
Stati Uniti e Iran hanno raggiunto il 15 giugno 2026 un memorandum d’intesa provvisorio in quattordici punti, annunciato da Donald Trump dallo Studio Ovale della Casa Bianca. Il documento — mediato da Pakistan e Qatar, con i negoziatori americani Steve Witkoff e Jared Kushner e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi — non sancisce la fine definitiva del conflitto, ma apre una finestra negoziale di sessanta giorni per arrivare a un accordo finale. La firma ufficiale è attesa per venerdì 19 giugno in Svizzera; l’intesa definitiva dovrà poi essere ratificata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Il testo integrale non è stato reso pubblico dalla Casa Bianca, che si è limitata a indicare come obiettivi principali la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’avvio dei negoziati sul nucleare. La ricostruzione più dettagliata dei quattordici punti proviene dall’agenzia di stampa statale iraniana Mehr, mentre le versioni circolate su Bloomberg, Reuters e Axios presentano alcune divergenze su cifre e garanzie. Di seguito, un’analisi punto per punto.
I 14 punti nel dettaglio
1. Cessazione delle ostilità
Il primo punto prevede la fine immediata e permanente della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano. Le parti si impegnano a non iniziare nuove ostilità e a non minacciarsi reciprocamente. La versione iraniana di Mehr parla di cessate il fuoco immediato e permanente; Axios riferisce invece di una proroga di sessanta giorni del cessate il fuoco esistente. La discrepanza tra le due versioni rimane uno dei nodi più delicati dell’intesa.
Interessi in campo: Washington punta a stabilizzare la regione e a riaprire le rotte commerciali; Teheran mira a ottenere garanzie formali contro una ripresa delle operazioni militari americane o israeliane.
2. Rispetto della sovranità iraniana
Gli Stati Uniti si impegnano a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dell’Iran e a non interferire nei suoi affari interni. Per Teheran si tratta di una garanzia politica centrale, ottenuta dopo mesi di pressioni militari e diplomatiche. Per Washington rappresenta un impegno simbolico di non aggressione, senza vincoli operativi immediati.
3. Periodo negoziale di 60 giorni
Il memorandum funge da cornice provvisoria: entro sessanta giorni dalla firma le parti dovranno raggiungere un accordo definitivo, con possibilità di proroga consensuale. È la struttura portante dell’intera intesa: tutto il resto dipende dall’esito di questa fase.
4. Revoca del blocco navale americano
Gli Stati Uniti si impegnano ad avviare la revoca del blocco navale sui porti iraniani subito dopo la firma, completandola entro trenta giorni. Washington si impegna inoltre a ritirare le proprie forze dalla regione del Golfo Persico entro trenta giorni dalla conclusione dell’accordo finale. Tempi e modalità del ritiro saranno definiti nei negoziati successivi.
5. Riapertura dello Stretto di Hormuz
L’Iran si impegna a ripristinare il transito delle navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz entro trenta giorni, tornando ai livelli pre-conflitto. La tempistica tiene conto della necessità di rimuovere ostacoli tecnici e mine. Dal momento della chiusura dello Stretto, circa il 20% del petrolio mondiale ha smesso di transitare da quelle acque, con un rialzo del prezzo del greggio superiore al 40%. La riapertura avrebbe effetti diretti sui mercati energetici europei.
Interessi in campo: L’Iran usa la chiusura di Hormuz come leva negoziale; la sua riapertura è la concessione più attesa dai mercati internazionali e dalla coalizione occidentale.
6. Piano di sviluppo economico da 300 miliardi
Secondo la bozza riportata da Bloomberg e dall’agenzia Mehr, gli Stati Uniti e i loro partner regionali si impegnerebbero a finanziare un programma di ricostruzione e sviluppo economico dell’Iran con almeno 300 miliardi di dollari, da definire nell’accordo finale. La Casa Bianca non ha confermato né smentito questa cifra. Per Teheran è un obiettivo strategico di lungo periodo; per Washington è una contropartita politicamente costosa da giustificare internamente.
7. Rimozione delle sanzioni
L’accordo prevede la rimozione progressiva di tutte le sanzioni contro l’Iran: quelle unilaterali americane, primarie e secondarie, le risoluzioni del Consiglio di sicurezza ONU e le misure dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). La tabella di marcia sarà concordata come parte dell’accordo definitivo. Washington si impegna a non introdurre nuove sanzioni nel periodo di negoziato.
Interessi in campo: Per Teheran la revoca delle sanzioni è la condizione economica irrinunciabile; per Washington è lo strumento di pressione da dosare in base al grado di cooperazione iraniana.
8. Impegno iraniano sul nucleare
L’Iran ribadisce l’impegno a non produrre né acquisire armi atomiche, in linea con il Trattato di non proliferazione nucleare, e a non arricchire ulteriormente l’uranio né espandere gli impianti esistenti. La questione delle riserve di uranio altamente arricchito già accumulate sarà affrontata in una seconda fase. Secondo fonti americane citate da Axios, Trump avrebbe aperto alla possibilità che l’Iran diluisca tali riserve sul proprio territorio sotto supervisione ONU, abbandonando la richiesta iniziale di un trasferimento all’estero. Al Arabiya riferisce che Teheran avrebbe proposto di sospendere l’arricchimento oltre il 3,67% per dieci anni.
9. Mantenimento dello status quo durante i colloqui
Fino alla conclusione dell’accordo definitivo, l’Iran si impegna a mantenere invariato il proprio programma nucleare, mentre gli Stati Uniti si impegnano a non imporre nuove sanzioni e a non rafforzare la propria presenza militare nella regione.
10. Deroghe immediate su petrolio e petrolchimica
Il Dipartimento del Tesoro americano concederà deroghe immediate per consentire l’esportazione di petrolio grezzo iraniano, prodotti petrolchimici e derivati, inclusi i servizi connessi come transazioni bancarie, assicurazioni e trasporti. Le deroghe resteranno in vigore fino alla cessazione definitiva delle sanzioni.
Interessi in campo: Per l’Iran significa tornare sui mercati internazionali del greggio; per Washington è una concessione economica concreta che indebolisce la pressione sanzionatoria come leva futura.
11. Sblocco dei fondi congelati
Il memorandum prevede lo sblocco di asset iraniani congelati all’estero attraverso un meccanismo combinato di trasferimenti diretti, cooperazione regionale e linee di credito. Le cifre divergono a seconda delle fonti: Reuters cita 25 miliardi di dollari, Mehr parla di 24 miliardi, Bloomberg non riporta alcuna cifra. Il valore totale degli asset iraniani bloccati è stimato in oltre 100 miliardi di dollari: quanto previsto nel memorandum rappresenterebbe dunque una prima tranche. L’Iran chiede di ricevere parte dei fondi alla firma; gli Stati Uniti preferiscono procedere per tranche legate all’attuazione degli impegni.
12. Meccanismo di monitoraggio
Sarà istituito un meccanismo di monitoraggio per verificare l’attuazione dell’accordo finale e ridurre il rischio di contestazioni sull’applicazione degli impegni assunti. I dettagli operativi saranno definiti nei negoziati conclusivi.
13. Condizioni per avviare i negoziati finali
I colloqui per l’accordo definitivo potranno iniziare solo dopo che saranno stati soddisfatti alcuni prerequisiti: revoca del blocco navale, riapertura di Hormuz, concessione delle deroghe petrolifere e sblocco di almeno metà dei fondi congelati. È la sequenza che Teheran considera garanzia contro una nuova rottura unilaterale dell’intesa, come avvenne nel 2018 con il ritiro americano dal JCPOA.
Interessi in campo: L’Iran vuole benefici concreti prima di sedersi al tavolo definitivo; Washington preferisce una logica di «prima gli impegni, poi le concessioni».
14. Ratifica del Consiglio di sicurezza ONU
L’accordo definitivo dovrà essere confermato da una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Si tratta della garanzia politica e giuridica più importante per Teheran, che punta a blindare l’intesa contro futuri cambi di rotta della Casa Bianca.
I nodi irrisolti
Rimangono fuori dal tavolo, almeno in questa fase, due questioni centrali per Washington e per Tel Aviv: il programma missilistico balistico iraniano e il sostegno di Teheran a gruppi armati regionali come Hezbollah. Secondo fonti citate da Mehr e confermate da altre testate, i negoziatori iraniani hanno escluso entrambe le questioni dall’agenda fin dall’inizio. Si tratta di un punto politicamente sensibile negli Stati Uniti, dove i critici dell’accordo contestano la possibilità di raggiungere una pace duratura senza affrontare questi temi.
Israele, secondo quanto riportato dal New York Times, sarebbe stato escluso dai negoziati, passando da un ruolo di interlocutore attivo a quello di osservatore. Il premier Netanyahu avrebbe espresso preoccupazione per la prospettiva di un accordo diplomatico che non includa garanzie sulla capacità missilistica iraniana.
Al Jazeera sottolinea come entrambe le parti rivendichino una vittoria politica: Washington può presentare la riapertura di Hormuz e il congelamento del nucleare come successi immediati; Teheran ottiene il riconoscimento formale della propria sovranità, lo sblocco parziale dei fondi e una corsia diplomatica che le evita ulteriori escalation militari.
Cosa succede ora
La firma ufficiale del memorandum è prevista per il 19 giugno a Ginevra. Da quella data partiranno i sessanta giorni di negoziato per l’accordo definitivo. I mercati energetici osservano con attenzione l’evoluzione della situazione: l’annuncio dell’intesa ha già prodotto effetti sui prezzi del greggio, ma la stabilizzazione dipenderà dalla concreta riapertura dello Stretto di Hormuz.
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