
Esteri
Scontro Meloni – Sánchez al Consiglio Europeo sulla
regolarizzazione degli immigrati: «Quello che fai ci
riguarda tutti».
Bruxelles, 19 giugno 2026. Il Consiglio Europeo di giugno si è chiuso con una frattura profonda sul tema migratorio, portando in superficie le divergenze radicali tra i leader dei Ventisette. Al centro del confronto: la regolarizzazione straordinaria dei migranti avviata dalla Spagna di Pedro Sánchez, che scade il prossimo 30 giugno e ha già raccolto circa 900.000 domande. Una misura che ha scatenato reazioni durissime da parte di numerosi capi di governo europei.
Lo scontro nella sala del Consiglio
L’episodio più teso si è consumato giovedì sera, durante la prima sessione della riunione. Secondo quanto riferito da più fonti diplomatiche europee — e confermato da diverse testate spagnole tra cui El Español, El Mundo e La Vanguardia — il premier danese Mette Frederiksen ha aperto il dibattito elogiando la presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola per il via libera al nuovo regolamento sui rimpatri, che consente la creazione di centri di deportazione in paesi terzi. Frederiksen ha chiesto che la migrazione diventi oggetto di un dibattito strategico al massimo livello istituzionale.
Sánchez ha risposto con toni netti: i centri di deportazione — da lui definiti «hubs di ritorno» — sono «inefficaci», «contrari ai valori europei» e mandano «un messaggio sbagliato ai paesi di origine e transito». Ha poi difeso esplicitamente la regolarizzazione spagnola.
È stato a quel punto che sono intervenuti, in sequenza, la premier italiana Giorgia Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il premier belga Bart De Wever e il primo ministro ungherese Péter Magyar. Meloni, stando a quanto ricostruito da El Español e confermato da fonti diplomatiche europee, avrebbe detto direttamente a Sánchez: «Quello che lei fa ci riguarda tutti». Il messaggio comune dei critici: la regolarizzazione di massa produce un «effetto chiamata», trasmettendo l’idea che basti arrivare irregolarmente in Europa e attendere per ottenere la legalizzazione.
Una fonte diplomatica europea ha sintetizzato così la dinamica: «C’è stato uno scontro tra Frederiksen e Sánchez. Meloni, De Wever, Merz e Magyar hanno sostenuto Frederiksen».
La posizione di Meloni: coerente con la linea europea
maggioritaria
La premier italiana si è mostrata perfettamente allineata al blocco dei paesi che da mesi spingono per un irrigidimento della politica migratoria dell’Unione. Meloni e Frederiksen hanno anche co-guidato una riunione informale sulla gestione dei flussi migratori a cui hanno partecipato quattordici paesi, con la Spagna esclusa. La nota del governo italiano ha elencato i risultati ottenuti: dalla lista europea dei paesi sicuri di origine al nuovo concetto di «paese terzo sicuro», dalla Dichiarazione di Chișinău all’accordo politico sul regolamento dei rimpatri.
Il giorno successivo, venerdì 19 giugno, Meloni e Frederiksen hanno coordinato la firma di una lettera congiunta indirizzata alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e al presidente del Consiglio António Costa: diciannove stati membri — tra cui Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia e Svezia — chiedono di «avanzare il prima possibile» nell’apertura di centri di deportazione extracomunitari, da finanziare con fondi europei sul modello dell’accordo Italia-Albania. Spagna assente.
La replica di Sánchez e le smentite della Moncloa
In conferenza stampa al termine del vertice, Sánchez ha cercato di ridimensionare la portata dello scontro, definendolo un normale «dibattito» e non un «episodio». Ha difeso la regolarizzazione affermando che la grande maggioranza dei richiedenti — secondo lui circa l’80% — è di origine latinoamericana, condivide lingua e cultura con la Spagna e non ha intenzione di spostarsi in altri paesi europei. «Se hanno dubbi, parlino con il Vaticano», ha aggiunto, richiamando l’endorsement implicito di papa Leone XIV durante la recente visita in Spagna.
Fonti diplomatiche spagnole hanno negato che ci sia stato uno «scontro» con Meloni, precisando che «ognuno ha espresso le proprie opinioni». La Moncloa ha insistito sul fatto che Sánchez si sente «a proprio agio» nel difendere il modello migratorio spagnolo.
Tuttavia, anche il commissario europeo agli Affari Interni Magnus Brunner — pur riconoscendo le specificità della situazione spagnola — aveva già avvertito la settimana precedente che la regolarizzazione può avere un «impatto» su altri stati membri, ribadendo che chi viene regolarizzato in Spagna non acquisisce il diritto di lavorare altrove nell’Unione.
Il contesto: un’Europa sempre più divisa
sull’immigrazione
La crisi migratoria è al centro del dibattito europeo da anni, ma il Consiglio di giugno 2026 ha segnato un punto di non ritorno. Con l’entrata in vigore del Patto europeo su migrazione e asilo e l’approvazione del regolamento sui rimpatri da parte del Parlamento europeo, la direzione politica dell’Unione sembra ormai definita: più controlli, più espulsioni, esternalizzazione dei centri. Sánchez rimane una voce isolata in questo scenario. Anche il presidente francese Emmanuel Macron, che pure ha espresso riserve sui centri di deportazione — ma in conferenza stampa e non nella sala del Consiglio — non ha sostenuto apertamente la posizione spagnola durante i lavori.
I leader hanno concordato che il prossimo Consiglio Europeo di ottobre 2026 ospiterà un dibattito strategico sulla migrazione. Uno scontro che sembra destinato a ripetersi.
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