Economia

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L’Unione europea ha lanciato un avvertimento esplicito all’Italia: il Governo ha ancora un mese di tempo per sciogliere le riserve sui fondi del programma europeo Safe destinati alla difesa. Superata questa finestra, i quasi 15 miliardi di euro prenotati da Roma nell’agosto 2025 verranno redistribuiti tra gli altri Paesi partecipanti, visto l’elevato interesse registrato. La notizia è trapelata sulla base delle dichiarazioni di un’alta fonte europea vicina al dossier.
Il meccanismo è legato alla tabella di marcia della Commissione europea, impegnata in questi giorni a finalizzare i contratti esecutivi con le altre capitali e a definire i termini della partecipazione dell’Ungheria. Quando questo processo sarà completato, la fonte ha precisato, «a breve servirà chiarezza» da parte di Roma. Fonti istituzionali confermano tuttavia che non esistono scadenze formalmente inderogabili: la pressione è politica e operativa, non giuridicamente vincolante — almeno per ora.
Uno schema che assomiglia a un ricatto finanziario
Il messaggio di Bruxelles suona in modo inequivocabile: o vi indebitate per la difesa, o perdete i fondi che abbiamo messo da parte per voi. Un’impostazione che riflette la spinta politica della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen verso il riarmo del continente, in linea con le pressioni degli Stati Uniti — e in particolare dell’amministrazione Trump — che chiedono agli alleati NATO investimenti militari fino al 5% del PIL.
Il programma Safe (Security Action for Europe) è uno strumento da 150 miliardi di euro complessivi, finanziato attraverso emissioni di debito da parte della stessa Commissione sui mercati internazionali, e poi girato agli Stati membri sotto forma di prestiti agevolati a lungo termine. L’obiettivo dichiarato è rafforzare l’industria europea della difesa, incentivare appalti congiunti tra Paesi e ridurre la dipendenza da armamenti extra-europei. In totale, 18 Paesi hanno già richiesto i fondi con programmi approvati dall’esecutivo Ue e autorizzati dal Consiglio. Nove di essi hanno già firmato tranche esecutive. La Polonia è stata la prima a ricevere un pagamento effettivo: 6,6 miliardi di euro lo scorso 29 maggio.
L’Italia aveva ottenuto il via libera alla fine di gennaio 2026, nella seconda tranche di finanziamenti, insieme a Estonia, Finlandia, Grecia, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia. Ma dall’autorizzazione di principio non si è mai passati alla firma dei contratti esecutivi. Roma sarebbe intenzionata, stando a indiscrezioni, a utilizzare solo tra i 5 e i 6 miliardi — lo stretto necessario a coprire i progetti per i quali esistono già contratti firmati — rinunciando di fatto alla quota restante.
Il governo diviso: Crosetto spinge, Giorgetti frena
All’interno dell’esecutivo, la partita è apertamente giocata tra due ministri. Guido Crosetto, titolare della Difesa, non ha mai nascosto di voler procedere con gli investimenti. Intervenendo ieri all’evento «Il giorno della Verità» a Roma, ha però rimesso la palla nel campo del Ministero dell’Economia: «Giancarlo sa perfettamente le cose che io vorrei e io so perfettamente le cose che lui può fare. Sul Safe dipende dalla possibilità che lui ha».
Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, ha risposto dallo stesso palco con un ragionamento squisitamente finanziario: «Per finanziare la difesa posso usare le tasse degli italiani, il debito pubblico tramite BTP oppure i fondi Safe. Devo valutare se questi 15 miliardi di Safe costano più o meno rispetto a un BTP». Stando ai numeri da lui citati, il BTP decennale si colloca intorno al 3,6%, mentre il Safe a 40 anni sarebbe intorno al 3,4%: «La mia valutazione, come qualsiasi consulente finanziario, direi: prendi i Safe». Ha aggiunto che la decisione complessiva sull’incremento della spesa per la difesa — reso possibile anche dalla clausola di flessibilità del Patto di stabilità — arriverà «fra qualche settimana, al massimo entro settembre».
Il punto cruciale che Giorgetti non dice esplicitamente, ma che emerge chiaramente dal contesto, è che qualunque strumento si scelga — Safe o BTP — si tratta comunque di nuovo debito pubblico. L’Italia, già gravata da uno dei rapporti debito/PIL più alti d’Europa, si trova a dover scegliere tra diverse forme di indebitamento per rispettare impegni militari decisi in larga parte fuori dai propri confini.
Il nodo politico: chi decide davvero?
La pressione europea arriva in un momento in cui il governo italiano fatica a trovare una sintesi interna. Crosetto ha ricordato simbolicamente quanto sia costato a Giorgetti uscire dalla procedura d’infrazione europea, lasciando intendere che ogni nuova voce di debito è una variabile delicata per chi gestisce i conti pubblici. Eppure la stessa Unione europea che ha imposto all’Italia rigore di bilancio è oggi quella che sollecita Roma ad accendere un prestito miliardario per comprare armamenti.
La contraddizione è evidente: da un lato Bruxelles premia il rispetto dei parametri di Maastricht, dall’altro spinge affinché gli stessi parametri vengano allentati — tramite la clausola di flessibilità — per finanziare la corsa al riarmo. Il tutto sotto la pressione di un’agenda geopolitica che ha il suo epicentro a Washington prima ancora che a Bruxelles.
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