martedì 23 giugno 2026

Bioblu - Brexit:? “Un atto nazionale di autolesionismo”, parola di Mazzucato..+..

 

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Brexit:? “Un atto nazionale di autolesionismo”, parola

 di Mazzucato..+.. E allora: “rejoin”! Ma anche no: ecco

 perché.!

A dieci anni dal referendum, la Brexit ha davvero distrutto l’economia britannica? Analisi critica della tesi di Mazzucato sull’«autolesionismo nazionale».

A dieci anni esatti dal referendum del 23 giugno 2016, il dibattito sulla Brexit torna al centro dell’agenda pubblica. Mentre a Londra centinaia di manifestanti sfilano al grido di rejoin chiedendo il rientro nell’Unione Europea, e mentre la politica britannica attraversa una stagione di instabilità senza precedenti — sei premier in un decennio, partiti tradizionali in crisi, Nigel Farage in testa ai sondaggi — l’economista italoamericana Mariana Mazzucato ha rilasciato ad Adnkronos un’analisi destinata a far discutere. La Brexit, ha dichiarato, è stata un «atto nazionale di autolesionismo».

Una tesi suggestiva, alcuni dati a supporto, e un salto retorico che merita di essere esaminato.

I costi ci sono, ma la narrazione del “disastro” non regge ai dati

Sarebbe scorretto liquidare del tutto l’analisi di Mazzucato. Alcuni indicatori macroeconomici confermano che la Brexit ha avuto costi reali: l’Office for Budget Responsibility stima che il nuovo rapporto commerciale UK-UE riduca la produttività potenziale di lungo periodo di circa il 4% rispetto allo scenario ipotetico di permanenza nell’Unione. Il Regno Unito figura al ventottesimo posto OCSE per investimenti privati. E il saldo migratorio con i Paesi UE è oggi negativo, con un calo netto di circa 42.000 persone nel 2025.

Il problema, però, non è nei dati: è nel modo in cui vengono interpretati e nel quadro narrativo in cui vengono inseriti.

Se la Brexit fosse davvero un puro atto di autolesionismo nazionale, ci si attenderebbe una traiettoria univoca di collasso economico. Invece l’Ufficio Nazionale di Statistica (ONS) indica che il PIL britannico è cresciuto dell’1,4% nel 2025, dopo l’1,0% del 2024, con un PIL reale pro capite in aumento dell’1,1% nello stesso anno. Non sono numeri trionfali, ma nemmeno il ritratto di un’economia devastata. Secondo la House of Commons Library, nel 2025 l’UE rappresentava ancora il 50% delle importazioni britanniche, con una quota oscillante tra il 47% e il 53% dal 2015: il rapporto commerciale si è complicato, non è scomparso.

La fragilità strutturale viene da lontano

Il punto più debole dell’analisi di Mazzucato è metodologico: le fragilità che attribuisce alla Brexit erano già presenti prima del referendum del 2016. Il dato sul ventottesimo posto OCSE per investimenti privati, rilanciato dall’IPPR, riguarda una debolezza di lungo periodo: il Regno Unito ha registrato livelli d’investimento inferiori ai concorrenti del G7 per decenni. Usare quel dato come prova quasi diretta dell’«autolesionismo Brexit» è, sul piano analitico, una semplificazione.

La Brexit può aver aggravato certi squilibri, ma non li ha creati. La vera domanda — che l’articolo di Mazzucato non pone — è se la classe dirigente britannica, conservatrice e laburista, abbia mai avuto una strategia industriale coerente, infrastrutture adeguate, un mercato dei capitali efficiente e politiche di produttività efficaci. Spostare il baricentro della colpa sulla separazione dall’UE significa evitare questa domanda scomoda.

Anche sul fronte degli investimenti esteri diretti, il quadro è più ambiguo di quanto l’economista suggerisca: nel 2024-2025 il governo britannico registra 1.375 progetti FDI e quasi 70.000 nuovi posti di lavoro, pur segnalando un calo del 20% dei nuovi progetti rispetto all’anno precedente. Energia, tassazione, instabilità politica, pandemia, guerra in Ucraina e concorrenza americana per gli investimenti industriali sono variabili che restano sullo sfondo nell’analisi di Mazzucato.

La sovranità che non viene pesata

Una confutazione seria non può negare i costi della Brexit; deve però ricordare che quella scelta non era soltanto una variabile econometrica. Era anche una decisione di sovranità legislativa, commerciale, migratoria e costituzionale. Fuori dall’UE, il Regno Unito ha costruito una propria rete di accordi commerciali: secondo il governo di Londra, si tratta di 40 accordi con 74 Paesi e territori, inclusi CPTPP, Australia, Nuova Zelanda, Singapore e Giappone.

Si può discutere se questi accordi compensino o meno la perdita di accesso pieno al mercato unico europeo — probabilmente no, nel breve periodo. Ma l’articolo di Mazzucato non pesa il trade-off: tratta la sovranità recuperata come se non avesse alcun valore politico, strategico o democratico. Questa è una scelta ideologica, non un dato empirico.

Paradossale anche la lettura sul fronte migratorio: l’ONS indica che dal 2021 la migrazione netta è stata trainata soprattutto da cittadini non-UE, mentre il saldo con i Paesi UE è negativo dal 2016. I sostenitori della Brexit non hanno ottenuto la riduzione complessiva dell’immigrazione che promettevano; ma dopo l’uscita dall’UE, è il Parlamento di Westminster — non Bruxelles — a decidere la politica migratoria. Discutibile nei risultati, ma democraticamente attribuibile agli elettori britannici che hanno scelto.

Chi è Mariana Mazzucato

Affermare che i legami istituzionali di Mazzucato provino malafede sarebbe sbagliato. Ma ignorarli significherebbe omettere un elemento rilevante per valutare il suo quadro interpretativo.

Mazzucato è professoressa alla UCL e fondatrice dell’Institute for Innovation and Public Purpose. La sua biografia UCL segnala appartenenze di alto profilo: Council on Foreign Relations, Accademia dei Lincei, Commander of the British Empire (CBE) nel 2025. Ha avuto un ruolo diretto nell’elaborazione delle politiche UE sull’innovazione: la Commissione europea la invitò a formulare raccomandazioni strategiche per Horizon Europe, da cui deriva l’approccio «mission-oriented» entrato poi nel lessico ufficiale dell’UE. È stata anche collegata al World Economic Forum e all’OMS, dove ricopre il ruolo di chair del Council on the Economics of Health for All. Sul piano politico britannico, il suo framework delle «missioni» ha influenzato le cinque missioni programmatiche del Labour Party.

Non si tratta di un conflitto d’interessi in senso formale. Si tratta però di una postura intellettuale perfettamente allineata con un preciso ecosistema: istituzioni UE, governance sovranazionale, economia del bene comune, transizione verde, Stato mission-oriented, Labour progressista. È ragionevole ipotizzare un bias di cornice: per Mazzucato, l’integrazione europea non è una semplice opzione tecnica tra le altre, ma parte naturale del suo paradigma politico-economico.

La critica giusta, sbagliata di target

La tesi conclusiva più solida non è quella di Mazzucato. Non è la Brexit in sé ad aver dimostrato il fallimento della sovranità britannica: è la classe dirigente britannica ad aver dimostrato di non saper usare quella sovranità. E questa è una critica radicalmente diversa da quella — comoda per Bruxelles — secondo cui fuori dall’UE non ci sarebbe salvezza.

Anche Il Post, nell’analisi pubblicata il 21 giugno, riconosce che la Brexit ha «accelerato una serie di sviluppi già in corso» e che i problemi strutturali del paese — dal ristagno economico al dissesto del servizio sanitario — erano preesistenti alle politiche di austerità del governo Cameron. La crisi politica c’è, è reale, e per molti osservatori Brexit è stato un evento lose-lose in cui tutte le parti hanno perso qualcosa. Ma attribuire tutto a un voto del 2016 significa sollevare da ogni responsabilità decenni di mala gestione bipartisan.

I prossimi sviluppi si giocheranno sul terreno politico interno: il governo Starmer sta perseguendo un graduale riavvicinamento a Bruxelles, ma le condizioni che l’UE potrebbe porre — libertà di circolazione, possibile ingresso in Schengen, contributi al bilancio — rendono un vero rejoin politicamente impraticabile nel breve periodo. Intanto Farage resta in testa ai sondaggi, e il dibattito su chi abbia fallito la Brexit — se chi l’ha voluta o chi l’ha gestita — è tutt’altro che chiuso.


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