800 rifugiati ebrei europei a Mauritius, per impedire loro di essere ammessi in Palestina. L’esplosione affondò la nave nel porto di Haifa e uccise 267 rifugiati. Il sionismo esigeva che la migrazione ebraica fosse esclusivamente verso la Palestina e sotto il suo controllo: i rifugiati dovevano essere strumenti del progetto, non persone con il diritto di scegliere il proprio destino. La storia fu insabbiata per decenni, presentata come un “incidente” o come un atto di suicidio compiuto dagli stessi rifugiati in segno di protesta contro la deportazione.
La strumentalizzazione dell’Olocausto come scudo ideologico
Norman Finkelstein , figlio di sopravvissuti all’Olocausto, ha sviluppato nel suo libro “L’industria dell’Olocausto” la tesi secondo cui l’uso politico del genocidio nazista contro il popolo ebraico si è trasformato, a partire dal 1967, in uno strumento ideologico al servizio dello Stato di Israele e dei suoi alleati. Finkelstein non nega l’Olocausto – sarebbe assurdo, data la sua provenienza familiare – ma ne denuncia la strumentalizzazione.
Prima del 1967, l’Olocausto aveva una presenza relativamente marginale nella cultura politica americana. Fu dopo la Guerra dei Sei Giorni – quando Israele divenne il principale alleato strategico degli Stati Uniti in Medio Oriente, occupò nuovi territori e iniziò ad aver bisogno di copertura politica internazionale per le sue politiche – che la memoria dell’Olocausto venne elevata al centro dell’identità politica occidentale. Da quel momento in poi, qualsiasi critica allo Stato di Israele poteva essere liquidata con una sola parola: “antisemitismo”. Il meccanismo si rivela straordinariamente efficace a livello politico: trasforma uno degli eserciti più potenti del mondo, dotato di capacità nucleari non dichiarate, in una “vittima” permanente e intoccabile.
Questa strumentalizzazione ha anche una perversa dimensione interna. Molti ebrei mizrahi e sefarditi sottolineano come l’Olocausto – un trauma specificamente ashkenazita, frutto della persecuzione europea – sia stato appropriato come trauma fondante dell’intero “popolo ebraico” per giustificare uno Stato che, in realtà, avvantaggia in modo sproporzionato l’élite ashkenazita. Gli ebrei yemeniti, iracheni o etiopi non furono perseguitati dai nazisti: i loro traumi storici sono diversi e non hanno l’Olocausto come punto di riferimento centrale. Ma lo Stato li ha iscritti in quella narrazione perché ne aveva bisogno per legittimarsi universalmente, cooptando al contempo la memoria storica degli orrori del regime nazifascista come se il popolo “ebraico” ne fosse stato l’unica vittima, quando in realtà le persone di fede ebraica, per lo più ashkenazite, rappresentavano solo una parte del vasto numero di vittime del terrore nazifascista.
Apartheid: più sofisticato di quello sudafricano
Il regime imposto dallo Stato di Israele alla popolazione palestinese è stato definito apartheid da organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra cui il Relatore speciale delle Nazioni Unite sui territori occupati, nonché da una parte significativa della comunità giuridica internazionale. Tale definizione non è meramente retorica: si basa su precisi criteri giuridici stabiliti dalla Convenzione internazionale del 1973 sulla repressione e la punizione del crimine di apartheid, che definisce tale crimine come “atti disumani commessi con lo scopo di stabilire e mantenere il dominio di un gruppo razziale su un altro”.
Israele non si definisce come lo stato dei suoi cittadini o abitanti, bensì come lo stato del “popolo ebraico” di tutto il mondo, indipendentemente dal luogo di residenza. Questa definizione ha concrete conseguenze legali: un ebreo nato a New York ha il diritto automatico di “ritornare” in Israele – in virtù della Legge del Ritorno del 1950 – mentre un palestinese nato ad Haifa, la cui famiglia fu espulsa nel 1948 e la cui casa è ancora in piedi, non ha alcun diritto di ritorno o di rivendicazione della propria proprietà. Oltre 65 leggi discriminano attivamente la popolazione non ebraica.
In Cisgiordania, il sistema di apartheid è, come sottolinea Nader, “palese e visibile”. Due sistemi giuridici paralleli operano sullo stesso territorio: i coloni ebrei – che, secondo il diritto internazionale, sono la parte illegittima del conflitto, risiedendo nei territori occupati in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra – godono di pieni diritti civili israeliani, hanno strade riservate e vietate ai palestinesi e accesso alle risorse idriche in quantità di gran lunga superiori a quelle consentite ai palestinesi. I palestinesi, sullo stesso territorio, vivono sotto un regime militare, devono ottenere permessi per spostarsi, lavorare o costruire, e le loro terre possono essere confiscate con decreto militare con un indennizzo minimo o nullo.
Il sistema di proprietà terriera è uno dei pilastri più radicati dell’apartheid. Circa il 93% del territorio in Israele/Palestina è di proprietà statale o controllato dal JNF, il Fondo Nazionale Ebraico. Le leggi del JNF vietano esplicitamente di affittare o vendere questi terreni ai non ebrei. Le comunità palestinesi rimaste all’interno dello Stato di Israele nel 1948 – oggi definite “arabi israeliani” o “palestinesi con cittadinanza israeliana” – non sono riuscite a fondare un solo nuovo villaggio da allora, mentre lo Stato ha creato centinaia di nuovi insediamenti ebraici. I palestinesi con cittadinanza israeliana vivono ammassati nel 2% del territorio, con bilanci comunali sistematicamente inferiori a quelli delle comunità ebraiche.
Il paragone con l’apartheid sudafricano non è meramente analitico; è storico. Negli anni ’70 e ’80, Israele fu il principale alleato e fornitore di armi del regime sudafricano, sottoposto a boicottaggio internazionale. Questa cooperazione includeva tecnologia bellica, addestramento delle forze di sicurezza e, secondo fonti che entrambi i governi hanno costantemente negato ma che numerosi ricercatori hanno documentato, anche la collaborazione nello sviluppo di armi nucleari. I due regimi si riconoscevano a vicenda come “prodotti identici”: entrambi erano colonie di insediamento europee su terre non europee, basate sull’espropriazione e la disumanizzazione della popolazione indigena, ed entrambi comprendevano che la loro sopravvivenza a lungo termine dipendeva dalla solidarietà tra i regimi coloniali e dal sostegno delle potenze imperiali.
La differenza, come sottolineano molti analisti, sta nel fatto che l’apartheid israeliano si è dimostrato più sofisticato nella sua ingegneria giuridica e più efficace nella sua propaganda internazionale. Il regime sudafricano non ha mai potuto presentarsi come “vittima”; Israele sì. Il regime sudafricano non ha mai avuto la copertura ideologica dell’Olocausto; Israele sì. Ma la logica di fondo è la stessa: la vita dell’indigeno vale meno, i suoi diritti sono contingenti e la sua scomparsa è un fine auspicabile.
La Palestina come laboratorio globale di repressione
Una delle esportazioni più redditizie dello Stato di Israele è invisibile nei cataloghi commerciali, ma presente nelle conseguenze politiche di decine di conflitti in tutto il mondo: la tecnologia di repressione, sorveglianza e controinsurrezione sviluppata e testata sulla popolazione palestinese.
Il sistema di spionaggio Pegasus, creato dalla società israeliana NSO Group, è stato venduto ai governi di Arabia Saudita, Messico, Ungheria, India, Ruanda e altri paesi, che lo hanno utilizzato per spiare giornalisti, avvocati per i diritti umani, oppositori politici e attivisti. Pegasus è stato testato e perfezionato nel contesto della sorveglianza della popolazione palestinese a Gaza e in Cisgiordania, dove Israele ha trascorso decenni a sviluppare tecnologie di controllo – riconoscimento facciale, intercettazioni di massa, droni di sorveglianza – che vengono poi commercializzate a livello globale come “tecnologie collaudate in combattimento”. Si tratta di un modello di business coloniale: la popolazione occupata viene usata come cavia per sviluppare tecnologie che vengono poi vendute a coloro che desiderano controllare e reprimere le proprie popolazioni.
Consiglieri militari israeliani hanno addestrato gli squadroni della morte dell’esercito guatemalteco che hanno perpetrato il genocidio dei Maya negli anni ’80. Il generale Efraín Ríos Montt, in seguito condannato per genocidio, mantenne stretti legami con il governo Begin. Paramilitari colombiani hanno ricevuto addestramento da istruttori israeliani. La società di sicurezza privata israeliana Global CST ha fornito addestramento a forze che, secondo quanto documentato, hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani in diversi paesi africani. La tecnologia israeliana dei droni è stata venduta a decine di eserciti e forze di polizia in tutto il mondo.
L’omicidio della giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh di Al Jazeera, avvenuto nel maggio 2022 (documentato in video, per mano di un cecchino israeliano mentre seguiva un’operazione militare a Jenin con il giubbotto da giornalista ben visibile), e il successivo rifiuto dello Stato israeliano di sottoporre il caso a un’indagine indipendente, rappresentano l’esempio contemporaneo di una politica in vigore da decenni: i giornalisti che documentano i crimini di Stato sono bersagli militari .
Appropriazione culturale: l’ultimo furto
Quando la terra è stata espropriata, i villaggi distrutti, i nomi cancellati e la popolazione espulsa, resta un ultimo atto di colonialismo: appropriarsi della cultura degli sfollati e presentarla come propria. Israele ha sistematicamente fatto questo con la cultura palestinese.
Hummus, falafel, shawarma, knafeh, za’atar: piatti con millenni di storia nella cucina delle popolazioni autoctone del Levante sono stati rietichettati come “cibo israeliano” ed esportati in tutto il mondo. I motivi del ricamo tradizionale palestinese – il tartir, con i suoi disegni geometrici specifici di ogni regione e città – sono stati appropriati e commercializzati come artigianato israeliano. La dabke, la danza popolare palestinese eseguita durante matrimoni e cerimonie comunitarie, compare nelle promozioni turistiche israeliane senza alcun accenno alle sue origini. Il manul, l’antico strumento a fiato dei pastori palestinesi, è presente in registrazioni presentate come “musica tradizionale israeliana”.
Questa appropriazione non è né banale né un caso isolato. Per una popolazione che ha perso la propria terra, le proprie case, i propri archivi e molti dei propri membri, la cultura – il ricamo, la danza, il cibo, la musica – rappresenta uno degli ultimi depositari di identità e storia. Rubarla significa perpetuare la cancellazione della memoria attraverso altri mezzi.
Conclusione: uno Stato, non due
Tutto quanto esposto in questo articolo porta al rifiuto della cosiddetta “soluzione dei due Stati”, che in definitiva si è rivelata una tattica dilatoria che, attraverso decenni di presunti “processi di pace”, ha solo contribuito a consolidare il progetto colonialista: il numero di coloni in Cisgiordania è passato da 200.000 a oltre 700.000, rendendo di fatto impossibile la creazione di uno Stato palestinese degno di questo nome. Gli Accordi di Oslo del 1993 sono oggi considerati da ampi settori della società palestinese il più grande errore strategico della loro storia contemporanea: hanno legittimato l’occupazione, disarmato la resistenza politica e fornito a Israele tre decenni di copertura internazionale per continuare la colonizzazione.
La proposta che emerge da tutte queste fonti è quella di un unico Stato democratico, laico e multiculturale nel territorio della Palestina storica, dove tutti i suoi abitanti – palestinesi ed ebrei – coesistano in un sistema di pari diritti, con un diritto al ritorno garantito per gli oltre sette milioni di palestinesi della diaspora e risarcimenti per il saccheggio del 1948 e i settantacinque anni di occupazione. Questa non viene presentata come un’utopia irraggiungibile, ma come l’unica via per smantellare alla radice la struttura dell’apartheid.
Coloro che contestano questa proposta considerandola irrealistica dovrebbero ricordare che nel 1985 l’apartheid sudafricano sembrava altrettanto inamovibile. Cadde otto anni dopo, sotto il peso della resistenza interna, del boicottaggio internazionale e delle sue insostenibili contraddizioni morali. Le stesse forze storiche sono all’opera. La questione non è se il regime dell’apartheid in Palestina finirà, ma quando e a quale costo umano. Questo dipenderà, in parte, da quanto tempo ci vorrà perché il mondo lo chiami per quello che è.
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