martedì 30 giugno 2026

Byoblu - Sachs al Parlamento UE: «L’Europa non ha una politica estera, solo russofobia..+.. Non elemosinate dagli USA e andate subito a Mosca».


Sachs al Parlamento UE: «L’Europa non ha una politica

 estera, solo russofobia. ...Non elemosinate dagli USA e

 andate subito a Mosca». Discorso virale.

Byoblu · 4 ore fa ·
Jeffrey Sachs al Parlamento europeo: l’UE deve aprire negoziati diretti con Mosca, separarsi dalla NATO e smettere di delegare la propria politica estera a Washington.

Byoblu·4 ore fa
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Jeffrey Sachs è uno degli economisti più influenti del panorama internazionale. Professore alla Columbia University e direttore del Center for Sustainable Development Solutions, è stato consigliere di tre segretari generali delle Nazioni Unite e ha affiancato, nel corso della sua carriera quarantennale, governi di ogni continente: dalla Polonia di Solidarność alla Russia di Eltsin, dall’Ucraina di Kuchma alle economie della ex Jugoslavia. Ha contribuito a progettare il sistema valutario estone, ha lavorato nei Balcani, in Africa e in America Latina. È il curatore del World Happiness Report e del Sustainable Development Report, due dei più citati indici annuali sulla qualità della vita globale. Pur avendo frequentato da vicino i vertici politici americani — il suo ex insegnante di macroeconomia è stato segretario al Tesoro degli Stati Uniti — si definisce oggi membro di nessun partito, dopo aver abbandonato i Democratici che giudica «diventati completamente guerrafondai».

È in questo ruolo di osservatore indipendente, con accesso diretto ai protagonisti delle crisi che ha vissuto in prima persona, che Sachs ha parlato di fronte a un gruppo di europarlamentari, in un incontro promosso all’interno del Parlamento europeo. Il suo intervento è diventato virale. Byoblu [3.0] ve lo propone, con un’ampia sintesi.

Il quadro geopolitico: trent’anni di unipolarismo americano

Sachs parte da una premessa che considera non ideologica ma empirica, frutto di trentasei anni di osservazione diretta: dalla caduta dell’Unione Sovietica in poi, gli Stati Uniti hanno adottato la convinzione di governare il mondo senza dover rendere conto a nessuno — né alle preoccupazioni altrui, né alle linee rosse dei vicini, né al quadro giuridico delle Nazioni Unite.

«Cheney, Wolfowitz e molti altri nomi che ormai conoscete bene», sostiene Sachs nel video, «credevano letteralmente che questo fosse ormai un mondo americano e che avrebbero fatto ciò che volevano». In questo schema, la neutralità è considerata peggio della dichiarata ostilità: un paese neutrale è «sovversivo», perché non si schiera apertamente.

Le guerre degli ultimi trent’anni — dai Balcani all’Iraq, dalla Siria alla Libia, passando per il Sudan del Sud e la Somalia — sono, nella sua lettura, guerra condotte o causate dagli Stati Uniti in misura che definirebbe «sorprendente» per molti ascoltatori. Il bombardamento di Belgrado nel 1999 per 78 giorni consecutivi, la spartizione del Sudan, il cambiamento dei confini in Kosovo: tutti episodi che Sachs inscrive in un unico progetto di unipolarità.

L’espansione della NATO e la crisi ucraina

Al centro della sua analisi c’è la questione dell’allargamento della NATO verso est, che Sachs considera una decisione politica americana formalizzata già nel 1994, quando il presidente Clinton autorizzò l’espansione verso i paesi dell’ex blocco sovietico.

Sachs ricorda che il 7 febbraio 1991, nel contesto delle trattative sulla riunificazione tedesca, il segretario di Stato James Baker III e il ministro degli Esteri tedesco Hans-Dietrich Genscher avevano esplicitamente garantito a Gorbaciov che la NATO non si sarebbe espansa «di un solo centimetro verso est». «Tutto ciò che vi viene detto dagli americani su questo punto è una bugia», afferma Sachs, invitando a consultare gli archivi desecretati della George Washington University, dove decine di documenti lo confermerebbero.

Nel 1997, Zbigniew Brzezinski pubblica La grande scacchiera, che Sachs non considera un testo speculativo ma la presentazione pubblica di decisioni già prese dal governo americano. In quel libro, l’espansione verso est di Europa e NATO è descritta come un progetto simultaneo e inevitabile, e Brzezinski sostiene che la Russia non avrebbe potuto fare nulla per impedirlo. «Ecco un altro stratega americano che si sbagliava completamente», commenta Sachs. «È forse una sorpresa che siamo sempre in guerra? Perché nella teoria dei giochi che i nostri strateghi applicano, non si parla mai con l’altro lato. Si decide semplicemente quale sarà la sua strategia.»

L’obiettivo strategico, nella sua lettura, affonda le radici nella geopolitica britannica ottocentesca: circondare la Russia nel Mar Nero, negarle l’accesso al Mediterraneo orientale, ridurla a potenza regionale. Ucraina, Romania, Bulgaria, Turchia e Georgia sarebbero i tasselli di questo schema, già descritto da Lord Palmerston nel 1853 e ripreso da Mackinder.

L’allargamento del 2004 ai sette paesi — tra cui i tre stati baltici — fece infuriare Mosca, che nel 2007, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, per voce di Putin chiese esplicitamente di fermarsi. La risposta americana, nel 2008, fu l’annuncio dell’apertura della porta della NATO a Ucraina e Georgia.

Sachs racconta di aver ascoltato Mikheil Saakashvili al Council on Foreign Relations nel maggio 2008 e di essere uscito convinto che stesse per scoppiare una guerra: «Questo uomo è pazzo», avrebbe detto alla moglie. Un mese dopo, la guerra in Georgia ebbe inizio.

Sul 2014 e il Maidan, Sachs è netto: «Gli Stati Uniti lavorarono attivamente per rovesciare Yanukovich». Cita la telefonata intercettata tra Victoria Nuland e l’ambasciatore americano Geoffrey Pyatt come prova non indiretta ma diretta dell’intervento americano nella crisi politica ucraina. Aggiunge che quando arrivò a Kiev su invito del nuovo governo provvisorio per discutere della crisi economica, gli fu mostrato come il movimento fosse stato organizzato e finanziato dall’esterno: «Rivoluzione spontanea della dignità? Da dove vengono tutti questi media, questa organizzazione, questi autobus? Lo capiscono tutti tranne i cittadini europei e americani.»

Gli accordi di Minsk 2, modellati sull’autonomia dell’Alto Adige e votati all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, prevedevano l’autonomia per le regioni russofone dell’est ucraino. Stati Uniti e Ucraina decisero di non darvi attuazione. Germania e Francia, garanti del processo normanno, non insistettero. «Un’altra azione unilaterale americana con l’Europa nel suo solito ruolo di sussidia inutile, pur essendo garante dell’accordo», è il commento di Sachs.

Nel dicembre 2021 tenne una lunga telefonata con Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, supplicandolo di evitare la guerra con una semplice dichiarazione pubblica: la NATO non si sarebbe allargata all’Ucraina. «Jake, dichiara che la NATO non si allargherà all’Ucraina», disse Sachs. La risposta fu: «Non possiamo dirlo pubblicamente». Commento di Sachs: «Stavi per avere una guerra per qualcosa che non sarebbe nemmeno accaduto. Non sono persone molto brillanti. Lo dico onestamente, dopo averle frequentate per più di quarant’anni.»

Sull’abbandono dei negoziati di pace del marzo 2022 — quando, a soli sette giorni dall’inizio dell’invasione, Zelensky avrebbe aperto alla neutralità — Sachs è dettagliato: «Conosco i dettagli di quella vicenda in modo esquisito perché ho parlato con tutte le parti. L’Ucraina si ritirò unilateralmente da un accordo quasi raggiunto perché gli americani glielo dissero. Boris Johnson poi aggiunse il tocco finale andando a Kiev in aprile.» Ha citato le stesse parole di Johnson, che avrebbe dichiarato esplicitamente che in gioco non c’era l’Ucraina ma l’egemonia occidentale. Secondo Sachs, da quel momento in poi circa un milione di ucraini sono morti o rimasti gravemente feriti.

Cosa dovrebbe fare l’Unione Europea: i punti centrali

È sul ruolo e il futuro dell’Unione Europea che Sachs concentra la parte più articolata e diretta del suo intervento, indirizzandosi esplicitamente ai parlamentari presenti.

L’Europa non ha una politica estera: solo russofobia

Il punto di partenza è una constatazione che definisce storica: «L’Europa non ha avuto alcuna politica estera in questo periodo che io riesca a individuare. Nessuna voce, nessuna unità, nessuna chiarezza, nessun interesse europeo. Solo lealtà americana.» L’unica eccezione che ricorda con apprezzamento è il 2003, quando Francia e Germania si opposero all’invasione dell’Iraq. Dopo di allora, silenzio.

La politica europea attuale, a suo avviso, non è una politica estera: è russofobia. «Russofobia non è realismo, non è sicurezza, non è nemmeno geopolitica elementare. È l’assenza di pensiero.» Gli stati baltici, che pure conosce bene per averli aiutati nel passato — in Estonia ricevette il secondo onore civile più alto che un presidente possa conferire a uno straniero, per aver progettato il sistema valutario nel 1992 — vengono esplicitamente invitati a smettere di adottare posizioni provocatorie verso Mosca: non vietare il russo quando costituisce la lingua madre del 25% della popolazione, non chiedere la frammentazione della Russia, non antagonizzare la Chiesa ortodossa russa.

Negoziare con Mosca, non implorare Washington di essere al tavolo

Il secondo punto è che l’Europa deve aprire un canale diplomatico diretto con la Russia, senza aspettare il permesso americano né delegare la propria politica estera a terzi. «Vi chiedo: andate a Mosca. Discutete con le vostre controparti. Siete 450 milioni di persone, avete un’economia da 20 trilioni di dollari. Dovreste essere il principale partner commerciale e naturale della Russia.» Aggiunge: «Non dovete essere nella stessa stanza degli Stati Uniti. Siete l’Europa. Dovreste stare in una stanza con l’Europa e la Russia. Se gli americani vogliono unirsi, benissimo. Ma non elemosinare.»

Invita il presidente del Consiglio europeo Costa e la leadership dell’UE ad aprire trattative dirette con Putin: «Le questioni di sicurezza europea sono sul tavolo. I leader russi che conosco sono buoni negoziatori. Dovreste negoziare con loro, e farlo bene.» Cita il ministro Lavrov, che conosce da trent’anni, definendolo un brillante ministro degli Esteri con cui valga la pena discutere.

Il punto fondamentale è che la guerra in Ucraina si avvierà probabilmente verso la conclusione non per meriti europei, ma perché Trump non vuole portare avanti una partita perdente. «Se l’Europa vuole continuare con le sue fanfare guerrafondaie, non importa. La guerra sta finendo. Toglietevelo dalla testa e dite ai vostri colleghi che è finita.» E una volta finita, aggiunge, l’Europa dovrà comunque fare i conti con la Russia da sola, perché agli americani non interesserà più.

Separare l’Europa dalla NATO

Un errore strutturale che Sachs individua con forza è la totale sovrapposizione tra identità europea e NATO: «Queste sono cose completamente diverse, ma sono diventate esattamente la stessa cosa. L’Europa è molto meglio della NATO.» A suo avviso, la NATO avrebbe dovuto essere sciolta nel 1991, dopo la fine della Guerra Fredda. Invece è diventata uno strumento di egemonia americana: «Quando l’Europa si espandeva verso est, significava automaticamente che la NATO si espandeva verso est. Queste due cose avrebbero dovuto rimanere completamente separate.»

Riguardo alla richiesta di Trump di portare le spese militari al 5% del PIL, Sachs è esplicito: «Assurdo. Ridicolo. Completamente assurdo. Nessuno ha bisogno di spendere una cifra simile.» Aggiunge che quella pressione non serve la sicurezza europea ma gli interessi commerciali americani: «Trump è un venditore di armi. Vende tecnologia e armamenti americani. Vance vi ha detto pochi giorni fa di non pensare nemmeno di avere una vostra tecnologia AI. Capite bene che questo aumento di spesa è per gli Stati Uniti, non per voi.»

Sachs si dice invece favorevole a una spesa europea del 2-3% del PIL, purché investita in una struttura di sicurezza autonoma europea, in tecnologia europea, senza che Washington detti le condizioni d’uso. Cita il caso di ASML nei Paesi Bassi — l’unico produttore mondiale di macchine per la litografia a raggi ultravioletti estremi, tecnologia fondamentale per i semiconduttori avanzati — come emblema del paradosso: «L’America determina ogni politica di ASML. I Paesi Bassi non hanno nemmeno una nota a piè di pagina. Io non cederei il controllo della sicurezza agli Stati Uniti in questo modo.»

I diplomatici europei devono fare i diplomatici

Una delle critiche più dirette riguarda la classe diplomatica europea: «I vostri diplomatici dovrebbero essere diplomatici, non segretari di guerra.» Definisce questa «la prima e più urgente regola». Critica esplicitamente il segretario generale della NATO uscente, che considera peggiore del predecessore Stoltenberg, e chiede che la NATO smetta di parlare a nome dell’Europa. «L’alto rappresentante dell’UE deve diventare un diplomatico. La diplomazia significa andare a Mosca, invitare le controparti russe qui. Questo non avviene ancora.»

Non delegare la politica estera a nessuno

Tra i messaggi più insistiti c’è quello sulla sovranità della politica estera europea: «Non consegnate la vostra politica estera a nessuno. Non agli Stati Uniti, non all’Ucraina, non a Israele. Mantenete una politica estera europea.» Ricorda che l’Europa non ha bisogno di avere l’Ucraina nella stanza quando discute con la Russia, proprio come non ha bisogno di chiedere il permesso americano per aprire un canale diplomatico.

La «Finlandizzazione» come modello positivo

Rispondendo a una domanda sulla neutralità, Sachs rovescia il senso negativo con cui il termine «Finlandizzazione» viene spesso usato: «La Finlandizzazione ha portato la Finlandia al primo posto nel World Happiness Report, anno dopo anno. Ricca, di successo, felice e sicura. Questo prima della NATO.» Fa lo stesso con la neutralità austriaca del 1955: «L’esercito sovietico se ne andò e l’Austria è un posto meraviglioso.» La conclusione è che mantenere uno spazio neutro tra l’apparato militare americano e la Russia sarebbe stato — e potrebbe ancora essere — la scelta più saggia per i paesi della regione.

Sul Medio Oriente e la Cina

Nel corso dell’intervento Sachs tocca anche altri dossier. Sul Medio Oriente, sostiene che gli Stati Uniti abbiano consegnato la propria politica estera a Netanyahu «trent’anni fa», e che la lobby israeliana domini la politica americana in modo che definisce «molto pericoloso». Ritiene Netanyahu un criminale di guerra regolarmente incriminato dalla Corte penale internazionale e afferma che l’unico ostacolo alla soluzione dei due Stati per la Palestina sia il veto americano al Consiglio di Sicurezza dell’ONU: «Se volete avere influenza, dite agli Stati Uniti di togliere il veto. Siete insieme a 180 paesi del mondo.»

Sulla Cina, il messaggio è sintetico: «La Cina non è un nemico. È semplicemente una storia di successo. Ed è per questo che gli Stati Uniti la considerano un nemico: perché la Cina ha un’economia più grande di quella americana. Tutto qui.»

La prospettiva di lungo periodo

Nel chiudere il suo intervento, Sachs adotta un tono meno analitico e più programmatico. Sostiene che il mondo si trovi nel mezzo del più grande avanzamento tecnologico della storia umana — dall’intelligenza artificiale alla biologia molecolare, dall’energia rinnovabile alla genomica — e che ci siano tutte le condizioni per un’«era di abbondanza» se si abbandonasse la logica del conflitto. «Non siamo in conflitto con la Cina. Non siamo in conflitto con la Russia. Se ci calmiamo, il lungo periodo è molto positivo.» Secondo Sachs, non esistono ragioni profonde per nessun conflitto attuale: ogni guerra che ha studiato è «semplicemente un errore».

L’invito finale all’Europa è di dotarsi di una visione positiva condivisa, costruita sul diritto internazionale, sull’integrazione regionale, sulla diplomazia attiva con l’ASEAN, sull’accordo verde, sulla qualità della vita che i suoi indicatori collocano ai vertici mondiali. «Se il mondo assomigliasse di più all’Europa, sarebbe un posto più felice, più pacifico, più sicuro, con una vita più lunga e un cibo migliore.»


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