martedì 16 giugno 2026

Byoblu - Crosetto a Washington: «Nessuna alternativa all’asse atlantico»..+.. Ecco però il prezzo che paghiamo...!

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... Ecco però il prezzo che paghiamo.

Il ministro della Difesa incontra Hegseth al Pentagono: spese militari, basi USA e Nato 3.0. Più impegni, meno autonomia.
Byoblu·18 ore fa

Lunedì 15 giugno 2026, il ministro della Difesa Guido Crosetto è atterrato a Washington per incontrare al Pentagono il segretario americano Pete Hegseth. L’incontro, descritto dallo stesso Crosetto come «totalmente amichevole e di totale cooperazione», ha toccato i principali dossier aperti: le spese militari italiane, il futuro della Nato, le basi americane sul territorio nazionale, la crisi in Ucraina, il Libano e il possibile contributo italiano alle operazioni di sminamento nello Stretto di Hormuz. Sul tavolo anche l’eventuale adesione italiana al Purl, il meccanismo di acquisto di sistemi d’arma statunitensi da destinare a Kiev.

Il contesto non è banale. L’incontro giunge dopo settimane di frizioni tra Roma e Washington: il governo italiano aveva negato l’uso della base di Sigonella ai bombardieri americani impiegati nelle operazioni contro l’Iran, e Trump aveva pubblicamente punzecchiato Meloni. Il bilaterale di oggi fa parte, dunque, di un più ampio lavoro di ricucitura diplomatica che coinvolge anche il G7 di Evian-les-Bains, dove la premier è attesa per la cena dei leader, e il forum economico Italia-Usa previsto a Miami il 22 giugno con Tajani e Rubio.

Le dichiarazioni: fedeltà atlantica senza riserve

Crosetto ha scelto parole nette: «Per l’Italia non c’è alternativa al rapporto atlantico. Il nostro ruolo sarà sempre quello di essere al fianco degli Stati Uniti». Ha ringraziato l’amministrazione Trump «per la spinta che ha dato all’Europa ad assumersi il peso della difesa» e ha confermato che l’Italia è disponibile «di fronte alle nuove richieste di un ulteriore impegno all’interno della Nato». Hegseth, da parte sua, ha elogiato il ruolo crescente di Roma, attribuendolo «in gran parte all’impegno del primo ministro Meloni», e ha ribadito l’obiettivo americano: costruire la «Nato 3.0», forze credibili al combattimento, capacità potenziate, base industriale della difesa accelerata. La soglia del 5% del Pil per le spese militari è stata indicata come benchmark. L’Italia si è fermata al 2,8%, già una salita rispetto al passato.

Il prezzo della fedeltà: sovranità in cambio di protezione

La domanda che l’incontro non pone, ma che andrebbe posta, è semplice: chi decide la strategia dell’Italia? Le dichiarazioni di Crosetto, per quanto tecnicamente circostanziate, delineano un quadro in cui Roma risponde a sollecitazioni provenienti da Washington, non le formula. La gratitudine verso Trump «per aver spinto l’Europa», i ringraziamenti per le basi, la disponibilità alle «nuove richieste»: tutto questo configura un rapporto in cui il protagonismo italiano si esercita all’interno di un perimetro disegnato altrove.

1. Più impegni, meno sovranità. L’Italia si impegna ad aumentare le spese militari — dall’attuale livello verso il 2,8% del Pil, con pressione americana verso il 5% — e a partecipare a meccanismi come il Purl per armare l’Ucraina. Ogni impegno aggiuntivo stringendo vincoli bilaterali con Washington restringe oggettivamente lo spazio di manovra di Roma su dossier futuri. La fedeltà atlantica, quando diventa automatica e priva di condizionalità, si trasforma in obbedienza strategica.

2. Le basi americane: protezione o bersaglio? Hegseth ha ringraziato l’Italia per ospitare le forze statunitensi, definendo il sostegno «costante». Ma la presenza di decine di migliaia di militari americani sul territorio nazionale — da Vicenza a Napoli, da Sigonella ad Aviano — trasforma automaticamente l’Italia in retrovia strategica di ogni operazione americana nel Mediterraneo e oltre. Lo ha dimostrato proprio il caso Sigonella: quando gli USA attaccano l’Iran, l’Italia rischia di essere associata a quella scelta agli occhi di Teheran, indipendentemente da quanto deciso da Roma.

3. La «Nato 3.0»: riarmo permanente. Il concetto lanciato da Hegseth non è un aggiornamento organizzativo: è un programma di riarmo strutturale dell’intero sistema difensivo europeo, con più spese, più industria bellica, più obblighi per gli alleati. L’Italia viene chiamata a finanziare questo processo — portando progressivamente il bilancio della difesa verso soglie mai viste in tempo di pace — senza che sia chiaro chi definirà gli obiettivi strategici di quella «Nato 3.0» e in base a quali interessi.

4. L’Europa paga, ma non decide. Crosetto ha detto che «un’Europa forte è necessaria perché la Nato sia più forte». Hegseth ha aggiunto che gli europei «devono fare di più». Nessuno, tuttavia, ha chiarito se fare di più significhi anche decidere di più. Il meccanismo di spinta americano funziona in un’unica direzione: aumentare i contributi europei, mantenendo però inalterato il primato decisionale di Washington all’interno dell’Alleanza. Gli europei pagano il conto di una strategia che non hanno scritto.

5. Gli interessi italiani non coincidono sempre con quelli americani. Nel Mediterraneo, l’Italia ha interessi propri: sicurezza energetica, rotte commerciali, stabilità delle sponde nord-africane, rapporti con i Paesi del Maghreb, gestione dei flussi migratori. Questi interessi non sono automaticamente allineati con la strategia di Washington, concentrata sull’Indo-Pacifico (come ha ricordato lo stesso Crosetto) e sulle proprie priorità globali. L’accordo di pace USA-Iran, che verrà firmato il 19 giugno in Svizzera, potrebbe riaprire lo Stretto di Hormuz: ma le condizioni di quell’accordo sono state negoziate da altri, non dall’Italia.

6. La linea antirussa ha avuto un costo. Anni di sanzioni, di rottura dei rapporti commerciali con Mosca, di rincaro energetico strutturale, di perdita di mercati storici per le imprese italiane: questi sono i frutti concreti di una politica estera allineata senza riserve alla linea atlantica nei confronti della Russia. L’Italia ha pagato economicamente e diplomaticamente una strategia decisa a Bruxelles e a Washington. Il dibattito su questi costi è stato sostanzialmente assente dal discorso pubblico, sostituito dalla narrazione della «solidarietà» come obbligo morale.

7. La sicurezza nazionale non è solo militare. Crosetto parla di difesa in senso strettamente militare: basi, spese, missioni, industria bellica. Ma la sicurezza di un Paese è anche autonomia energetica, capacità produttiva, coesione sociale, controllo del proprio territorio e delle proprie risorse. Ogni euro destinato a nuove spese militari è un euro sottratto a ospedali, scuole, infrastrutture, transizione energetica. Nessuno in questo bilaterale ha sollevato questa domanda.

8. Il Parlamento non pervenuto. Le scelte strategiche annunciate da Crosetto a Washington — adesione al Purl, impegno sullo sminamento di Hormuz, aumento delle spese verso il 2,8% del Pil con prospettiva del 5% — coinvolgono miliardi di euro di risorse pubbliche e decisioni che potrebbero portare militari italiani in teatri di guerra. La Costituzione italiana prevede che la guerra venga dichiarata dal Parlamento e che le missioni militari vengano autorizzate dalle Camere. Ma la traiettoria che emerge dagli incontri bilaterali di questi giorni sembra più quella di decisioni prese nei corridoi del Pentagono e poi presentate al pubblico come «risultati concreti», per usare le parole dello stesso Crosetto su Trump.

Alleanze sì, sudditanza no

Nessuno in questa sede sostiene che l’Italia debba uscire dalla Nato o rompere con Washington. Il legame transatlantico ha ragioni storiche, strategiche e valoriali che vanno rispettate. Ma c’è una differenza enorme tra un’alleanza tra partner che si rispettano e una relazione in cui uno dei due esprime gratitudine all’altro per averlo «spinto» nella direzione giusta.

L’Italia può e deve cooperare con gli Stati Uniti quando gli interessi convergono. Può e deve dialogare con la Russia quando questo serve alla pace e all’economia italiana. Può e deve difendere i propri interessi nel Mediterraneo senza necessariamente far coincidere ogni propria mossa con la strategia di Washington. E soprattutto, le scelte di politica estera e militare non possono essere presentate come inevitabili dopo incontri bilaterali: devono passare dal Parlamento, dall’opinione pubblica, dal dibattito democratico.

Crosetto ha detto che Trump «vuole risultati concreti, non chiacchiere diplomatiche». Ma per un Paese sovrano, il processo con cui si prendono le decisioni non è una chiacchiera diplomatica: è democrazia.

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