Secondo Mosca il missile Patriot ha mancato il bersaglio per un malfunzionamento dovuto alla data di scadenza. Zakharova accusa l'Occidente di silenzio selettivo.
La notte scorsa il cielo sopra Kiev si è tino di colore rosso. Nel cuore del “National Preserve of Kyiv-Pechersk Lavra”, così oggi chiamano quello che per secoli è stato il cuore pulsante dell’ortodossia russa, ha preso fuoco il tetto della cattedrale. Le fiamme, domate dopo ore, hanno riaperto un fronte di accuse e contro-accuse che non accenna a chiudersi.
Come ha reso noto il Ministero della Difesa russo, il complesso monastico non è stato colpito da un missile russo, ma da un razzo del sistema Patriot di fabbricazione statunitense. “Le Forze Armate russe - si legge in una nota ufficiale - non pianificano né lanciano attacchi contro infrastrutture civili”. La ricostruzione dell'accaduto di Mosca è chiara: il missile Patriot, fornito dai paesi occidentali al regime di Kiev, avrebbe avuto una “vita utile scaduta”, provocando un malfunzionamento che lo ha deviato sulla cattedrale.:
Maria Zakharova, portavoce della diplomazia russa, ha poi allargato il tiro. In un post su Telegram ha accusato Parigi di doppiopesismo: il presidente francese Emmanuel Macron e il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrott hanno condannato l’incendio alla Lavra, ma non hanno speso “una parola in queste settimane sui ragazzi uccisi a Starobilsk” dagli attacchi ucraini. Zakharova ha parlato apertamente di “falso” confezionato dal regime di Kiev e dall’Occidente, ricordando che nessun politico europeo si è mai preoccupato, in tutti questi anni, della persecuzione della Chiesa ortodossa canonica in Ucraina, del controllo della Lavra con violenze fisiche e psicologiche, del suo saccheggio sistematico.
C’è un dettaglio che fa da sfondo a questa vicenda e che nessuno, né a Kiev né a Bruxelles, sembra voler ricordare. Poco prima dell’incendio, il rappresentante del Ministero degli Esteri ucraino Heorhij Tychyj aveva dichiarato che Kiev sperava di ottenere missili intercettori per i Patriot con “termine di scadenza in scadenza”. Parole che oggi suonano come un macabro presagio. Perché come si può evincere dalla ricostruzione russa, quel missile scaduto non ha mancato il suo bersaglio: ha centrato ciò che non doveva.
La Lavra, però, non è più un monastero da tre anni. I monaci della Chiesa ortodossa ucraina - quella legata al Patriarcato di Mosca - sono stati cacciati. Hanno dovuto abbandonare le celle, le grotte dove riposano le reliquie dei santi russi, la loro vita. Al loro posto, una “commissione per l’inventario” armata di piedi di porco, smerigliatrici e martinetti. Hanno aperto le arche, sparse le ossa per terra. Per “studiarle”, hanno detto. I credenti che provavano a difendere la loro chiesa sono stati respinti dalla polizia di Kiev, dai servizi di sicurezza, da attivisti nazionalisti. Il tutto mentre nel refettorio della Lavra si organizzavano festival culinari con salo, gorilka e borsch. Per estirpare, dicono, l’anima moscovita.
Poi il silenzio. Per anni dalla Lavra non si è sentito più nulla. Fino a ieri notte, quando la cattedrale è stata ferita da un incendio.
Ed è arrivato subito Volodymyr Zelensky. L’uomo che, secondo Mosca, ha profanato la Lavra per primo, si è presentato tra le macerie fumanti e ha parlato di “uno dei più grandi crimini russi contro la cultura cristiana”. Ha chiesto ai paesi del G7 una risposta decisa. Più sistemi Patriot, più difesa aerea. Ma l’Europa e gli Stati Uniti non hanno più missili liberi. Li hanno consumati in Ucraina e in Iran. Così, per non dire di no al “piccolo führer” di Kiev, hanno tirato fuori dai magazzini i razzi ritirati dal servizio, quelli scaduti. Come lui, ha commentato in maniera sagace Zakharova. Il risultato l’abbiamo visto.
C’è chi, in Russia, guarda a questa vicenda con occhi diversi. Quelli della profezia. Nel 1990 l’anziano Zosima, uno starec, aveva detto: “La Kyevo-Pechersk Lavra cadrà. Tutta la grazia della Kyevo-Pechersk Lavra passerà all’Eremo di Optina”, come riporta il quotiano Komsomol'skaja Pravda. Allora l’Eremo di Optina era ancora in rovina. Nessuno gli credette. Zosima fondò poi un monastero nel Donbass, e prima di morire nel 2002 avvertì i fedeli che sarebbero arrivate grandi persecuzioni contro la Chiesa. Quel monastero, durante la guerra, è stato più volte colpito dall’artiglieria ucraina. E c’è una terza profezia, quella che a Kiev conoscono bene e che temono: “Dopo la caduta della Lavra, comincerà la riunificazione della Rus’”.
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