sabato 13 giugno 2026

Antidiplomatico - Trump annuncia: accordo Usa-Iran firmato domani, poi Hormuz riaperto a tutti



Esteri — Byoblu
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Il presidente americano pubblica l’annuncio su Truth. Teheran esprime cautela sui tempi. Restano aperti i nodi sul nucleare.
Byoblu·56 min fa

Donald Trump ha annunciato questa sera — tramite un lungo post sul suo social network Truth — che l’accordo tra Washington e Teheran «dovrebbe essere firmato domani», domenica 14 giugno, e che «subito dopo la firma, lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti».

L’annuncio arriva in un contesto di forte tensione, con i bombardamenti americani sulle installazioni nucleari iraniane intensificatisi nelle scorse settimane, e proprio mentre si susseguivano segnali contraddittori sulla tenuta dei negoziati.

Il contenuto dell’accordo: cosa dice Trump (e cosa non dice)

Nel suo post, Trump ha descritto l’intesa come «l’esatto opposto» dell’accordo JCPOA siglato nel 2015 dall’amministrazione Obama, che — a suo giudizio — rappresentava «un percorso facile verso la bomba nucleare». La nuova intesa, ha scritto, sarebbe invece «un muro senza armi nucleari»: l’Iran non potrà acquisirle né svilupparle, «né tramite acquisto, né sviluppo, né in alcun altro modo».

Trump ha aggiunto che, a differenza del JCPOA, non ci sarà «alcuno scambio di denaro» con Teheran — un riferimento esplicito ai circa 1,7 miliardi di dollari in contanti trasferiti dall’amministrazione Obama all’Iran come parte di un accordo separato sui debiti pregressi. Ha però precisato che, «al momento opportuno, quando tutto sarà tranquillo», gli Stati Uniti interverranno per recuperare il materiale nucleare iraniano sepolto «in profondità sotto le montagne di granito», grazie ai bombardieri B-2. Una frase che suona meno come una garanzia di pace e più come la descrizione di un’operazione militare differita.

I dettagli tecnici dell’intesa — il meccanismo di verifica, i tempi di smantellamento degli impianti, le eventuali sanzioni residue — non sono stati resi noti al momento della pubblicazione di questo articolo.

Lo Stretto di Hormuz: perché è così importante

Lo Stretto di Hormuz è il varco marittimo tra il Golfo Persico e il Mare Arabico. Ha una larghezza minima di circa 33 chilometri, ma per il traffico commerciale le corsie navigabili si restringono a pochi chilometri. Circa il 20-21% del petrolio consumato nel mondo transita da qui, insieme a quantità significative di gas naturale liquefatto (GNL) proveniente da Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iran stesso. Bloccarlo — o anche solo minacciarne il blocco — è storicamente una delle leve geopolitiche più potenti di Teheran.

Negli ultimi mesi, in seguito all’escalation militare e alle sanzioni, l’Iran aveva ridotto la cooperazione per il transito delle petroliere, contribuendo a tensioni sui mercati energetici globali. Il prezzo del petrolio ha reagito con volatilità alle notizie dei negoziati: nelle ore successive all’annuncio di Trump si attendevano movimenti significativi sui mercati.

Esistono vie alternative?

Sì, ma nessuna è priva di costi o limitazioni:

Oleodotto East-West (Arabia Saudita): collega i giacimenti del Golfo al Mar Rosso, bypassando Hormuz. Capacità limitata rispetto ai volumi in gioco, circa 5 milioni di barili al giorno.

Oleodotto Abu Dhabi-Fujairah (EAU): scarica il petrolio emiratino direttamente nell’Oceano Indiano. Operativo, ma con capacità ridotta.

Vie terrestri: il trasporto via terra rimane marginale per i grandi volumi petroliferi, ostacolato dalle infrastrutture insufficienti e dall’instabilità regionale. Non è un’alternativa praticabile su larga scala nel breve periodo.

In sintesi: se Hormuz riaprisse stabilmente al traffico internazionale, l’effetto sui prezzi dei carburanti potrebbe essere significativo, con una pressione al ribasso che tuttavia dipende anche dalla domanda globale, dalle scorte esistenti e dalle politiche OPEC+. Un accordo credibile e duraturo potrebbe contribuire a ridurre il premio di rischio geopolitico già incorporato nei prezzi.

Cosa vuole Washington, cosa vuole Teheran

Gli obiettivi dichiarati dell’amministrazione Trump sono chiari: denuclearizzazione completa dell’Iran, nessun trasferimento di denaro, accesso ai siti per la rimozione del materiale fissile. In parallelo, Washington punta a stabilizzare i prezzi energetici globali e a ridurre l’influenza iraniana sulle milizie regionali (Hezbollah, Houthi, fazioni irachene).

Quello che Washington non dice esplicitamente — ma che emerge dalla storia recente — è l’interesse a ridimensionare strutturalmente la capacità militare e d’influenza regionale dell’Iran, senza necessariamente voler cambiare regime, ma svuotandone le leve di potere esterno.

L’Iran, dal canto suo, vuole anzitutto la fine dei bombardamenti e la revoca delle sanzioni economiche che hanno devastato la sua economia. Su questo punto le fonti sono concordi nel segnalare che Teheran è disposta a trattare, ma non intende firmare una resa. Il programma nucleare — anche se formalmente «civile» — è considerato dalla Repubblica Islamica una garanzia di sopravvivenza del regime, e rinunciarvi del tutto implica ottenere in cambio garanzie di sicurezza credibili.

Scenari possibili

Se l’accordo verrà firmato domani come annunciato: ci si aspetta una fase di verifica tecnica prolungata, probabilmente sotto supervisione internazionale (AIEA o altro meccanismo). L’apertura di Hormuz potrebbe avvenire in tempi relativamente rapidi, con effetti positivi sui mercati petroliferi nel breve termine. Resterebbe da vedere se l’accordo reggerà alla prova dei fatti, considerato che sia l’Iran che gli Stati Uniti hanno interessi contrapposti sulla fase attuativa.

Se la firma slitterà o si arena: il segnale sarebbe letto dai mercati come un fallimento diplomatico, con possibile ritorno delle tensioni sullo stretto e nuova pressione sui prezzi energetici globali.

Trump è un giocatore di poker che ha abituato gli osservatori e i suoi avversari a dichiarazioni roboanti, nel tentativo di costruire realtà che poi si autoavverano. Fino ad ora, tuttavia, spesso senza successo.

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