
Cronaca
Chiarimento pubblico sui fatti relativi a Byoblu e Media
Pluralisti Europei
Ho letto il comunicato diffuso dalla redazione. Mi dispiace doverlo dire, ma contiene ricostruzioni gravemente inesatte, incomplete e fuorvianti. E poiché è stato reso pubblico, io ho non solo il diritto ma anche il dovere di rispondere pubblicamente. Lo faccio con parole semplici, anche se si tratta di temi complessi, perché tutti hanno il diritto di capire.
IN CHE SITUAZIONE SI TROVA L’AZIENDA
Media Pluralisti Europei non si trova in una difficoltà passeggera. Si trova in quella che la legge chiama situazione di articolo 2447 del codice civile: in parole semplici, il capitale sociale è sceso sotto i minimi di legge e la società deve convocare senza indugio un’assemblea straordinaria per decidere che cosa fare — ricapitalizzare, trasformarsi o sciogliersi.
In una condizione del genere non si può andare avanti come se nulla fosse. Gli amministratori non possono continuare a sostenere costi e pagare fornitori come in tempi normali: possono compiere solo gli atti urgenti e conservativi, e soprattutto portare la società davanti ai soci. Perché questa severità? Perché se, in perdita, si pagassero alcuni creditori sì e altri no, si danneggerebbe chi resta a bocca asciutta: un comportamento che, in caso di successivo fallimento, può configurare il reato di bancarotta preferenziale, con responsabilità personali per chi amministra. Per questo, in 2447, le mani del CdA sono legate. Ed è il punto che nel comunicato della redazione manca del tutto: senza, non si capisce nulla.
PERCHÉ IL SITO È ANDATO OFFLINE
Nessuno ha “preso” il server. È stato disattivato dal fornitore, dopo numerosi solleciti, perché la società — per gli stessi problemi economici — non era riuscita a saldare fatture arretrate di importo rilevante. Non un capriccio né un colpo di mano: una conseguenza diretta della situazione. E qui si chiude il cerchio: proprio perché siamo in 2447, il CdA non poteva semplicemente “pagare il fornitore e riaccendere tutto”, perché sarebbe stato uno di quei pagamenti che avrebbe esposto gli amministratori a gravi responsabilità personali.
La prospettiva, quindi, era concreta e altamente probabile. Senza un intervento, byoblu.com sarebbe rimasto spento per settimane, per mesi, forse per sempre. E un sito spento non è solo “un sito non raggiungibile”: è traffico che si perde, indicizzazione che si distrugge, pubblico che si disabitua, una voce costruita in quasi vent’anni che scivola nell’oblio. Questo non potevo permetterlo. Per questo, nell’attesa che MPE chiarisca il proprio futuro, ho rimesso online il sito con una soluzione tecnica autonoma, usando il progetto al quale stavo lavorando dopo le mie dimissioni. Come unica soluzione per evitare che Byoblu sparisse dal web.
E attenzione alla cosa più grave che è stata scritta: non è andato perduto nulla. Gli articoli, le inchieste e i documentari di questi anni non sono stati cancellati: si trovano sui server del fornitore. In questo momento non sono accessibili — e non lo saranno finché la situazione della società non verrà regolarizzata attraverso il percorso che ho descritto — ma esistono, sono integri e potranno essere recuperati. Scrivere che “sono andati persi migliaia di articoli” è perciò una ricostruzione non vera, e mi aspetto che venga corretta.
LE MIE DIMISSIONI NON SONO STATE SENZA PASSAGGIO DI CONSEGNE
È totalmente falso dire che mi sarei dimesso senza passaggio di consegne. Sono la persona più scrupolosa del mondo. Le dimissioni sono state accompagnate da comunicazioni formali, documenti e successive interlocuzioni. Chi doveva essere informato è stato informato. Nella PEC di dimissioni del 5 maggio 2026 risulta chiaramente che: le dimissioni sono state comunicate al Consiglio di Amministrazione e al Collegio Sindacale; il Consiglio restava validamente costituito e in grado di provvedere senza soluzione di continuità; erano già stati messi a disposizione gli elementi sulla situazione ex art. 2447, deliberata l’assemblea, i fornitori avevano tutti i preventivi già depositati e c’erano in azienda persone munite di valide procure operative e bancarie; avevo inoltre dichiarato espressamente la mia disponibilità a un passaggio di informazioni ordinato qualora ve ne fosse stato bisogno (ma non c’era bisogno di molto altro, data la situazione ex 2447). Non sono sparito, non ho lasciato la società senza informazioni, non ho impedito a nessuno di decidere. Si può discutere di tutto, ma non riscrivere la storia a uso di comunicato.
IL MARCHIO, IL DOMINIO E LA TESTATA: CHIARIAMO
So che appena si parla di marchi qualcuno pensa alle battaglie viste altrove. Ma qui i fatti sono semplici. Byoblu — il nome, il dominio byoblu.com, il progetto — l’ho creato nel 2007. Il marchio BYOBLU l’ho registrato nel 2018, ben prima di qualsiasi attività societaria. Quando un marchio personale viene usato da una società, la legge impone che il rapporto sia regolato da una licenza: non si può farlo usare gratis, soprattutto dove ci sono soci, bilanci e valori patrimoniali. Per questo c’è una licenza, peraltro antecedente a Media Pluralisti Europei, a 2.000 euro al mese, che però prevedeva anche una perizia di rivalutazione ogni due anni: se grazie al lavoro della società il marchio fosse cresciuto di valore, quel maggior valore avrebbe compensato il corrispettivo, in una logica di pareggio tra dare e avere.
È vero che il 6 maggio ho inviato una diffida: ma chiedeva, in alternativa, o il pagamento dei corrispettivi maturati (circa 56.000 euro) oppure la perizia di rivalutazione che — se il marchio fosse cresciuto di valore, com’è ragionevole — avrebbe azzerato quella stessa cifra, portando i conti a pareggio. La mia finalità non era pretendere quella somma per bloccare la società, ma attivare il meccanismo contrattuale previsto e mettere in sicurezza Byoblu fintanto che la situazione in Media Pluralisti Europei non si fosse chiarita. E ho concesso trenta giorni di tempo, pur avendo titolo per agire immediatamente. Rappresentare tutto questo come se io “chiedessi oltre 50mila euro” per bloccare la società è perciò fuorviante e gravato di pesanti omissioni.
E qui una precisazione che conta sul piano giuridico, perché è stata sollevata: la testata giornalistica Byoblu, registrata in Tribunale, è una cosa; il marchio, il dominio e il progetto sono un’altra. Proprio per tenerle distinte, da byoblu.com ho rimosso ogni riferimento alla testata: oggi è, in modo esplicito, un semplice blog di informazione curato da una sola persona. Nessuna sovrapposizione, nessuna confusione.
Il nome “Byoblu 3.0” nasce esattamente da questa esigenza di distinguere. Mi sono concesso, per pura immagine, di raccontare la storia in fasi: la prima, durata dodici anni, come una “1.0”; la fase televisiva — i cui destini oggi sono sospesi — come “2.0”; e la fase che verrà, alla quale la televisione potrà certamente riassociarsi, come “3.0”. La parola “spin-off” è una concessione pop, scritta di getto nel giro di poche ore mentre risolvevo da solo un’emergenza improvvisa. Non c’era, e non c’è, alcuna intenzione di sminuire, ed attaccarsi a quello è pretestuoso e (concedetemelo) un po’ infantile, strumentale ad ottenere facili consensi.
La televisione dei cittadini è stata un esperimento unico al mondo, possibile anche grazie a giornaliste e giornalisti che ci hanno messo la faccia. Quel lavoro vale moltissimo, nessuno lo dimentica e soprattutto — come ho spiegato — non è andato perso e può essere recuperato. Proprio perché lo riconosco, vorrei che quelle energie potessero tornare a esprimersi al meglio.
Se Media Pluralisti Europei troverà nuovi investitori, un nuovo Consiglio, un piano serio di taglio dei costi e persone disposte ad assumersi responsabilità vere, non ho alcuna difficoltà a valutare il rientro di Byoblu in un percorso condiviso. La porta resta aperta. Ciò che non potevo fare era lasciare Byoblu spento e sospeso nell’attesa indefinita che altri decidessero se, come e quando ripartire.
SUI CANALI SOCIAL
So che la redazione lamenta di non avere più accesso ai canali ufficiali. Dico le cose come stanno. I canali e i profili (Telegram, X, Instagram) fanno parte dell’identità e del marchio Byoblu che in questo momento devono essere tutelati. La restrizione sugli accessi è una misura dovuta e cautelativa, non un dispetto: serve a non confondere il pubblico in una fase delicatissima — anche in vista di eventuali richieste di sostegno o della ricerca di investitori — e a non disperdere il valore dell’azienda, valore che peraltro comunicati come quello di ieri contribuiscono a danneggiare, in una prospettiva che potrebbe arrivare fino alla liquidazione. È una misura che può rientrare nel momento in cui la situazione di MPE si sblocca.
E qui voglio essere altrettanto chiaro: nulla impedisce a Media Pluralisti Europei di aprire da subito canali social a proprio nome. Sono gratis. Anzi, la società ha già un canale YouTube ben avviato, che ho creato io per loro. Se apriranno nuovi canali ufficiali, mi sono già ampiamento impegnato pubblicamente a darne immediata e ampia diffusione. La voce non si toglie a nessuno: si tratta solo di non confondere due soggetti distinti.
LA TECNOLOGIA NON SOSTITUISCE I GIORNALISTI: LI LIBERA
La nuova piattaforma è stata descritta come un modo per sostituire i giornalisti con l’intelligenza artificiale. È una rappresentazione superficiale e profondamente sbagliata. Una redazione di dodici giornalisti non dovrebbe consumare gran parte delle proprie energie a riscrivere notizie già battute dalle agenzie, già pubblicate dai grandi giornali, spesso uscite altrove anche da giorni. Non è il modo migliore di usare il denaro dei cittadini che hanno sostenuto Byoblu. Ci voleva una visione nuova, bisognava sfruttare tutte le armi che le nuove opportunità tecnologiche di un mondo che cambia in fretta mettono a disposizione. Chi non cambia, chi non evolve, non tiene il punto: semplicemente muore.
Un esempio semplice. Se oggi accade qualcosa in Germania, negli Stati Uniti, a Bruxelles o in Medio Oriente, una piattaforma ben costruita e sempre supervisionata da esseri umani può raccogliere, ordinare, tradurre, confrontare e pubblicare rapidamente le informazioni di base. Questo non è “fare giornalismo al posto dei giornalisti”: è fare in modo che i giornalisti non debbano passare la giornata a rincorrere la cronaca ordinaria e a scrivere articoli di routine. Così si liberano per ciò che davvero dà valore al loro lavoro: inchieste, reportage, interviste, presenza sul territorio, analisi, verifiche — il racconto che nessun algoritmo potrà mai fare al posto loro. Sopra quella base di cronaca, coperta in modo più rapido e completo, si costruisce la vera informazione indipendente: quella che scava, collega i fatti, fa emergere ciò che gli altri non raccontano. Una piattaforma pensata per potenziare l’informazione, non per impoverirla. Una piattaforma a cui stavo lavorando anche per metterla a loro disposizione – se Media Pluralisti Europei continuerà la sua strada – e che adesso ho anticipato per i motivi già ampiamente spiegati.
SI POTEVA VERIFICARE PRIMA
Prima di diffondere un comunicato pubblico così grave, la redazione avrebbe potuto fare due cose semplici: chiedere informazioni complete al Consiglio di Amministrazione, che era stato formalmente informato già sabato; oppure scrivermi, chiamarmi, chiedermi documenti e una versione dei fatti. Non lo ha fatto. E per chi rivendica di fare giornalismo, prima di attribuire responsabilità pesanti a una persona, il minimo è verificare.
Lo stesso vale per tutti i commentatori che si definiscono giornalisti o liberi informatori, ma che partono a fare post di condanna senza prima verificare, nonostante abbiano tutti quanti i miei contatti. Se si comportano così per queste questioni in cui la verifica dei fatti è facilmente riscontrabile, immaginate come verificheranno le cose che ogni giorno vi raccontano, e la cui verifica è oggettivamente difficile, senza mezzi e risorse propri dei grandi editori.
LA MIA POSIZIONE VERSO MEDIA PLURALISTI EUROPEI
Non ho alcun interesse a distruggere Media Pluralisti Europei, avendovi profuso incessantemente energie infinite, di notte e di giorno, per anni, ed essendo socio di maggioranza. Al contrario: continuo ad augurarmi che si possa trovare una strada, una guida, un piano e persone capaci di raccogliere il testimone con coraggio. Alla sua guida, in questo momento, peraltro servono profili con una competenza tecnica nelle società in crisi. Io so fare tante cose ma questa no, ed anche da qui erano maturate le mie dimissioni. Avevo anche trovato un elenco di decine di curricula di candidati da valutare e ne avevo parlato al Cda. MPE ha in sé tutte le possibilità, se guidata con determinazione e passione, di trasformarsi e ripartire. Ma per rinascere servono lucidità, responsabilità e verità. Comunicati pubblici inesatti e accusatori non la avvicinano a questa possibilità: la allontanano.
UNA COSA, IN CHIUSURA
A supporto di quanto dico, non mi nascondo dietro le parole. Pubblicherò la comunicazione PEC delle mie dimissioni — finora messa a disposizione del solo Consiglio di Amministrazione, il 5 maggio scorso — dopo aver oscurato i dati sensibili e le parti non necessarie alla comprensione dei fatti. È un documento molto tecnico, ma chi ha gli strumenti per leggerlo capirà le reali motivazioni della mia scelta. Continuo a muovermi così: con i fatti, e con le carte alla mano — nel rispetto delle persone, ma con la fermezza necessaria a difendere la verità.
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